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INTERVISTA

Intervista a Brian De Palma


Ecco un incontro con Brian De Palma avvenuto alla presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia del suo straordinario film Redacted. Oltre a trattare un tema molto difficile De Palma utilizza anche una modalità tecnica assolutamente innovativa, mediata da internet e dai blog. Molte delle scene sembrano filmati di YouTube, o riprese fatte con i telefoni cellulari. Tutto ciò crea un impatto sconvolgente perché le riprese sono così realistiche che non sembrano proprio di una fiction ma di un documentario.

Note biografiche
"Redacted": il film





I lunghi piani sequenza sono una sua cifra stilistica, qui rappresentano uno degli elementi narrativi, caratterizzando i passaggi cruciali della trama.


Lo stile di questo film è dettato da lunghe ricerche su internet, le riprese sono state in realtà molto semplici, più complesso il montaggio. Molte le prove con l’operatore con cui ho esaminato tutto il materiale che avevo censito su internet. È stato quello che ho trovato su You Tube, sui blog e gli spot che tanti militari hanno messo in rete, che è stata la struttura portante. Lo scopo era di mettere a conoscenza il grande pubblico di tutto questo, che esiste, ma che non è conosciuto da molti.

Qui è rappresentato il sogno americano infranto, c’è una battuta importante che dice uno dei soldati che conserva un po’ di umanità ai commilitoni “impazziti”: se hai un figlio ti cambiano le prospettive. Questo dopo l’uccisione a un posto di blocco della donna incinta che stava andando con il fratello in ospedale per partorire.

Questa battuta è frutto dell’improvvisazione dell’attore. Io però la condivido. Il rimorso per certe orrori può cambiare la persona. Ma il rimorso è qualcosa che nasce da un animo ancora vivo, con qualche consapevolezza.

Pensa che il film possa avere qualche potere? possa, cioè, far cambiare qualcosa?


Il film è il tentativo di mostrare la realtà dell’Iraq, far vedere che cosa succede là veramente a un pubblico il più ampio possibile. Se uno cerca può trovare tutto su internet, ma non tutti lo fanno. Il resto dell’informazione è “redacted”, cioè censurata.

Che cosa è reale e che cosa no in questo film?  Come ha lavorato per costruire la fiction?

Era molto difficile entrare in quel mondo perché ci sono serissimi problemi legali che ne impediscono l’accesso. Ho dovuto consultare molti avvocati e molti mi hanno detto che non potevo presentare le cose in questo modo. Per questo ho mostrato tanti testi e tante immagini cancellate, come dicevo “redacted”. Le foto finali, sono foto che le redazioni dei giornali hanno, ma che non passano. Non abbiamo più la dignità e il coraggio di mostrare i volti di chi soffre.

A tanti anni da Vittime di guerra, il suo film sulla guerra del Vietnam quali differenze vede tra queste due guerre? E poi pensa che i suoi film possano influenzare l’opinione pubblica?

Non lo so, ma vorrei che potessero farlo! Il problema è che noi cittadini, non sappiamo, non vediamo… i media fanno parte dell’establishement e quindi sono pieni di vincoli. Io ho chiesto di darmi le immagini che loro non possono far vedere…

La reazione degli spettatori è stata emotivamente molto forte: come pensa sarà quella degli americani?


Di certo ugualmente forte se riusciranno a vedere certe immagini, il problema è che le immagini che si vedono qui, in Europa, su tante riviste là non si possono vedere. Se una foto è degna di essere pubblicata lo può essere solo in un film, non certo sui mezzi di comunicazione di massa: le multinazionali lo proibiscono! Spero che questo film possa far arrabbiare e indignare i cittadini americani che potrebbero capire come sono stati ingannati.

Gli errori commessi in passato perché non hanno insegnato niente al governo degli Usa?

È una domanda a cui non so rispondere, a me sembra una cosa ovvia, ma non lo è stata. La verità che noi sappiamo è poi solo quella filtrata dai mass media per cui ci sono tante cose che non sapremo mai.

Prima di giare questo film conosceva già queste immagini?

Solo qualcosa su internet. Quelle che circolano, e anche queste molto poche, sono solo sulle sofferenze dei soldati americani. Una cosa che vorrei sottolineare è che gli attori hanno visto solo qui a Venezia il film.

L’uso che lei fa dei nuovi media, l’uso del digitale, lo "stile YouTube", forse vuole significare che lei si rivolge prevalentemente ai giovani?

La forma del film è cresciuta insieme alla mia ricerca. Ho visto come venivano presentate le cose nei media: abbiamo i reality, hanno un grande successo, la gente crede che sia tutta verità, ma è evidente che quando ci sono le macchine da presa, le luci… è fiction, è verità costruita. Anche le immagini della guerra che ci vengono mostrate sono “verità costruita”. Noi qui usiamo anche la fiction, ma per presentare la realtà. Possiamo prendere materiale reale e drammatizzarlo, la mia fiction è solo un collegamento tra dati di realtà che così diventano emotivamente più forti.

Ma la distribuzione negli Usa non le pone dei problemi?

Il film negli Stati Uniti ha ottenuto la distribuzione della Magnolia, ma prima è distribuito nei cinema d’essai e se va bene, se ci sono molti spettatori, poi passa nei circuiti maggiori. Con questo film non potevo essere più esplicito di come sono stato. Credo che per il pubblico sia una esperienza terribile, ma questi messaggi devono essere lanciati.

Che cosa significa esattamente redacted?


Si può dire che è una liberatoria: il documento a cui viene data la liberatoria, con numeri e nomi cancellati, praticamente un documento viene ripulito e io, mostrando le righe nere sul testo e sui volti delle fotografie, faccio vedere questa operazione. Gli avvocati insistono sui vincoli e allora noi li facciamo vedere. Negli Stati Uniti tutti possono fare causa a tutti e questo sistema fa spendere un sacco di soldi. E tutti vogliono evitare di tirar fuori molti soldi. Il film parla anche di questa censura.

Che significato ha avuto mettere la musica di Barry Lindon a commento di certe scene?

È difficile mostrare la noia senza annoiare. In Iraq c’è la ripetizione quotidiana di uguali gesti, ogni soldato ogni giorno fa le stesse identiche cose, è dominato dalla noia… volevo rallentare il rimo, dare il senso della lentezza dello scorrere del tempo e nessun film come Barry Lindon ha saputo farlo. C’è una sequenza che vuole proprio raggiungere questo scopo: ci abbiamo lavorato per quattro giorni.


20 giugno 2008 Di Grazia Casagrande


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