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HOME | sabato 11 febbraio 2012 |
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Intervista ad Amos Gitai
 | | Amos Gitai | Uno dei maggiori registi della contemporaneità: architetto, scrittore, opinionista, interprete della complessità dei nostri tempi, punto di riferimento intellettuale, e non solo per la cinematografia internazionale. Nell’intervista, che ci ha rilasciato a Mantova, molti gli spunti di riflessione sulla complessa realtà del Medio Oriente e sulla necessità di una libera informazione.
House è stato il suo primo film e il suo ultimo ritorna ancora in quella stessa casa (News from Home/News from House, presentato all’ultimo Festival di Berlino). Da che cosa nasce questa circolarità del suo lavoro?
Credo che la situazione spinga a fare cose che si possono definire circolari o cicliche.
C’è una specie di palcoscenico, che è questa casa, nella quale si muovono dei protagonisti che hanno degli interlocutori, palestinesi o israeliani, e ognuno racconta pezzi, frammenti della sua biografia. Il film ricompone questi terribili frammenti e le memorie di ciascuno, le storie di coloro che hanno vissuto in questa stessa casa a Gerusalemme.
Fino al 1948 la casa apparteneva a una famiglia palestinese, poi il governo israeliano l’ha assegnata ad una ebrea che veniva dall’Algeria, infine un economista israeliano l'ha acquistata e l’ha ricostruita.
Questa casa diventa così una sorta di parabola, di metafora del rapporto tra israeliani e palestinesi: credo che in questa regione, la cui realtà è spesso distorta dai portavoce ufficiali e dai media internazionali, sia utile presentare la situazione attraverso la semplicità degli oggetti che creano una sorta di microcosmo (che in questo caso è rappresentato dalla casa) e osservare i rapporti tra le persone per mezzo di questa particolare lente.
È l'unico modo per capire la realtà e i diversi punti di vista. Credo che, come spesso accade, la realtà sia contraddittoria e dialettica e la si possa decifrare solo se si presentano i personaggi nella loro complessa umanità, al di fuori delle caricature, dei cliché e degli stereotipi.
 | | da House | Per House, i problemi con le autorità israeliane le erano derivati soprattutto dal linguaggio che metteva in bocca ai palestinesi e che era la dimostrazione della cultura di questo popolo. Crede che le divisioni tra israeliani e palestinesi nascano anche da fratture culturali? E non pensa invece che la cultura condivisa potrebbe essere un punto d’incontro?
Credo che in realtà ci siano meno divisioni di quello che si pensi. Se immagino un incontro tra un ufficiale dell'esercito israeliano con uno palestinese e lo confronto con quello che poteva essere quello tra francese e un tedesco o tra un francese, un tedesco e un italiano subito dopo la seconda guerra mondiale, penso che tedeschi e francesi dovessero essere guidati da un rigido protocollo molto formale a cui si attenevano alla lettera.
Israeliani e palestinesi invece, dopo cinque minuti di discussione, di certo si lascerebbero andare a dire tutto il male possibile dei loro rispettivi leader: ognuno insomma si lamenterebbe del proprio! E poi andrebbero a mangiare insieme l’humous: i rapporti sono meno duri di quanto si pensi e credo che spesso sia solo un problema di percezione occidentale di questo conflitto di cui si parla appunto unicamente in termini "occidentali".
 | | da House | Ma la guerra c'è davvero...
Certo c’è un conflitto. Credo che il Medio Oriente abbia una sorta di desincronizzazione della Storia. In Europa per interi secoli ci sono state nazioni che si sono costituite e che hanno definito le loro frontiere attraverso guerre feroci e brutali.
Mi piace molto il punto di vista di Martin Scorsese e come lo presenta in Gangs of New York perché mostra come la “grande America” si sia formata su lotte selvagge.
Ora l’Europa ha raggiunto un equilibrio, ma in passato ha bruciato tutte le coordinate della civiltà, ha fatto barbarie inimmaginabili e, anche recentemente, ha prodotto le più terribili crudeltà che mai si siano viste a memoria d’uomo.
Eppure l'Europa si pone ora come giudice severo dei singoli popoli del Medio Oriente. La critica è giusta, ma fermiamoci un attimo, cerchiamo di avere il senso delle proporzioni!
