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INTERVISTA

Terra Madre di Ermanno Olmi

un percorso poetico per comprendere e combattere la crisi dell'economia agricola

La crisi economica di quest’anno ha sconvolto i destini di tutto il mondo. Le nazioni, sia dell’emisfero occidentale che di quello orientale, riflettono da mesi sulle possibili soluzioni per risollevare le sorti dell’economia nei vari settori del nostro sistema. Il tema della crisi dell’agricoltura e dell’abuso delle nostre risorse naturali sembra essere stato accantonato. Eppure viene da chiedersi: come ci si può scordare dei bisogni primari dell’essere umano? Come ci si può dimenticare che il cibo è un elemento fondamentale per la nostra sopravvivenza? L’associazione Slow Food ha ben chiare queste problematiche e si sta muovendo in tutto il mondo per affermare una soluzione ideale alla crisi dell’economia agricola: riscoprire l’amore per la terra. Utopia? Missione impossibile? Assurdità? Il magistrale film documentario diretto da Ermanno Olmi “Terra madre” in uscita nelle sale il 6 maggio e già presentato alla Berlinale a febbraio, riesce in maniera spettacolare ad accompagnare le testimonianze più accattivanti di un incontro svoltosi a Torino su scala mondiale, intitolato appunto Terra Madre (meeting mondiale tra le Comunità del Cibo), a un percorso tra le terre di chi ancora ama nutrirsi bene portando enorme rispetto al suolo generoso da cui trae i germogli necessari al suo sostentamento. Slow food è diventata nel 1989 una associazione internazionale. Nata a Bra, oggi conta
86000 iscritti, con sedi in Italia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Francia, Giappone, Regno Unito (in ordine di costituzione) e aderenti in 130 Paesi. Slow food Significa dare la giusta importanza al piacere legato al cibo, imparando a godere della diversità delle ricette e dei sapori, a riconoscere la varietà dei luoghi di produzione e degli artefici, a rispettare i ritmi delle stagioni e del convivio. Il regista presenta il suo film insieme al presidente e fondatore dell’associazione Slow Food, Carlo Petrini.



Il documentario e il meeting Terra Madre


ERMANNO OLMI: Vorrei subito precisare una cosa: questo non è un film di Ermanno Olmi, ma un film dove molte energie si sono concentrate e dedicate a questa operazione, primo tra tutti Franco Piavoli, il quale ha fatto quella magnifica narrazione virgiliana dell’orto; virgiliana, ma al tempo stesso con l’odore quasi palpabile della terra. Quindi, questo film non è stato pensato prima nella sua struttura, nel suo impianto di comunicazione. È nato da un percorso molto libero, nel quale c’è stata la disponibilità da parte di tutti noi a osservare delle realtà che, viste separatamente hanno un loro senso, ma una volta accostate, acquistano un senso maggiore. Sono tante realtà che, se fatte dialogare tra loro, ci danno un’idea più complessiva e quindi la possibilità di capire meglio qual è il nostro rapporto oggi con la terra. Non abbiamo cercato nulla di sensazionale, sono notizie quasi da telegiornale. Però la sensazionalità qualche volta distoglie e distorce il vero significato di certe realtà. Se invece le osserviamo nel loro minuto della quotidianità, ecco che queste realtà si rivelano davvero per quello che sono, così come per la vita degli uomini. Se vediamo uno che ha commesso un delitto o ha compiuto un’azione straordinaria, considerando soltanto quell’occasione, è chiaro che non avremo mai la possibilità, non dico di dare un giudizio, ma di avere un’idea di chi è e di che cos’è quell’uomo. Noi abbiamo fatto proprio questo: abbiamo cercato queste realtà quotidiane e, accostandole insieme, diamo modo di avere un’idea complessiva e meglio leggibile del nostro rapporto con la terra e di quanto la terra sopporta il nostro rapporto.

