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HOME | sabato 20 marzo 2010 |
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Dal teatro al cinema al teatro
Intervista a Luigi Lo Cascio
In questi giorni Luigi Lo Cascio porta in scena una rivisitazione delle Baccanti di Euripide in chiave attuale. Il titolo dello spettacolo teatrale è La caccia e hanno collaborato alla sua realizzazione artisti provenienti da diversi settori, dal cinema d'animazione, alla videoart e all'elettronica.
Ideato, diretto e interpretato dall'attore siciliano La caccia vede per protagonista Penteo, il tiranno di Tebe, che viene punito da Dioniso, da lui estromesso dalla città, con l'annebbiamento delle facoltà mentali.
Lo Cascio ha iniziato la sua attività proprio in teatro, anche se è al cinema che deve la sua notorietà, ma l'antica passione non è stata intaccata da tanta popolarità e al richiamo del teatro ha risposto non appena ne ha vista l'occasione.
In questa intervista, Luigi ci ha parlato proprio di questo suo rapporto con il teatro, oltre che dei suoi film, e della responsabilità che sente di avere nei confronti della sua terra, la Sicilia.
Ti ricordiamo ne I cento passi. Quest'anno è uscito il secondo film che sfiora lo stesso tema. Ci vuoi parlare de I cento passi o preferisci parlare di quest’ultimo film?
Sono proprio i due estremi del mio lavoro, nel senso che I cento passi era il primo film che facevo, avevo 32 anni, avevo fatto teatro fino a quel momento e quella è stata per me l’occasione per conoscere l’esperienza del set cinematografico e poi l’incontro anche con vari autori che altrimenti non avrei incontrato: Marco Tullio Giordana, Piccioni, Comencini, Bellocchio... Insomma, era il primo film. La differenza fondamentale tra i due è che I cento passi racconta la storia di Peppino Impastato ed è una storia vera e non un personaggio di fantasia, è una vicenda accaduta realmente negli anni Settanta. Peppino Impastato ormai sono trent’anni che è stato ucciso, è morto giovanissimo. Aveva trent’anni quando è stato assassinato e quindi la prospettiva del film è raccontare quell’ambiente, lo scontro tra questo ragazzo e la mafia, schierandosi dalla parte della giustizia, della legalità. Mentre Il dolce e l’amaro, di cui è regista Andrea Porporati, è raccontato come se fosse una storia in soggettiva, come l’esperienza vissuta da un delinquente. Intanto il protagonista è un personaggio d’invenzione, si chiama Saro Scordia, è un delinquente, un teppistello che alla fine entra in Cosa Nostra e quindi vediamo qual è la sua disillusione, mi viene da dire che questo film, Il dolce e l’amaro, è un romanzo di de-formazione, cioè vediamo l’esperienza di questo ragazzo che viene deformato, viene plagiato da un boss che lo fa entrare nella mafia secondo i codici di comportamento, secondo quei particolari principi morali, immorali direi, che reggono Cosa Nostra. Alla fine avrà una trasformazione, una ribellione, una rivolta interiore che lo porterà a tentare di uscire dalla mafia. Quindi viene raccontato sempre il contesto mafioso, ma una volta da un avversario, Peppino Impastato, dall’altra da un protagonista, un soldato di Cosa Nostra.
Viene spontanea una domanda quando si parla di questi due film. Essendo tu siciliano, come ti poni rispetto al fenomeno della mafia?
Sicuramente incide sui miei sensi di colpa il fatto di aver lasciato Palermo quando avevo 22 anni, ormai 18-19 anni fa. È il senso di colpa che hanno quasi tutte le persone che lasciano una terra piena di problemi.
La lontananza non rappresenta quindi una liberazione, ma una colpa?
Mi sono confrontato con i miei fratelli, uno è sociologo e l’altro psicologo, entrambi lavorano a contatto di situazioni molto difficili e hanno a che fare con ragazzi che hanno fatto già l’esperienza del carcere minorile. Loro hanno il polso della situazione e si battono nel loro piccolo perché le cose migliorino. Quindi un po' di senso di colpa ce l’ha chi, andando via da situazioni difficili, non contribuisce al rinnovamento, alla trasformazione dell’ambiente sociale, e forse anche di quello culturale.
Riguardo a questi due film, sono contento perché riescono a colpire il reale anche a grandi distanze geografiche che non sono quelle del teatro che ha un pubblico più limitato. E poi mi piace pensare che questi sono problemi che non riguardano solo me come siciliano ma tutti. Vorrei che chiunque guardi questi film si senta chiamato in causa rispetto a questi problemi quindi non mi sento protagonista in una prospettiva privilegiata per il fatto di essere siciliano anche se questo mi ha aiutato nell’interpretazione dei personaggi, non tanto per capire il contesto in cui questi avvenimenti accadono ma dal punto di vista linguistico.
