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HOME | giovedì 17 maggio 2012 |
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Intervista a Benicio Del Toro, il nuovo licantropo della Universal È uscito da poco The Wolfman di Joe Johnston, e per apprezzare ancora di più il remake dell'Uomo lupo vi proponiamo questa intervista a Benicio Del Toro. Steve "Frosty" Weintraub ci riporta le confessioni di un attore che si è sempre concesso poco alla stampa: in occasione di quest'ultimo film, però, Del Toro ha raccontato del suo amore infantile per i film sui mostri, della proposta alla Universal, del motivo per cui voleva il makeup e non solo il CGI, e di cosa abbia significato vincere l’Oscar.
Assumere il ruolo di produttore è stato solo un lavoro pratico o hai potuto guidare il remake di un film che hai amato da bambino?
Beh, sì, un po’ tutte e due le cose. Abbiamo proposto l’idea, eravamo Rick Yorn ed io. Siamo andati allo studio e abbiamo proposto l’idea di fare un remake dell’Uomo lupo con l’intenzione di rendere omaggio a quei classici horror della Universal come Frankenstein. Per me rendere omaggio significava restare fedele alla storia, fare in modo che il makeup fosse una componente importante, avere un attore truccato che occupasse gran parte della storia, e a loro l’idea piacque. È arrivato Andrew Kevin Walker, e poi Rick Baker, e abbiamo iniziato. Sono un grande fan di tutti quei film horror. Per quanto posso ricordare i film horror della Universal sono stati i primi film di cui ho saputo il titolo e i nomi degli attori. Credo di averli conosciuti prima di Chitty Chitty Bang Bang o Il dottor Dolittle. Questi sono i film con cui sono cresciuto. Avevo quattro, cinque, sei, sette anni.
Come è stato aprire le porte ad altri attori latinoamericani con il tuo talento?
Che vuol dire? Beh, se lo faccio, vuol dire il mondo, senza giochi di parole: il logo della Universal. Quando sono arrivato a Hollywood c’erano solo tre nomi di attori latinoamericani, tre-quattro nomi, forse cinque. C’erano Raul Julia, Edward James Olmos, Andy Garcia, Antonio Banderas, Jimmy Smits. Ora ce ne sono moltissimi. Credo che ora ci siano più filmaker, sceneggiatori, registi provenienti dal Messico o dalla Spagna. Sono riusciti a fare film che si sono affermati, quindi non potrei dire che sono il solo. Credo che ci sia un’intera generazione di latinoamericani, le cose sono cambiate abbastanza da quando ho iniziato io. Credo che Hollywood, non solo la Universal, sia un po’ più simile al mondo. Penso che ora ci siano più persone provenienti da diverse parti del mondo che in qualsiasi altra epoca. Non solo latinoamericani, un paio di anni fa un’attrice francese ha vinto il premio come migliore attrice. Ci sono tante persone che provengono da diverse parti del mondo, e credo che sia positivo. Fa ripensare all’epoca dei film muti, quando c’erano registi e attori da tutto il mondo che facevano cinema a Hollywood.
Chi è stato a convertirti a quei film horror, e ti sei interessato anche al Silenzio degli innocenti e a quel tipo di film?
