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INTERVISTA

Silvio Orlando e l'eredità di Eduardo




Il vincitore del "David di Donatello" ci ha parlato del Caimano, della sua concezione del cinema, del lavoro dell'attore e dei complessi rapporti sul set. Leggiamo e ascoltiamo un'intervista davvero interessante per chi ama il cinema e per chi "dovrebbe" amarlo.
Potete ascoltare l'intervista sul sito di RadioAlt, dove troverete anche quella a Elio De Capitani.


Complimenti per la vittoria del David di Donatello come miglior attore protagonista. Ma è una vittoria dovuta: la sua interpretazione nel Caimano è davvero straordinaria.

C’era sempre un po’ d’ansia, certe volte le scelte dei giurati sono imperscrutabili. Sono stato candidato diverse volte, ma questo è il primo David come protagonista: era diventata per me una piccola ossessione.

La gente all’uscita dal cinema parlava più della sua interpretazione nel Caimano che dell’aspetto politico di cui tanto si era discusso. Che cosa le ha dato quella marcia in più?

Spesso l’elemento psicologico e il consenso si muovono su linee strane. La sorpresa nasce anche da fattori particolari: la gente andava a vedere il film soprattutto perché se ne era parlato tanto per l’aspetto politico e poi trovava un’altra cosa. Trovava certamente quello, ma anche il bellissimo percorso umano di un personaggio tenero, buffo, strano che il pubblico non s’aspettava e questo ha amplificato i riconoscimenti alla mia interpretazione. Quel personaggio mi è caduto addosso nel momento giusto e poi le persone maturano, il passare degli anni non necessariamente fa sfiorire, piuttosto porta a compimento certe caratteristiche. Verso la mia età, anche se in Italia non sempre accade, a cinquanta, sessant’anni, si deve raccogliere il frutto di un lavoro fatto e se si trova un personaggio come questo, il cerchio quadra.


Una scena che mi è molto piaciuta nel Caimano è quel dialogo a gesti con Margherita Buy, fatto tra le due macchine, dopo la separazione…

È l’epilogo di un percorso, che passa attraverso la rabbia, attraverso momenti di lacerazione, di disfacimento anche umano, ma che non vuole cancellare le cose belle che comunque ci sono state tra due persone. È il tentativo di arrivare alla ricomposizione di quello che poi rimane: un grande affetto, un amore che è diverso da quello di prima, ma che dà la forza di accettare una rinuncia e dà la forza di ripartire. Non a caso quel momento coincide con il “ripartire” del personaggio verso un nuovo progetto, lo sblocco di una situazione di paralisi e di stallo. Lasciarsi in maniera civile fa parte delle illusioni è un po’ come i propositi per l’anno nuovo…

L’amore per il cinema è un altro tema importante.

La cosa straordinaria di questo film è il grande rispetto che richiede, esige, reclama, pretende, questo piccolo personaggio perché alla fine la differenza dell’amore che ci mette chi fa la Dolce Vita o un film di nessun valore è minima: c’è lo stesso spreco di vita, lo stesso modo di darsi senza senso, senza nessun calcolo e questo piccolo personaggio che ha fatto film improbabili alla fine assume la figura di un gigante come se avesse prodotto i film di Fellini o di Scorsese. È questa la cosa bella del film, uno degli elementi che forse un pubblico non solito ad andare al cinema avrebbe fatto bene a vedere. Quelli che hanno rifiutato il Caimano per motivi politici e che hanno sempre un rapporto di grande sospetto nei confronti del cinema, avrebbero fatto bene ad andare a vedere questo film, avrebbero capito una cosa in più del cinema. Il governo passato si è mosso nei confronti del cinema come se fosse un territorio in cui smascherare “i falsi artisti” come si smascherano i falsi invalidi, come se fosse uno dei rami secchi da tagliare.

La dimensione del cinema come fatica, come lavoro, mentre lo spettatore vive quel mondo solo come un universo dorato.


Non solo lavoro, ma anche lavorio, che forse è anche più importante. Un miliardo di piccole cose che capisci giorno dopo giorno lavorando sul set o in teatro e che raccogli e ricomponi magari in momenti strani quando meno te l’aspetti. È il mestiere dove è più impossibile fare dei calcoli.

Nell’arco della sua carriera ha interpretato ruoli tra loro molto diversi, positivi o negativi. Come riesce a “entrare” così bene nel personaggio?

