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INTERVISTA

Howl: l'intervista a Jeffrey Friedman

 
Jeffrey Friedman è uno stimato documentarista americano che ha lavorato quasi sempre in coppia con Rob Epstein.
Insieme hanno realizzato Howl, stupenda opera cinematografica ispirata al poema omonimo di Allen Ginsberg.
Wuz ha incontrato Friedman alla conferenza stampa tenutasi al Piccolo Teatro Strehler di Milano dopo la proiezione in anteprima del film, che uscirà nelle sale italiane il 27 Agosto 2010.


Com’è nata l’idea di fare un film su un poema?  

Il progetto ci è stato presentato dalla “Allen Ginsberg Estate” nella persona del suo segretario, che ha lavorato per trent’anni assieme al poeta, con il volere di continuare a far vivere questo poema e presentarlo alle nuove generazioni.
Rob Epstein e io abbiamo subito accettato. Il problema che ci si è immediatamente presentato è stato di capire come fare un film su un poema e ci sono voluti degli anni per decidere la struttura narrativa da adottare. Abbiamo esplorato tutti i punti di vista possibili, in modo da poter rendere visivamente il processo creativo e la parabola personale che hanno portato Allen Ginsberg a scrivere l’opera che ha segnato un punto di rottura con il passato.
Volevamo anche mostrare l’effetto che questo testo dirompente produceva nel mondo a cui veniva presentato. Abbiamo trovato il modo di farlo attraverso dei piani diversi di realtà percettiva che si amalgamano tra loro.  


Infatti Howl è strutturato in momenti diversi: il processo all’opera di Allen Ginsberg, la “visualizzazione dell’urlo” attraverso l’animazione e il reading, e l’intervista al poeta.  

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Le sequenze che ricostruiscono l’intervista si basano su una che Ginsberg rilasciò durante i giorni del processo a un giornalista del Times, che poi non venne mai pubblicata, e su altre numerose interviste che il poeta ha rilasciato nell’arco della sua vita.
Per il processo, abbiamo fatto riferimento alle trascrizioni degli atti processuali e cercato di mostrare come fosse stata accolta la poesia nell’America degli anni ’50.
E poi c’è la poesia stessa, che volevamo prendesse vita. Non era possibile prescindere dalla performance che Ginsberg fece alla Six Gallery di San Francisco nel ’55 poiché era la prima volta che avveniva un reading come quello.
Allo stesso tempo, il contenuto della poesia è stato tradotto in immagini. Abbiamo trovato un libro di disegni realizzato da Eric Drooker, un graphic novelist che è cresciuto nello stesso quartiere di Ginsberg e che insieme a lui partecipava ai cortei di protesta, per i quali disegnava gli striscioni. Ginsberg lo ha incoraggiato a pubblicare le sue cose e insieme hanno realizzato un libro che comprendeva delle illustrazioni, alcune ispirate proprio a Howl.
Da qui è nata l’idea di inserire nel film l’animazione, che è stata realizzata proprio da Drooker .  


Pensa che il processo abbia davvero contribuito alla fama del poema?  

Sicuramente. Lo dice anche Ginsberg nell’intervista e uno dei testimoni durante il processo. All’epoca fu veramente una causa celebre a San Francisco ed ebbe molta copertura mediatica; l’aula era sempre piena e grazie al processo il fenomeno della letteratura beat è diventato noto al grande pubblico. Kerouac, Burroughs e altri, sono stati pubblicati dopo il processo e proprio per volontà della stesso Ginsberg.  

In base a cosa avete deciso di affidare la parte del protagonista a James Franco?  

Abbiamo chiesto a Gus Van Sant di produrre il film. Lui, dopo aver letto la sceneggiatura ha deciso di sì. A quel punto, per ottenere i finanziamenti necessari avevamo bisogno di un nome da proporre come protagonista, ed è stato Van Sant a proporre James Franco. Stava girando con lui “Milk” a San Francisco in quel periodo e ci ha dato l’opportunità di incontrarlo.
L’incontro è stato positivo e guardando alcuni dei suoi lavori precedenti ci siamo resi conto che è un grande attore in grado di interpretare ruoli molto diversi tra loro. Inoltre ha un bellissimo volto ed è un esperto di letteratura. Ha anche fondato un corso all’U.C.L.A. e adesso ha due nuovi corsi all’università di New York, uno sulla scrittura creativa e uno sulla scrittura cinematografica.
È un poeta egli stesso e ha più o meno la stessa età che aveva Allen Ginsberg all’epoca.
È molto vicino culturalmente ai beatnik, è cresciuto nel nord della California e conosce e frequenta il City Lights Book Store, un negozio di libri di proprietà di Ferlinghetti che è stato l’editore di Howl.
Aveva insomma tutte le carte in regola e il fatto di averlo selezionato all’inizio del progetto ci ha permesso di raccogliere i finanziamenti necessari a fare il film.
Abbiamo lavorato con James per tutta la preparazione del film, che è durata un anno, mentre lui lavorava anche ad altri progetti.  