Banca delle sementi alle Svalbard
CARLO PETRINI: devo ringraziare Ermanno per l’aiuto che ha dato alla causa di Terra madre. La genesi di questa avventura risale al 2004 – 2005, quando, dopo la prima edizione di Terra madre, sentivamo l’esigenza che venisse comunicato questo evento, il quale aveva già una sua comunicazione, ma non rendeva l’idea del clima di mera intelligenza affettiva tra queste persone che si incontrano e, nonostante parlino lingue diverse, si capiscono. Il mondo contadino ha una sorta di filo rosso che lo unisce.
Quindi, quando grazie a Luciana Castellina sono riuscito a incontrare Ermanno e gli ho presentato questa realtà, lui si è attrezzato, è venuto e mi ha dato l’impressione che non si sarebbe limitato a rendere questa cosa enorme mera cronaca, visualizzando semplicemente l’evento.
Oggi sono quasi 4000 comunità che vengono da 153 paesi del mondo e quindi realizzano nelle singole realtà quell’economia locale e quella difesa della bio diversità e dei saperi contadini in maniera tangibile. Però non erano mai state messe in rete e meno che meno avevano avuto l’opportunità di interagire tra di loro. Anche le grandi organizzazioni che lavorano in questo senso, come la Fao, mettono insieme i potenti, mai gli umili, perciò è molto bello vedere queste persone partite dalla Pampa argentina o dalle montagne del Tibet, mai uscite prima dai loro villaggi, dopo ventiquattro, quarantotto, in alcuni casi settanta ore di viaggio arrivare a Torino e, dopo un primo momento di sbigottimento, cominciano a parlare tra di loro, portando da casa quello che è il grande valore di Terra madre: l’autostima. Finalmente gli si riconosce che fanno un lavoro preziosissimo, che tiene in piedi certi sistemi di valori. Mai come in questo momento le tre crisi convergono: quella energetica, quella ambientale, quella finanziaria e tutte e tre determinate dalla nostra avidità, per cui questa gente non ha da imparare niente da noi, ha già una buona pratica.


Dopo questo appuntamento del 2006 ci sono stati due anni di gestazione dove ogni tanto chiedevo: Ermanno come va? Ma lui non diceva neanche una parola, quindi io stesso ho avuto il piacere di vederlo proprio pochi giorni prima che andasse a Berlino. Ha messo insieme un puzzle di realtà e di sensazioni straordinarie. Posso dire che per questo movimento importante, aprirà la prossima settimana, il 6, la rassegna Slow food on film che si tiene a Bologna, con decine e decine di documentari, film, corti, tutti centrati sulle questioni della nutrizione, dell’agricoltura e della difesa degli ecosistemi e sarà anche una specie di contro-altare rispetto a tanti film di denuncia. In quell’occasione si presenta, forse per la prima volta in Italia, Food inc che è stato fatto da nostri soci di Slow food in California ed è una denuncia durissima capace davvero di prendere, coinvolgere. Questo ha un taglio diverso, non è un film militante, è poesia e allo stesso tempo riflessione, magari anche speranza e modo di riflettere. Per quel che mi riguarda, la cosa che mi ha sconcertato di più è questa mezz’ora finale: fantastica, quasi scioccante perché ti prende nelle viscere e ti riconduce ai ritmi della terra, che sono slow! Che ci piaccia o no, una melanzana per venire fuori ha bisogno del suo tempo, così come la carota, la patata, il grano, il mais, il riso e vedere senza musica, senza parole, solo con l’inquinamento acustico dell’aereo che passa, tanto per far capire che è un filmato dei nostri giorni, l’ho trovata un’idea mozzafiato. Anche a Berlino ha lasciato tutti conquistati da questa mezz’ora. Noi vogliamo che questo film, oltre a un circuito normale, possa tornare alle sue comunità, perché le nostre hanno tutte internet o il lettore DVD, perciò vogliamo dare il senso di un messaggio universale di riflessione, di rispetto, di attenzione verso la dignità di questo mondo, che parla poco, che non ostenta nulla, ma che è, mai come in questo momento, un indicatore interessante e utile per le scelte che noi dobbiamo fare. Per il resto, se sono rose fioriranno, certo è che Terra Madre è una delle realtà più interessanti proprio per questa articolazione che io amo definire austeramente anarchica. Non ha bisogno né di essere governata, né di avere una struttura, né dei leader. Vanno per conto loro, sanno già cosa fare, l’importante è che non si sentano soli e che siano una comunità di destino, che si esprime anche senza organizzazione.