Amo questo lavoro perché è dialettico, non è mai oggettivo, si modifica a seconda della persona con cui lo si fa: il rapporto con il regista, lo sceneggiatore, l’attore che dà la battuta, è determinante. Il lavoro dell’attore è soprattutto di ascolto, stare a sentire gli altri, sia i colleghi di lavoro che ti danno la battuta, sia quello che ha in mente il progetto in maniera più lucida, cioè il regista: ecco che cosa consente di amalgamarsi, entrare in sintonia, creare un’armonia, abitare bene il film. Il cinema, e non solo quello italiano, produce spesso film “disabitati”. Ci sono tutti gli elementi che, presi singolarmente, sono perfetti: il collaboratore giusto, lo sceneggiatore giusto, lo scenografo giusto, l’attore giusto… ma è come se mancasse qualcosa. Ad esempio il personaggio vive in una casa e si ha subito la sensazione che ci abbia messo piede solo un secondo prima. Il lavoro grosso di un attore, ma soprattutto di un regista, è fare in modo che la storia raccontata, il dramma di una vita sia veramente rivissuto, per cui gli oggetti che sono toccati, il luogo in cui il personaggio vive sia quello in cui ha passato tutta la sua esistenza. Non è una cosa facile però è la scommessa vera che fa la differenza tra il grande cinema e il cinema mediocre. A volte non si riesce neppure a individuare con chiarezza il malessere che c’è dentro un film, si capisce che sono stati messi a cuocere tutti i piccoli ingredienti che sulla carta sembravano funzionare, che la piccola operazione fatta è andata bene, ma…  




Com’è il regista Moretti? E come è stato il vostro rapporto?


Siamo appunto dentro al discorso dialettico di cui prima si parlava. Moretti è umanissimo, prima di partire col progetto ascolta tutto, si forma un’idea su quello che dovrà essere il film, su come lo dovrà fare e su chi lo dovrà fare. Poi, una volta sul set, arriva con un’idea molto, molto precisa e il rapporto con lui può sembrare anche molto conflittuale. Ha tanti spigoli, non è una persona facile, almeno non è facile a lungo. Può esserlo per tre ore, poi arriva la quarta… e in quella si “stranisce”, come si dice a Roma, e allora diventa un po’ più duretto... È un rapporto molto complesso, però di fondo c’è la sua idea precisa su tutto quello che tu puoi esprimere, su tutto il tuo arco espressivo. Poi in questo caso si trattava anche di una prima volta: la prima volta in cui lui non recitava in un suo film.

Ha lavorato altre volte con Margherita Buy e con Michele Placido. Il rapporto consolidato con gli altri attori è importante?

Dipende dagli attori, quando sono di una sensibilità superiore come Margherita, che è una donna di una intelligenza e di un’acutezza straordinarie, scatta una grande complicità. Al di là delle caratteristiche proprie il suo modo di pensare è identico al mio. Tutte le cose che ho detto finora combaciano perfettamente con il suo modo di concepire il cinema.

Quale funzione attribuisce all’attività teatrale di un attore?

Il teatro è il luogo dell’attore, il luogo dove può accettare delle sfide straordinarie, trovare consapevolezza di sé e dei propri mezzi. Le mete raggiunte da un attore non sono mai definitive: a trent’anni sei in un modo, a quaranta in un altro e a cinquanta in un altro ancora. Anche la consapevolezza di sé varia sempre. Il teatro è il luogo in cui l’attore può porsi delle domande, mentre il cinema è il luogo in cui deve dare delle risposte. Non capisco la divisione che viene fatta, anche didatticamente, tra recitazione teatrale e cinematografica. È un’astrazione pura, esiste la recitazione e basta, poi può avere delle caratteristiche a seconda del mezzo che utilizzi che amplifica il tuo sforzo.  


Dipende anche dall’attore…

La carriera di un attore è fatta anche di episodi, di errori, di casualità. Come nel calcio. Io sono reduce da stagioni teatrali molto importanti e forse anche questo mi ha permesso di tirar fuori qualcosa in più. Ho frequentato in questi anni il grande teatro di Eduardo, un autore e un attore che ha dedicato una intera vita cercando di affermare quanto detto fino ad ora in maniera molto concreta, mai teorica o accademica.  


03 maggio 2006 Di Grazia Casagrande


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