Insomma penso che questo conflitto nasca dall’emergere delle singole nazioni. Sotto l’Impero ottomano la Palestina era una regione ottomana, non uno Stato. Gli ebrei non c’erano ancora e tutta la zona era parte dell’Impero. In considerazione di questo e in fase di configurazione delle nuove situazioni createsi, nasce il conflitto. Spesso gli esseri umani non sono razionali, non sanno costruire pacificamente delle confederazioni e convivere in pace, hanno bisogno di fasi di passaggio cruente (quelle che gli europei hanno già attraversato).
Amos Oz mi ha recentemente detto che secondo lui il rapporto israelo-palestinese si basa su una mentalità tutta nostra. Si avrà un accordo, ma ci si deve arrivare attraverso una estenuante contrattazione come avviene nel suk. All' “how much?” dell'uno, l'altro risponde sempre con una cifra troppo alta, poi si contratta animatamente fino a raggiungere un punto di equilibrio. Questo pezzo di terra è mio! No è mio... E anche nel suk si usa il coltello!!
Certamente non è un atteggiamonto glorioso, ma è necessario collocare le cose nel loro ambito e all'interno di una precisa mentalità.
In questa guerra basata da una parte sull’esigenza di autodeterminazione del popolo palestinese e dall’altra sull’eredità di una storia dolorosa, bisogna avere la capacità di dare delle proporzioni al problema.
 | | da Kippur | Ci chiarisca meglio questo concetto.
La recente guerra della ex Jugoslavia, e siamo al centro dell’Europa, è durata quattro anni, così come la seconda intifada. Ora facciamo un paragone: 250 mila morti in Jugoslavia, tremila in Medio Oriente.
Nella ex Jugoslavia si sono verificati stupri di massa, nella guerra israelo-palestinese non c’è stato nessun palestinese che abbia stuprato una donna israeliana e nessun israeliano che lo abbia fatto con una donna palestinese. Le due società, che hanno frontiere invisibili, nel loro inconscio collettivo sanno che un giorno o l’altro dovranno trovare un modus vivendi di coesistenza e ci sono cose che sanno bene che non vanno fatte. Questa è una cosa che non va dimenticata.
La guerra nella ex Jugoslavia è stata ben più feroce e brutale, ma i mezzi di comunicazione di massa ci hanno dato e ci danno un quadro molto diverso della realtà.
Circa quella guerra, televisione e giornali europei hanno rapidamente deciso chi fossero i buoni e chi i cattivi e a quel punto il conflitto era meno "interessante", per noi invece la realtà è molto più complessa ed è stata trasformata in una sorta di telenovela.
Adesso è necessario raffreddare gli spiriti, bisogna condannare la guerra in sé perché è una forma di regressione, ma bisogna anche saper dare le giuste proporzioni alle cose.
Credo che noi, e parlo di israeliani e di palestinesi, non si sia mai arrivati al peggio della ferocia (e spero che non ci si arrivi mai). Ora c’è una resa dei conti, ma si è capito che un giorno si giungerà a una forma di coesistenza, si costruirà un dialogo e la cultura potrà avere un ruolo importante. Ecco, finalmente sono arrivato a rispondere alla sua domanda.
Gli spazi e il paesaggio hanno molta importanza nella sua cinematografia: spazi ampi o circoscritti (la casa, l’elicottero), esterni o interiori.
 | | da Free Zone | Ho sempre avuto interesse per il paesaggio, non solo per quello inteso in senso bucolico, ma anche per quello urbano. Gabriele Basilico, mio grande amico, è un fotografo straordinario che lavora sul paesaggio industriale e urbano. Il suo lavoro è unico perché sa mostrarci le masse delle grandi città con particolare intensità, dandone una rappresentazione universale: Beirut non è così lontana da Tel Aviv, da San Paolo, da Milano e questo tessuto è un linguaggio visivo comune.
Il paesaggio, costruito o no, è per me molto interessante in ogni film. Come regista di narrazioni voglio trasporle su precisi paesaggi e viceversa produrre testi che documentino il paesaggio, costruendo elementi visivi su testi scritti.
Qual è il rapporto tra documentario e fiction? Nei suoi film talvolta si intrecciano.
