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John Turturro: porterò le Fiabe italiane anche a New York | | Easton, Casella, J. Turturro, A. Turturro, D. Turturro |
Attento ai testi, alla ricostruzione di ambienti e suggestioni, John Turturro non è alla prima prova con un autore italiano. Nato a New York da madre siciliana e padre pugliese, l’attore e regista statunitense in realtà ha sempre manifestato interesse, amore sincero per tutto ciò che è Italia: cultura, storia, espressione popolare. Al punto da essere ad un passo dalla doppia cittadinanza. Quando Francesco Rosi gli propose di interpretare Primo Levi ne La tregua lesse tutte le opere dello scrittore torinese e trascorse molto tempo a Torino per immergersi in luoghi ed atmosfere a lui care. E quando, a Napoli, ha affrontato Questi fantasmi di Eduardo De Filippo, la visse come una esperienza di vita e non solo professionale. Lo stesso spirito scientifico, ma al tempo stesso disincantato con cui, insieme ad un nutrito staff di amici, parenti e collaboratori, ha lavorato alla complessa trasposizione delle Favole Italiane di Calvino.
Ecco le dichiarazioni di Turturro per la presentazione dello spettacolo, raccolte da Federica de Luca.
Per saperne di più:
Com’è nata l’idea?
Come in molti casi della vita, per caso. Salvatore Nastasi, direttore generale per lo spettacolo dal Vivo del MiBAC, ed Evelina Christillin, Presidente della Fondazione Teatro Stabile di Torino si incontrarono due anni fa, casualmente, a New York per valutare i progetti per il 300° anniversario del Teatro Carignano. Io in quel periodo avevo già letto le Favole Italiane, primo dono che mia moglie Kathrine [Borowitz n.d.r] mi fece quando eravamo fidanzati. Ne ero rimasto affascinato. La loro proposta incontrava quindi un mio desiderio. Oggi essere il primo che riesce a mettere in scena Fiabe italiane è un onore che mi è difficile descrivere. Anche perché, prima di me, ci aveva provato il grande Federico Fellini. Negli anni Settanta lui e Calvino si erano incontrati più volte per discutere il progetto, mai andato in porto. Torino mi ha aiutato a convincere la signora Calvino a concedere i diritti, per un anno. Lo spettacolo, dopo Torino, sarà in scena a Napoli e a Milano. Ma non dispero, entro un anno di vederlo anche a New York.
Che rapporto ha con l’opera di Calvino?
Rappresenta una tappa della mia crescita, professionale e umana. Una conquista e una nuova sperimentazione, lo spunto per avvicinare una cultura che mi era sconosciuta e che fa parte di me. E di cui, ad ogni esperienza come questa, sento di riappropriarmi poco a poco. Le Fiabe, come scrisse Calvino stesso nell’introduzione del volume, sono una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi. Sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che segna il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: ricchezza e povertà, innocenza e riscatto, amore e sofferenza, a fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù... E soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste.
Quanto c’è di Calvino e quanto di Turturro c’è in questa produzione? Qual è il rapporto con il testo originale?
È questa la vera sfida di questa produzione, l’aspetto più complesso. Le favole, per quanto brevi, non potevano essere messe in scena una dopo l’altra. In realtà si tratta di una libera ispirazione alle fiabe aeree di Calvino plasmate alle favole grevi di Giambattista Basile e a quelle di Giuseppe Pitrè. Una delle priorità è stato puntare ad un equilibrio che non svilisse l’essenza dei testi originali, preservandone magia e ferocia realistica. Insieme al tentativo di tradurre teatralmente testi non pensati per questa forma di spettacolo in una formula capace di tenere la gente sveglia, attenta al filo di vicende in cui lingue e dialetti si mescolano, intercalati da musiche e canti popolari.
Perché certe fiabe e non altre? E come sono state sviluppate per renderle un testo drammaturgico?
Abbiamo fatto una selezione delle fiabe [leggi l'elenco dei titoli] e, su un canovaccio basato su due di esse, abbiamo intessuto trame e personaggi di sei racconti che per temi e situazioni potessero avere un significato, una simbologia universale. I protagonisti sono Antonio, personaggio chiave di Ari-ari, ciuco mio butta denari e Il racconto dell’orco, un giovane immaturo e sognatore che non coglie come la realtà sia dura e lontana dal suo mondo di fantasie; e Francesco, il ragazzo storpio di Salta nel mio Sacco che viene abbandonato dai fratelli. Due ragazzi che ricevono da due benefattori oggetti dai poteri magici, in grado di aiutarli nel corso della loro vita, ricca di incontri straordinari, di figure reali e fantastiche e di situazioni pericolose. Solo uno dei due riuscirà a sfruttarli al meglio, per sé e per gli altri. La cornice del viaggio ci ha permesso di incastrare altre storie nate in varie regioni italiane. Dove situazioni e personaggi si fanno eco gli uni con gli altri. E in questa nostra narrazione, le anime dei due protagonisti finiscono per incontrarsi… Una “combine” che, nella trasposizione drammaturgica, mi ha visto lavorare fianco a fianco con mia moglie Katherine Borowitz, Carl Capotorto e Max Casella (prossimo all’esordio nella serie Boardwalk Empire prodotta da Martin Scorsese ). Le cose sono venute via via. Sarebbe stato bello scegliere una storia per regione, al di là dei dialetti, ma questo ci avrebbe costretti a fare un lavoro troppo lungo. Il risultato é un intreccio di storie in un’unica sessione, che restituisce la meraviglia e la magia di racconti pieni di grazia e al tempo stesso umili, specchio di un’Italia senza confini, un continente più che una nazione.
Che idea si è fatto dell’Italia leggendo le favole?
Per l’Italia, come per qualsiasi altro Paese, mi rendo conto che più stai in un posto più comprendi che ne sai ancora poco.
Perché teatro e non cinema?
Il cinema, come il teatro, fa parte di me. In questo caso, ho colto l’opportunità che lo Stabile di Torino, insieme a quello di Napoli e al supporto del MiBac, mi hanno dato prima ancora di avere un progetto concreto, scritto. Un atto di fiducia non comune e che, contrattualmente parlando, a priori forse non mi sarebbe stata data in altri Paesi. America compresa.
| 25 gennaio 2010 | | Di Federica de Luca |
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