Vandana Shiva attivista e ambientalista indiana
Ogni volta che cominciamo a sentire che la situazione è drammatica, che siamo davanti a situazioni di scelte epocali, una comunità di destino che abbia una buona pratica, e loro ce l’hanno, può diventare un elemento significativo.Siamo riusciti a far aprire l’orto alla Casa Bianca e quando ce l’ha detto la nostra vice presidente Alice Water, la quale prima aveva parlato con Hilary, senza che l’elettroencefalogramma si muovesse di molto. Invece Michelle promise che avrebbe aperto e, credetemi, quell’orto sta piantando su un bel casino, non per l’orto in sé, perché non risolverà certamente la questione alimentare della Casa Bianca, ma dal punto di vista simbolico è molto importante perché il ritorno all’orto, e noi lo vediamo con i bambini, è una cosa strepitosa.


L’individualismo democratico degli ortolani di civiltà

ERMANNO OLMI: Mettiamo a confronto due episodi: l’orto finale e l’orto di quel personaggio davvero strano, ma nient’affatto fuori da una rigorosa logica di rapporto uomo e terra. Nel momento in cui Petrini e gli altri sono entrati in quel podere, hanno rivelato immediatamente una differenza abissale, tanto che le loro prime parole sono state: che meraviglia! Come se riscoprissero una realtà oramai cancellata dalla faccia della terra. Come mai questo personaggio ha lasciato in eredità a noi una situazione che Carlo Petrini non ha esitato a dire esemplare, tanto che si svolgerà lì il primo presidio di Terra madre nel mondo? Avete visto in che condizioni viveva, non miserabili, ma che mettevano l’uomo e la terra sullo stesso piano. Si è accennato al francescanesimo: non è forse una sorta di san Francesco quel signore lì? È chiaro che nessuno di noi adesso pensa di poter fare il san Francesco degli orti, ma riguardo al rischio di ricadere in quella condizione pericolosa dettata dall’individualismo io dico: se la democrazia se non fosse fatta di tanti cittadini che coltivano l’orto in questa modalità civile, noi non avremo la democrazia. Sarebbe importante avere tante persone che si mettono in relazione con la terra anche senza coltivare l’orto, basta avere un amico che coltiva la terra, andarlo a trovare e ascoltare cosa fa, io credo che per capire il modello della democrazia noi dovremmo farci tutti ortolani di civiltà.