Sono stati i miei cugini. Erano più grandi ma questi film erano molto vecchi anche per loro. Ma credo che negli anni Sessanta, nei primi anni Sessanta, ci sia stato un ritorno a quei film horror. Quello che ricordo, attraverso i miei cugini, è che c’era una rivista chiamata “Famous Monsters”. Quella rivista era a casa mia da quando ho memoria. I film che ho visto quando ho scoperto L’uomo lupo o Dracula o La moglie di Frankenstein – era prima del VHS, prima del DVD, prima del Blu Ray, prima della tv via cavo – erano in formato Super8. Questi formati sono iniziati negli anni Sessanta, e poi l’altra cosa che ricordo di quando ero bambino erano quei kit con cui realizzavi il modellino di Frankenstein o King Kong, incollavi i pezzi e li dipingevi. Credo che fosse come un ciuccio per i bambini. Alcuni erano davvero cruenti. Mi ricordo il modellino della moglie di Frankenstein, dovevi dipingere un cervello. Erano proprio dei giocattoli fantastici. Erano fatti dalla Aurora, una ditta con sede nell’Illinois. I film in Super8 erano prodotti dalla Castle Films. Credo che ci sia stato un ritorno a questo tipo di film negli anni Sessanta, prima dei miei tempi, e io sono arrivato verso la fine di questo revival perché i bambini con cui sono cresciuto erano i miei cugini più grandi. I miei coetanei non avevano quel rapporto con i mostri. Io ho vissuto la parte finale e ricordo alcuni di quei kit con i modellini (non li facevano già più quando sono cresciuto) e invidiavo mio cugino che aveva la moglie di Frankenstein, che era il modellino più bello da possedere. Sognavo questo modellino perché loro ce l’avevano e io no.
Eri un fan del Silenzio degli innocenti
?
Sì, di Jaws, mi ricordo di aver visto Jaws la prima volta che è uscito, ma Il silenzio degli innocenti, Halloween… mi piacciono tutti i tipi di film ma alcuni di quei film mi piacciono davvero tanto. Il silenzio degli innocenti ovviamente mi piace per Anthony Hopkins.
Qual è la tua opinione sul CGI, e come hai fatto a convincere lo studio a usare il makeup?
Dato che Rick Baker moriva dalla voglia di farlo, non ho dovuto fare una grossa opera di convincimento. Penso che lo studio non avesse alcun problema ad affidare il trucco a Rick Baker. Credo che il CGI possa migliorare un’immagine, anzi sono sicuro che la migliori. Aiuta molto la trasformazione. Riguardo al green screen, è come lavorare su un palcoscenico. Devi far credere che ci sia una finestra, far credere che lì ci sia qualcosa che in realtà non c’è e convincere il pubblico. È parte della recitazione. Quindi non ho problemi con il green screen. Voglio dire, ho fatto un film che si chiama Sin City che è stato tutto realizzato in green screen e mi sono divertito. Mi diverto a fare tutto quello che faccio, tranne avere rapporti con la stampa... Il makeup è Rick Baker. Continuo a fare questo nome ma vedi, il makeup di un sacco di film horror a partire dagli anni ’20 – Frankenstein, La moglie di Frankenstein, L’uomo lupo – era un ragazzo che si chiamava Jack Pierce. L’attrazione verso questi mostri non era dovuta solo al loro aspetto spaventoso, ma anche al fatto che erano affascinanti. Erano davvero fantastici. Frankenstein ha un makeup stupendo. Voglio dire, Boris Karloff truccato è fantastico, ma anche il trucco lo è. E credo che Rick Baker capisca questa cosa più di chiunque altro. Abbiamo avuto un paio di incontri con lui sull’argomento, è stato come se fossimo sulla stessa lunghezza d’onda. Con lui ti trasformi in una tela e gli lasci dipingere la tua faccia. L’unico problema è togliere il trucco. Ci vogliono circa due ore e si può dire che sia doloroso. A un certo punto ho smesso di apprezzarlo mentre cercavo di togliere il trucco, ma poi quando mi ha truccato di nuovo, mi sono di nuovo innamorato di lui. È un rapporto di amore-odio.
Quanto ha trasformato la tua vita e la tua carriera vincere un Oscar?
Mi ricordo molte cose di quel giorno, e credo che mi abbia cambiato parecchio. A essere onesti non so se sarei qui senza quell’Oscar. C’è qualcosa in quel premio che ti fa sentire in grado di camminare in uno studio come la Universal e dire, “Ehi ragazzi, che ne dite se facessi Wolfman?” Credo che l’Oscar ti dia del fegato o qualcosa del genere: ti dà l’illusione che puoi fare tutto. È positivo per gli affari.
Ti sei identificato nella battaglia di Talbot per essere un attore quando suo padre non voleva lasciarglielo fare?