Nel libro recentemente edito in Italia da Bruno Mondadori [Serge Toubiana - Il cinema di Amos Gitai. Frontiere e territori - Bruno Mondadori, ndr] dedicato alla mia cinematografia, si parla molto di questo aspetto. Per me il documentario è una forma di archeologia, perché il lavoro maggiore è quello di scavo che va fatto senza distruggere gli oggetti, ed è molto delicato: si parla, ma bisogna che la parola non nasconda mai il contesto in cui è collocato il personaggio. Non bisogna costruire una coreografia, il mio compito è quello di osservare e di registrare, non di modificare la realtà. Non credo al documentario "alla Michael Moore" che ha selezionato che cosa riprendere partendo da un preciso punto di vista, il suo, facendo in questo modo della fiction. Si può essere d’accordo o no, si può fare dell'opposizione a Bush, ma mai attraverso la manipolazione attuata ad esempio con il montaggio, perché credo che per fare un discorso coerente, bisogna mostrare, nei discorsi e nei personaggi descritti, le contraddizioni esistenti. Per me è importante presentare l’essere umano, che è contraddittorio e non pre-programmato, pre-fabbricato, pre-simulato in una visione orwelliana della realtà, nemmeno per una buona causa.
Il documentario è osservazione delicata, la fiction invece nasce da un punto di vista, è più autoriale e costruita. Ma anche in film di fiction come Kippur o Terra promessa vi sono elementi documentaristici anche se esiste una regia. Io rifiuto in ogni caso un tipo di messinscena troppo falsa che renda il film un vero prodotto da marketing, costruisco la regia ma le riprese partono proprio quando questa è come se mi sfuggisse di mano, anche se la cosa potrebbe sembrare una contraddizione.
 | | da Kadosh | Circa Kadosh, mi piacerebbe che parlasse del suo rapporto con Eliette Abécassis, autrice di Ripudiata.
Il libro è venuto dopo il film. Io non sono né tradizionalista né religioso, mentre lei lo è e la sua collaborazione alla sceneggiatura è stata preziosa perché conosceva bene i riti e i costumi della tradizione ebraica e inoltre lavorare insieme è stato piacevole. Ricordo di averle detto che non doveva dimenticarsi di difendere il ruolo delle donne (anche se la donna è lei e io l'uomo), ma a Eliette interessava soprattutto difendere la religione e aveva un punto di vista molto diverso dal mio.
La donna in tutti i paesi, non solo in Medio Oriente, ha ancora problemi di parità con l'uomo. Lei pensa che il ruolo della donna in una società sia anche il segno del livello di civiltà raggiunto?
Mia madre era una donna laica, fiera di essere ebrea, assolutamente non religiosa, molto moderna e autonoma e mi ha sempre detto: “attenzione! le società che non trattano correttamente le donne sono condannate”, frase che mi ha ispirato in tanti film.
Ora mia madre è morta e le edizioni Gallimard stanno per pubblicare le 1500 lettere che lei ha scritto durante la sua vita, lettere d’amore, ad amici, a conoscenti. La sua famiglia era di socialisti ebrei russi emigrati nel 1905, la prima emigrazione ebrea moderna non di carattere religioso. La sua famiglia materna apparteneva a quell'élite che interpretava la Cabbalah e quando mia nonna era partita dalla Russia con l’uomo che amava senza essere sposata, era stata considerata morta per questo “peccato contro la religione”. L'indipendenza ereditata da sua madre ha portato la mia, a soli 18 anni, a prendere e partire con alcuni amici con l'unico scopo di andare a conoscere Freud... Ora, dicevo, si sta traducendo e pubblicando tutta la sua corrispondenza che è molto interessante per capire il suo, e poi il mio, pensiero sul ruolo femminile nella società.
Ha alle spalle una famiglia molto ricca di esperienze importanti. Suo padre, ad esempio, è stato un architetto della Bauhaus.
Mio padre è morto quando avevo vent'anni, ma non mi ha mai raccontato di aver frequentato Kandinsky o Paul Klee perché non voleva impressionarmi con questi nomi importanti. Mi portava però con sé sui cantieri, ho visto come lavorava con le maestranze e ho imparato che anche il cinema, come l’architettura, richiede una forte collaborazione di tutti: se non hai un buon rapporto con chi lavora con te, con i tuoi partners, non puoi fare né un buon edificio né un buon film.
Il cinema è sempre un lavoro d’insieme, il regista ha un punto di vista preciso, ma deve saper ascoltare anche quello dei suoi collaboratori. Come l’architetto non può semplicemente consegnare il progetto di una casa e andarsene, ugualmente il regista deve saper cogliere i tanti contributi di chi lo affianca.
| 15 settembre 2006 | | Di Grazia Casagrande |
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