James Franco con i registi Friedman e Epstein

Quando ha letto per la prima volta il poema di Ginsberg, chi gliene ha suggerito la lettura e che impressione le ha fatto?  


L’ho letto la prima volta quando ero al liceo, ma non mi ricordo chi me lo suggerì.
Era un poema che più o meno leggevano tutti.
"Moloch" era una parola che ricorreva molto fra noi ragazzi per indicare l’uomo e la struttura del potere; era un riferimento a Howl ovviamente.
Non so quanto io abbia capito questa poesia e quanto abbia compreso la sua portata rivoluzionaria ai tempi del liceo. Ho frequentato il liceo verso la fine degli anni ’60: per noi tutto era rivoluzionario. A distanza di circa quindici anni da quando la poesia era stata scritta non mi resi conto che poi sarebbe diventata un pilastro della letteratura americana e mondiale.
L’ho riletta una seconda volta quando ho iniziato a lavorare al progetto e sono rimasto sorpreso di quanto fosse ancora scioccante a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione.
È un poema molto duro. Ancora oggi ad esempio, non può essere letto in una trasmissione radiofonica negli Stati Uniti.
Le tematiche affrontate sono ancora attualissime e ci chiamano a interrogarci: il consumismo, la deumanizzazione, la marginalizzazione delle persone che la pensano e agiscono in modo diverso, la liberazione sessuale. Tutte cose che al liceo non avevo colto appieno.
Da qui si capisce quanto fosse aperta la mente di Allen Ginsberg nel ’55, quando scrisse questa poesia, poiché gli anni ’50 in America sono un’epoca di totale conformismo e conservatorismo.  


Nel momento in cui avete deciso di inserire delle animazioni nel film, siete andati a rivedere altre opere che già avevano utilizzato questa tecnica, come ad esempio The Wall dei Pink Floyd o Kill Bill di Tarantino?

Abbiamo rivisto The Wall, ma siamo stati anche molto ispirati da American Splendor, da Hedwig and the angry inch e da altri film americani indipendenti che mescolano animazione e parti girate. Comunque, sia io che Rob, avendo alle spalle una grande esperienza come documentaristi, siamo abituati ad assemblare materiale da fonti diverse. Non è stato un processo così nuovo per noi.  

Qual è la finalità di questo film? Pensa ci possa essere un pubblico moderno che lo possa recepire?  

La tematica della libertà di espressione e di parola è per noi di fondamentale importanza. La censura è un problema che esiste ancora oggi negli Stati Uniti e si manifesta in varie forme. I temi affrontati nel processo a Howl sono gli stessi che vengono discussi tutt’ora nei tribunali americani e il nostro scopo è di portare tutto questo all’attenzione della gente.
Riguardo al pubblico non so come potrà essere accolto il film. Per ora è confortante vedere che alle presentazioni del film intervengono ragazzi di 19, 20, 21 anni e mi dicono di essere rimasti molto toccati dalla proiezione nonostante non sappiano minimamente chi fosse Ginsberg.  


Ciò che traspare dal film è la grande musicalità che Allen Ginsberg  metteva nelle sue composizioni. Come avete affrontato questo passaggio?  

Abbiamo ascoltato le registrazioni audio che esistono di Allen stesso. Ce ne sono moltissime, tutte diverse da un reading all’altro. Solo che non ce n’è una del poema letto per intero e non c’è neanche quella della prima performance.
Le abbiamo ascoltate tutte, insieme a James, e lui ha fatto un lavoro interessantissimo: dapprima ha cercato di comprendere le parole e i riferimenti che queste hanno con la vita di Ginsberg; poi ha cercato di interiorizzarle, di assorbirle in sé stesso e tirarne fuori la musicalità che anche Allen metteva nelle sue letture.
Abbiamo visionato insieme a James anche tutte le fotografie e i filmati, in particolare un filmino in 16mm che ritrae Ginsberg insieme a Kerouac e ad altri amici; questo ci ha dato l’idea di come interagissero tra loro. Tale filmato e le foto sono state la fonte d’ispirazione di tutte le sequenze in flashback .  


Secondo lei c’è ancora qualcosa di beat oggi, nella nostra società?  