CARLO PETRINI
: c’è una motivazione tecnica per il fatto che alcune tematiche sono state tralasciate: è una questione anche di spazio, non potevamo mettere tutto in un documentario. Manca il discorso dell’acqua, degli OGM e degli animali. Se avessimo preso quell’aspetto lì sarebbe stata anche una bella presentazione di tutte le tematiche, ma non avrebbe colto il senso, né l’efficacia del documentario. E poi, questo è il taglio di un intellettuale che ha fatto di questo linguaggio la sua storia civile e culturale. Sono molto d’accordo sul discorso degli ortolani di civiltà. Probabilmente siamo in una fase storica in cui i comportamenti individuali e la responsabilità individuale può diventare significativa, perché quello che tutti avvertiamo è la mancanza di democrazia partecipativa: non contiamo più niente. L’economia ci passa sopra, la politica sceglie già quali sono i nostri candidati e l’economia meno che meno. Dove si realizza l’economia partecipativa? Nell’economia locale, dove l’individuo ritorna a essere partecipe e in qualche misura anche gli orientamenti individuali dei cosiddetti consumatori, che io non voglio più definire tali, bensì co-produttori o ortolani di civiltà; soggetti attivi che con le loro scelte sono in grado di cambiare anche la politica. È questa la grande speranza che noi abbiamo perché siamo delusi dal fatto che la politica non ci dà delle risposte forti da questo punto di vista. Quindi, non è una regressione andare verso una dimensione individuale, ma la coscienza che se noi non partiamo da noi stessi, il mondo non cambia. Ci sono tanti predicatori che sollecitano movimenti eccetera e poi non parte mai niente, invece io penso che una grande scommessa sia questa. In questo particolare momento su certe tematiche la politica non c’è ancora. L’agricoltura continua ad essere una cella miserevole della politica, di questo non si parla, neanche in questa campagna elettorale. Noi stiamo vivendo una frase storica simile a quella della caduta dell’impero romano, il quale non è caduto di colpo, ma ci ha messo due o tre secoli. In questo periodo, Roma imperiale, continuava a legiferare. Peccato che la gente non lo ascoltasse più e non riuscivano più neanche ad andare in periferia. Cosa nasceva in embrione? Nascevano le pievi: si organizzavano, eleggevano il loro curato, portavano avanti la pratica, che poi è il nucleo sul quale si è basata la grande civiltà dell’era comunale e della partecipazione. Io penso che siamo in questo mondo qui: la Roma imperiale dell’economia e della politica continua a parlare, legiferare, ma ci sono nel mondo tante pievi che praticano questo modo d’essere partecipativo.


I mutamenti della campagna secondo Olmi


C’è un dato preciso che ci fa capire come l’agricoltura si è trasformata. Fino a un certo punto la terra era in funzione della sopravvivenza o di una famiglia o di una comunità. Nel momento in cui si sono presentate sulla soglia della storia alternative di tipo economico come il mondo industriale, la grande fuga dalle campagne per andare nelle fabbriche, il mondo contadino ha dovuto compiere questa radicale trasformazione: non lavorare soltanto per la propria sopravvivenza, ma lavorare per il mercato. Dal momento in cui lavori per il mercato si innesca una logica completamente diversa, la logica di profitto. È legittimo, ma quando tu spingi questa logica del profitto legittimo con un pedale che arriva ad essere la cultura estensiva e i sistemi industriali ecco che la campagna comincia a gridare le sue proteste e non sono soltanto i ghiacciai che si sciolgono, ma l’elenco di questa denuncia lo conosciamo tutti.
Quando in secoli lontani l’uomo cominciò a scoprire la possibilità di costruirsi degli arnesi, è chiaro che il suo lavoro venne facilitato, si garantiva meglio la propria sopravvivenza. Oggi la campagna ha a disposizione strumenti, tecnologie di grande sollievo per la fatica fisica. Questo non ci deve indurre in tentazione, perché nel momento in cui le tecnologie nuove ci consentono di portare la soglia di sopportabilità della terra al di là di una sopportabilità sostenibile permettendoci di guadagnare di più, siamo stupidi se non ci rendiamo conto che a lungo termine guadagneremo di meno. Un esempio: quando io da bambino guardavo un campo arato, vedevo la natura così come la natura gradisce essere. Adesso si ara con delle macchine e trattori potentissimi a settanta – ottanta centimetri di profondità sconvolgendo completamente quegli equilibri che alla fine danno al prodotto agricolo la sua specificità di bontà. Questo, solo per la trasformazione meccanica dell’utensile. Fino a quando gli aratri erano di legno con la piccola punta di ferro, si arava per arrivare  all’humus, nel quale avviene il miracolo della rigenerazione della vita e si trova solo a trenta quaranta centimetri, non di più. Perché si scende a settanta centimetri?