Nel cinema è molto importante, rispetto al teatro, proprio il possesso della lingua e i luoghi in cui avvengono le riprese, e quindi conoscere non solo le parole che si dicono ma anche le parole che si tacciono (le parole che non si dicono in Sicilia si dice che siano più importanti di quelle che vengono pronunciate), conoscere quel tipo di clima e di mentalità sicuramente mi è stato utile. Poi quanto i film o l’arte possano incidere sulla realtà è una questione aperta
La gente pensa, riflette…
Sicuramente sono spunti di riflessione che si insinuano in chi guarda il film, elementi di crisi o di discussione. Ad esempio, Il dolce e l’amaro rispetto a I cento passi può avere una chance che il film su Impastato non aveva. Mi riferisco a un’esperienza che ho fatto portando I cento passi nelle carceri. Sono andato al carcere minorile di Napoli e mi aveva molto colpito il fatto che i giovani detenuti che vedevano il film non si identificavano con Impastato ma con Badalamenti, con i mafiosi e alla fine mi hanno anche provocato, mi hanno detto “hai visto che fine si fa? Si muore a 30 anni!”. Poi chiaramente abbiamo discusso e ho detto quello che pensavo. Invece Il dolce e l’amaro anche per questi ragazzi può essere interessante perché fa vedere con una prospettiva interna a che tipo di delusione e di sconfitta si può arrivare. Innanzitutto il fatto di valutare come siano falsi quei valori, quel senso dell’onore…
Ci sono però aspetti molto attraenti per un ragazzo.
Esatto. Finché si tratta dello scippo o della rapina, può essere anche divertente ma quando il personaggio si accorge che la sua natura contrasta con la barbarie a cui è chiamato, quando vede i bambini assassinati dentro un pozzo, oppure quando lui deve uccidere e sente proprio il corpo della vittima…
Raccontaci la scena del bambino nel pozzo perché è molto significativa.
È una storia vera, perché Il dolce e l’amaro ha questa caratteristica, dentro una condizione di finzione inserisce anche avvenimenti che sono successi davvero. Il film è fedele alla memoria di alcuni pentiti che hanno raccontato in prima persona quello a cui erano costretti. Ci sono bambini che vengono accusati di aver scippato la madre di un boss e, senza sapere se la cosa è vera, vengono tenuti dentro un pozzo. C’è una controversia tra i mafiosi e alla fine decidono di liberarli. Non contento di questa soluzione il boss, il figlio della signora che era stata scippata, uccide questi bambini. Questa inutile barbarie è alla base di molti pentimenti come quello dello stesso Buscetta che è stato un grande pentito e che ha portato Falcone a conoscere la mafia dal di dentro. Non si parlava di Cosa Nostra, non si sapeva come era fatta esattamente la mafia come organizzazione criminale. Uno dei motivi per cui Buscetta si è "allontanato" è l'aver visto la differenza tra la vecchia mafia (che vede in una prospettiva quasi mitica perché ha un codice di comportamento, non ammazza i bambini o le donne, perché non si sporca le mani con la droga) e la nuova mafia che è più spietata, più agguerrita, più sanguinaria.
Hai usato la frase “allontanato dalla mafia". Ma come ci si può allontanare?
Ci sono delle vie di fuga, ci si riesce. Ci sono alcuni pentiti che devono cambiare completamente identità, devono cambiare vita.
Come racconta questo film, cioè una storia abbastanza divertente a modo suo, di questo che cerca di diventare un giornalaio…
Il regista voleva non soltanto raccontare l’ambiente mafioso ma anche un’esperienza di vita. Quello che mi rimane del film, oltre alle cose che riguardano la mafia, sono quelle che hanno a che fare con le esistenze. Le vite possono sempre cambiare, e non è detto che se uno segue un destino è obbligato a seguirlo fino alla fine, c’è sempre un momento in cui c’è una scintilla che scocca e provocare un incendio che può portare a cercare la cosa più autentica, più giusta per la propria esistenza.
Mi potresti parlare del tuo rapporto con il teatro. Hai rielaborato testi di Kafka e di Euripide...
Sì, ho messo in scena un racconto che si chiama La tana, lo spettacolo invece si chiama Nella tana e ho scritto un testo che si chiama La caccia, tratto dalle Baccanti di Euripide. Ho cominciato con il teatro, ho fatto l’Accademia d'Arte Drammatica. Teatro e cinema sono due cose diverse, anche se l’atto della recitazione, dal punto di vista dei significati culturali, è più o meno uguale, le tecniche sono talmente diverse che portano anche a percezioni di sé, del proprio corpo, della propria voce molto diverse.
Ti senti più libero nel teatro?
In teatro, scrivendo i testi, facendo la regia e recitando (perché sono due monologhi) coltivo una dimensione autoriale che nel cinema non ho. Nel cinema ci sono dei registi, ci sono delle storie e io sono semplicemente un attore che recita una parte.
E progetti per il cinema?
Sto aspettando. Mentre nel teatro posso decidere io che testo fare ed essere più legato alle mie passioni di lettore, al cinema uno aspetta. E se non c’è una chiamata che mi convinca preferisco non fare nulla.
Il dolce e l'amaro: una recensione
I film di Luigi Lo Cascio su Wuz
Mafia e camorra sullo schermo
Il sito di Luigi Lo Cascio
L'intervista è stata realizzata da RadioAlt che ringraziamo per la collaborazione
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