Buona domanda. Penso che James Franco sia un beatnik moderno. Cerca sempre di ribaltare ciò che ci si aspetta da lui in qualità di attore e di sperimentare nuove forme espressive. Ad esempio, sta per inaugurare una mostra d’arte a New York.
Di sicuro la cultura beat ha subito un’evoluzione, ma fa comunque parte di alcuni giovani d’oggi. Combattere l’ingiustizia sociale è un elemento beat, così come lo è il fatto di essere arrabbiati con le grandi multinazionali a causa del loro strapotere. Ciò che è cambiato e il modo di esprimere queste cose rispetto a quaranta o cinquant’anni fa .  


Il supervisore della sceneggiatura Tony Pettine discute una scena con i registi Friedman e Epstein nell'aula del processo.

Nel film Ginsberg dice che non esiste la beat generation. Esiste solo un gruppo di poeti che vogliono farsi pubblicare. Può approfondire questa affermazione?  


La definizione di beat generation fu resa popolare dai media e fu un’arma a doppio taglio. Veniva usata da una certa tipologia di persone per rendere caricaturali questi scrittori ed emarginarli. Gli scrittori invece la usavano per avere una sorta di identità che potevano sfruttare e per cui erano sempre in bilico fra l’accettarla e il rifiutarla.
Ogni scrittore ha comunque avuto un atteggiamento diverso rispetto a questa definizione. Fu Jack Kerouac a coniarla e in seguito la rifiutò, mentre Ginsberg disse che di fatto non esisteva la beat generation. Fu per loro uno strumento per commercializzarsi .  


Avete incontrato Ferlinghetti e Orlovsky? Cosa ne pensano del film?  

Abbiamo intervistato entrambi e probabilmente le interviste verranno inserite negli extra del DVD. Ci hanno aiutato moltissimo anche se nessuno dei due ha visto il film. Lawrence (Ferlinghetti) è ormai molto anziano; lo abbiamo invitato a un paio di proiezioni ma non è mai venuto. Però sono venuti quelli di City Lights che hanno approvato il film e sicuramente gliene hanno parlato.
Peter (Orlovsky) è morto recentemente (31 Maggio 2010, ndr) e non ha fatto in tempo a vedere il film. Gli avevamo scritto una lettera – e sappiamo per certo che l’ha ricevuta –  allegandogli anche delle foto del film, e nella lettera c’era scritto che eravamo sicuri che sia lui che Allen avrebbero approvato il film.  


A un certo punto del film uno dei testimoni dice che non si può tradurre la poesia in prosa.
Voi avete avuto dubbi sul tradurre la poesia in cinema?  


Non l’abbiamo mai considerata una traduzione dalla poesia al cinema. L’abbiamo sempre pensato come un film su una poesia e il nostro approccio è stato quello di un qualsiasi adattamento.
In questo caso c’era una sorta di visione univoca su come strutturare il film poiché Drooker aveva già fatto per Ginsberg dei disegni su questo componimento; ciò è stato per noi come una benedizione postuma di Allen. Abbiamo cercato di non riempire troppo il film e di lasciare il giusto spazio fra le parole e le immagini per consentire agli spettatori di vivere un’esperienza soggettiva di questa poesia.  


La ripresa del processo è testuale o c’è qualcosa di inventato? Come verrà classificato questo film secondo lei?  

Non è stato ancora classificato.
Ogni cosa nel processo è ripreso dalle trascrizioni degli atti processuali. Non c’è niente di inventato .  


Ginsberg e Ferlinghetti ebbero una bella fortuna col giudice.  

Si, anche perché il giudice era un repubblicano, conservatore, insegnante di catechismo; insomma, aveva tutte le caratteristiche che avrebbero lasciato presagire una sentenza diversa.
Invece dimostrò una grande apertura mentale.


Avete mai pensato di farne un dramma processuale puro e mostrare quali conseguenze ebbe il processo nell’opinione pubblica dell’epoca?  

Siamo stati tentati di approfondire tutti gli aspetti ma avevamo dei limiti da rispettare, come stare in una struttura narrativa tradizionale di circa 90 minuti e nei confini di un certo budget. Inoltre, le riprese sono durate solo quattordici giorni.
Rispetto al processo e a tutte le implicazioni che ha avuto, non abbiamo trovato nessun altro modo elegante di metterlo in scena che non diventasse una mera lezione di storia. Quindi abbiamo deciso di contenerlo in un certo spazio dando comunque un’idea della società dell’epoca attraverso il modo di vestire e di parlare, e di altri particolari visibili durante il processo.  


Progetti futuri?  

Due o tre ma sono ancora in embrione. Sarebbe sciocco parlarne adesso.  


29 luglio 2010 Di Andrea Montali


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