Ho sentito un sacco di persone dire che è un film basato sulla mia vita. Sai cosa dicono su Portorico, nelle notti di luna piena? Sai cosa dicono?
Cosa?
Te lo mostrerò più tardi. Può sembrare che ci siano dei punti di contatto, ma l’elemento “attore” è stato introdotto da Andrew Kevin Walker. Rendere il mio personaggio un attore è una sottile allusione ad Amleto. Nel dramma Amleto imbocca la strada della vendetta per spodestare lo zio che ha ucciso il padre. Così Andrew Kevin Walker ha reso Lawrence Talbot un attore che, quando torna a casa e prova a indagare su quello che è successo al fratello, scopre che c’è di mezzo il padre e dovrà compiere un percorso simile ad Amleto per spezzare la catena. Questa è l’idea. Non è come dire “Ehi, io sono un attore, mio padre bla bla bla…”. Mio papà era un tipo severo e preciso ma è stato anche un genitore presente. Andavo a scuola lontano ma lui era presente. Facevo colazione e cena con lui tutti i giorni. Non è il caso di Lawrence Talbot.
Come è stato il giorno in cui gli hai detto che sei un attore?
È stato quando ho vinto l’Oscar. Non ho avuto bisogno di dirgli nulla.
E lavorare con Joe Johnston?
Sì, beh, all’inizio di questo film avevamo un altro regista. Doveva essere Mark Romanek. Abbiamo fatto due settimane di preproduzione, e a un certo punto Mark Romanek se n’è andato e siamo rimasti senza regista. Il film era già partito e il personaggio di Lawrence Talbot, di cui avevo parlato a Mark Romanek e su cui stavo lavorando insieme a Andrew Kevin Walker, era un po’ più dark. Era un po’ più violento. Era un attore e un eroe riluttante. Poi è arrivato Joe Johnston. Abbiamo organizzato un incontro. Dovevamo trovare un regista piuttosto in fretta e lui aveva abbastanza grinta per saltare dentro e prendere il timone di questo film che era già partito e gli siamo molto grati per averlo fatto. Perciò quando è arrivato, l’angolazione che avevamo con Mark Romanek ha iniziato a cambiare un po’. Credo che sia stata di Joe Johnston l’idea di rendere il protagonista un po’ più nobile, di renderlo un personaggio più onesto o franco. Credo che sia stata una buona idea, specialmente per questi film perché ci sono già così tanti livelli diversi. È un film fantasy. Non vuoi che si trasformi in un dramma. Quindi è arrivato Joe e abbiamo iniziato a lavorare in quella direzione. Era disposto a esplorare. Come attore, sali dal regista e gli chiedi “Ehi, che ne pensi se facessi questo o quello?” E lui è stato molto collaborativo con tutti gli attori. A me ha permesso di esplorare in lungo e in largo e ha funzionato. Quindi mi è piaciuto lavorare con lui.
Qual è stato il tuo processo creativo sulla storia? Hai mai pensato di inserire il pentagramma?
Abbiamo parlato della possibilità che il morso, mentre sanguinava, assumesse la forma di un pentagramma ma poi abbiamo lasciato perdere. Volevamo mantenere le basi del film, dell’originale. È una buona domanda anche per lo sceneggiatore ma quando è arrivato Andrew Kevin Walker gli abbiamo passato la palla e lo abbiamo lasciato fare. Quando è tornato con questa storia cupa tra padre e figlio e il richiamo ad Amleto, ho pensato che fosse molto bella. Ma ha mantenuto il proiettile d’argento, la luna piena e anche il fatto che il proiettile d’argento lo avrebbe abbattuto, un particolare che credo fosse importante per il film. Il mostro, una volta che gli hai sparato un proiettile d’argento, è finito. Non volevamo che il mostro… volevamo che la maledizione avesse una conclusione. Che altro abbiamo voluto mantenere? L’altra cosa che mi è piaciuta del lavoro di Andrew Kevin Walker è il fatto che Lawrence Talbot sarebbe stato più attivo. Credo che nell’originale fosse un po’ più vittima. Nella nostra versione agisce e lotta. Diventa quasi un detective ma quelle erano cose che volevamo mantenere, come anche il fatto che venga dagli Stati Uniti, il che mi ha reso tutto più facile perché non ho dovuto parlare con l’accento inglese. Anche la relazione con Gwen è diventata un po’ più stretta rispetto all’originale. Non mi importa nemmeno di questo. Non mi dà fastidio avvicinarmi a Emily Blunt. Sono stati cambiamenti che ha fatto lo sceneggiatore quando ha preso la palla e ce l’ha rilanciata e personalmente mi sono piaciuti.
