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Intervista a Kathryn Bigelow. La lotta per l'Oscar di una donna al fronteCon The Hurt Locker, la regista americana, ex moglie del suo principale concorrente alla conquista dell'Oscar (entrambi hanno ben 9 candidature), James Cameron, ha per la prima volta girato un film sul fronte di guerra iracheno. E inoltre ha osservato la psicologia di chi è dalla parte degli "invasori", descrivendo il fascino terribile che ha la guerra e l'alienazione a cui conduce inesorabilmente chi è da una e dall'altra parte del fronte. Un film che cerca di capire, senza giudicare, ma che alla fine è una definitiva condanna della guerra. Dato che il film è stato girato quando alla Casa Bianca c'era ancora George Bush Kathryn Bigelow indica in questa intervista, rilasciataci quando The Hurt Locker è stato presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2008, la speranza di un cambiamento radicale nella politica estera americana, e il suo forte sostegno alla candidatura di Obama alla presidenza degli Usa. Chissà se oggi, dopo quello che sta accadendo in Afghanistan, crede ancora in una vera scelta pacificatrice del Premio Nobel per la pace?
La recensione del film The Hurt Locker
Che differenza sostanziale vede tra la guerra in Iraq e quella in Vietnam?
Una forte differenza culturale: là i ragazzi erano obbligati a diventare soldati e ad andare in guerra, qui sono volontari.
Perché c’è chi ha scelto di partecipare come volontario alla guerra?
L’eccitazione della battaglia diventa spesso un’arma potente e letale. La guerra è una vera e propria droga... La guerra esercita un’attrazione fatale in molti giovani, c’è l’idea di giocare in un certo senso anche con la propria morte e di sfidarla.
Il film potrebbe far pensare a un ritratto edulcorato dei soldati?
No, il protagonista mette in luce come ogni guerra sia una tragedia, ma mette in luce anche l'umanità di chi la fa, le sue debolezze e la sua psicologia.
Il suo è un film “maschile”: cosa davvero curiosa. Ma gli americani hanno la chiara consapevolezza di che cosa sia la guerra e di che cosa sia in particolare quella in Iraq?
Ci sono pochissimi esempi televisivi. La mia è stata una sceneggiatura che nasce dall’osservazione diretta e dalle tante interviste fatte ai soldati. Si può dire che questo sia un film d’osservazione ed è quello che mancava e se è stata una donna a farlo e non un uomo, non è colpa mia!
Che cosa è richiesto a un soldato?
Forza e adrenalina prima di tutto. Ci vuole molta preparazione mentale oltre che fisica. Non è importante solo l’agire, ma soprattutto il reagire a una situazione. Infatti è stato fatto un lungo training ai soldati perché potessero poi affrontare la guerra.
Diceva che c’è stata poca informazione negli Stati Uniti...
Pochissima. Negli Usa non si è visto niente: i morti americani sono stati 4.000 [quando il film è uscito, ndr] e sono state mostrate solo 6 fotografie. Non dico un numero a caso, è quello che è successo realmente. La guerra non è stata mostrata nelle sue conseguenze all’opinione pubblica.
I suoi protagonisti sono degli artificieri.
Si sa ben poco degli artificieri, nessun altro film ne ha parlato, anzi posso dire che nessun film fa vedere la guerra come è oggi. Ci sono degli artificieri che hanno disinnescato più di cento mine in un giorno. E noi, quando facevamo le riprese, avevamo dei tutor che anticipavano i nostri passaggi e controllavano che il terreno fosse sicuro.
Si augura il ritiro delle truppe americane?
Spero che avvenga al più presto. Ma questo può accadere solo se cambia amministrazione e se vince Obama.
E l’opinione pubblica americana la pensa come lei? C’è stato un grande cambiamento nell’opinione pubblica, i tempi stanno davvero cambiando. La crisi è forte, c’è sempre più disoccupazione, più diffusione della droga ed è per questo che molti sono attratti non solo dalle esperienze estreme, ma anche dall’opportunità di avere uno stipendio, un lavoro. E la guerra è un'alternativa alla disoccupazione e alla miseria, è un'occasione. Però ormai sono consapevoli in tanti che è anche sempre più spesso un'occasione di morte.
| 04 marzo 2010 | | Di Grazia Casagrande |
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