Ormai la terra non è più terra, ma un supporto che va stravolto nel vero senso della parola, poi, alimentato con supporti chimici
. Quindi, il terreno è diventato una parte di un processo produttivo in cui la terra è soltanto una delle componenti, non la condizione irrinunciabile e ideale. Oggi, tornando in campagna, non vedo più quei campi arati e tutto quello che ne consegue. La prima volta che ho fatto il sopraluogo nella cascina dove ho girato L’albero degli zoccoli, abbandonata e quasi fatiscente, c’era lì un deposito di contenitori di plastica il cui contenuto veniva poi sparso sul terreno. Arrivavano i contadini, proprietari della cascina, mascherati come gente che va nello spazio, perché dovevano procurarsi tante difese da ciò che mettevano sulla terra, quasi fosse questo un beneficio. Ma dovendosi mascherare a questo punto non viene da pensare che prima o poi questo veleno che metti nel terreno ti ritornerà addosso? Con quali maschere ci presentiamo noi oggi alle tavole dove vengono serviti prodotti di questo tipo? C’è un dato per me sconvolgente. Quell’uomo di Meolo, quel contadino strambo, che strambo non era, aveva una dieta rigorosamente vegetariana per quello che il suo podere poteva dare: i grassi erano le noci, i frutti, le verze. Scienziati della alimentazione hanno decretato che l’alimentazione di questo signore è quella ideale per il corpo umano. Perché? Hanno fatto questa constatazione: nel suo corpo, nel momento in cui il cibo veniva ingerito dallo stomaco passava nell’intestino, dove avveniva un processo di fermentazione per assimilare gli elementi nutritivi. Nel suo intestino avveniva questo, mentre nel nostro, coi prodotti modificati (parola molto prudente) con conservanti vari, il processo non è più di fermentazione, ma di putrefazione. Vuol dire che mangiamo per generare un processo di morte dentro di noi. Se noi dicessimo queste cose, che io non ho messo nel film per non distogliere lo spettatore quieta, serena, equilibrata di realtà che sfilavano davanti al suo sguardo, potremmo avviare questo discorso come conseguenza della politica di quegli attivisti della democrazia che fanno dell’orto un fatto di civiltà.


Le soluzioni alla crisi agricola secondo Petrini

Non vorrei che la piega fosse quella di analizzare questo lavoro come il ritorno al tempo antico non praticabile, non sostenibile anche dal punto di vista dell’economia locale. Noi oggi abbiamo un grande problema: la fertilità dei suoli sta morendo, proprio perché i prodotti chimici stanno distruggendo l’humus. Il problema dell’acqua è stato sottolineato prima. Siamo davanti alla situazione dei nostri campi che è veramente compromessa e sta generando nuova miseria. I giovani scappano.  L’attenzione che vogliamo riproporre non è quella di tornare al tempo antico, ma di tornare ad un rapporto con la terra madre con la natura e l’agricoltura che sia più consone ai nostri ritmi di vita, al rispetto degli eco sistemi, alla bio-diversità che è minacciata. Stiamo perdendo specie genetiche di frutta, di verdura, di razze animali, tutto per quel produttivismo sfrenato che non rende più. Siamo arrivati alla fine.
Parlare di economia agricola di piccola scala rigenerata anche qui, nel nostro occidente, significa passare a un’agricoltura con diverse funzioni che può rendere di più, può convincere i giovani a tornare a fare una vita buona, sana, per avere gratificazioni finanziarie e anche esistenziali. Non è una chimera, perché altrimenti sarebbe come se due persone fuori dal mondo parlino di com’era bello un tempo antico senza avvicinarsi all’attualità. Invece è attualissimo!! Di estrema modernità. Vi raccomando di rispettare questo Ernesto, non dicendo che lui è un esempio, ma perché lui in maniera austeramente anarchica ha fatto quello che voleva fare. Non necessariamente lo portiamo come esempio. Pur essendo stato da più parti considerato matto, ci consegna un ecosistema dai risultati tecnico scientifici strepitosi per la natura dei suoli, come ha dichiarato l’università di Padova dopo l’ultimo sopraluogo. Ci ha lasciato quel ricordo lì, quell’elemento lì. 