Le scene del manicomio sono state frutto di una collaborazione? E quanto è importante per un attore ammettere la propria follia?
Tutta la roba del manicomio, beh, che posso dire? La sequenza del manicomio è stata difficile da realizzare. Questo ragazzo è ricoperto di sangue e viene rinchiuso. Quindi si possono bloccare tutti gli omicidi. Perciò l’idea del manicomio è: dimostreremo che lui non è un lupo mannaro e poi lo impiccheremo o qualcos’altro, quindi è un po’ una prova. L’idea che fossero brutali con lui nel manicomio? ho pensato che avrebbe funzionato. Joe Johnston ha pensato che avrebbe dovuto esserci una scena con l’elettroshock più o meno in quel momento. Il waterboarding era già lì. Era difficile da fare perché ero davvero legato a quella sedia mentre mi immergevano da dietro nell’acqua ghiacciata. Una volta lo facevano. Forse lo fanno ancora. Il mio istinto è stato di gridare. Quindi ho deciso che avrei gridato ma non sapevo cosa significa gridare se sei sottosopra, l’ho imparato nel modo più duro: quando ti stai capovolgendo mentre gridi, la tua bocca è aperta, e tu stai gridando, quindi stai buttando via molta della tua aria e sei a testa in giù, ti si intasa l’acqua nel seno paranasale. Quando ritorni su non hai più aria e puoi solo esalare. Non puoi tirare su col naso, puoi solo fare “AGHHH” ma se provi a mandare dentro l’aria, è tutto intasato. Sono stato fortunato ad avere un buon gruppo di stunt con i quali avevamo concordato un segnale. Se fosse successo qualcosa, avrei fatto un segno, loro sarebbero saltati dentro, mi avrebbero slacciato e mi sarei rigirato… e una volta abbiamo dovuto farlo. Sono arrivato al punto in cui non riuscivo più a respirare. Ho avuto un secondo di panico e ho fatto il segnale. Non potevo neanche muovere la testa perché anche lì ero legato. Non ricordo quale fosse il segnale ma avevamo un segnale. Forse era con la mano o qualcos’altro e loro sono saltati dentro e mi hanno sganciato. Quindi questa sequenza è stata un po’ difficile ma guardando il risultato, credo che abbia funzionato. E la collaborazione con Joe… mi ricordo che abbiamo parlato dell’idea di usare delle droghe sconosciute in modo che io non fossi così coerente e trasmettessi un senso di allucinazione, di sogno, come quando nell’originale c’erano degli incubi. Quindi tutta questa roba è stata incorporata in quella scena del manicomio che pensavo avrebbe funzionato. Mi ricordo la scena in cui nella cella arriva Emily, la visione di Emily, e c’è lo specchio. Mi ricordo di essermi seduto lì con Joe e di aver detto, “Perché non facciamo spuntare anche il licantropo alle mie spalle?” Abbiamo collaborato molto per quella sequenza e alcune cose hanno funzionato.
Hai praticato l’ululato?
No, non l’ho mai fatto perché è molto difficile fare un ululato con i denti. Non puoi prescindere dalla tua bocca. È come avere in bocca un cucchiaio, un cucchiaio di plastica, e cercare di parlare
Come ti senti quando Rick Baker dice che sei già un lupo mannaro?
Lo sono.
Traduzione di Michela Piattelli
| 24 febbraio 2010 | | Di Steve "Frosty" Weintraub |
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