Ritornare al governo del limite ha senso fino a un certo punto, passato il quale ci si fa dei danni da soli. Noi abbiamo superato quel punto, l’agricoltura ampiamente.
Le stesse economie di sussistenza dei contadini di terra madre sono state vilipese da un’economia canaglia che dice “ma cosa dici, povero sfigato del terzo mondo”. Innanzitutto è ancora l’economia di sussistenza che risponde alla fame e, allo stesso tempo, in quell’economia di sussistenza o del governo del limite noi troviamo la ragion d’essere di una nuova agricoltura. Questa è modernità, perché se noi leggiamo questo elemento qui realizzato con mano poetica, virgiliana, lo prendiamo pari pari e lo riproponiamo è certo che poi parte il miserere che dice “ma voi siete fuori dal mondo, ma chi può permettersi di fare come quello lì…” non è questo quello che dobbiamo dire, è un’altra cosa, possiamo dire che è di estrema modernità ritornare ad avere memoria. Senza memoria non c’è futuro e senza rispetto e senza governo del limite la terra madre si ribella e lo sta già facendo perché non c’è più fertilità dei suoli, questo è vero, non è fasullo. La domanda del biologico, che oggi viene avvertita da molta gente che lo vuole, guai a noi se diventa un prodotto di elite, guai a noi se diventa l’esclusività dei ricchi, poiché è diritto di tutti. Allora dobbiamo pretendere che si mangi bene negli ospedali, nelle case di riposo, che ci siano prodotti di qualità, prodotti di un’agricoltura di questo tipo, ma lo deve essere. È questo il messaggio che dobbiamo avere la forza di dare. Non siamo cultori del bel mondo antico, ma lo guardiamo con rispetto, attenzione e affetto, ma nello stesso tempo nelle pieghe cerchiamo di capire che c’è anche il nostro futuro.


Gli orti scolastici e la riconquista dei giovani

Oggi la rete degli orti si sviluppa in tutto il mondo. In Italia siamo partiti un po’ in ritardo, ma stiamo recuperando perché solo nel 2008 ne abbiamo aperti 200 e stiamo continuando. Lo spazio non deve necessariamente essere grande e quando il corpo docente si affeziona alla cosa, coinvolge i nonni, perché molti di loro sono contadini o simili. In questo modo viene a crearsi un dialogo intergenerazionale. La scuola può partire da questi elementi per fare scienza, storia, ecologia con risultati impressionanti perché i bambini sono straordinari. Non c’è nessun elemento educativo più importante di quello. Il bambino da come accudisce e da come cura la pianta che cresce, ha un momento di grande educazione, per cui, se bisogna ragionare su un ritorno alla terra e non farcela troppo complicata, l’orto è molto semplice. Addirittura si pongono dei problemi: cosa ne facciamo di questa roba qui? La portiamo a casa, la mangiamo a scuola o andiamo a venderla al mercato? Un bambino non ha nemmeno questo meccanismo, perché ormai, specialmente nelle grandi città, il meccanismo produttivo o di assimilazione avviene attraverso i grandi supermercati. Non ha mai visto come cresce una lattuga o altri ortaggi.


Nel centro di San Francisco, abbiamo una ventina di orti anche nella parte ispanica, quella più povera. Abbiamo fatto una battaglia bellissima perché c’era un enorme parcheggio asfaltato e con la richiesta e altre formalità ne hanno disasfaltato un pezzo per fare l’orto, per il quale è sufficiente poco spazio. Quindi, anche gli orti urbani sono elementi possibili, grandi momenti di educazione pratica. Fosse per me reinserirei l’economia domestica nella scuola, per esempio. Quella vecchia! Ma non solo alle femmine, economia domestica per tutti! Sempre in California, ma anche a New York stanno già nascendo le editor school: il prodotto editabile fatto dai bambini.
Io, poi, sostengo che questa straordinaria città, che ha la fortuna di avere questo parco agricolo immenso, debba ritornare a fare in modo che sia il vero tesoro di Milano l’agricoltura di prossimità, quella storica di una grande civiltà, quella lombarda dell’agricoltura che era funzionale e quindi ristudiare un nuovo rapporto città – campagna.



30 aprile 2009 Di Anna Zizola


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