|
|
 |
|
| |
HOME | venerdì 03 settembre 2010 |
 |
|
|
|
|
|
 |
|
 |
 |
 |
|
 |
|
|
 |
 |
“Un po’ di solitudine è necessaria, ma alla fine stare da soli è niente, perché come ha detto Tolstoj: non è vera felicità se non si può dividerla con qualcuno”
Intervista a Sean Penn Vera icona del cinema americano, Sean Penn ci racconta in questa intervista, concessa all'anteprima romana del suo film, come è nata in lui l'assoluta determinazione di impegnarsi come regista e sceneggiatore in un'operazione quasi impossibile: raccontare nel suo ultimo film non solo le scelte di vita, ma l'anima, le emozioni, la sensibilità di Chris McCandless che, come ci viene raccontato nel libro di Jan Krakauer da cui il film è tratto, abbandonò comodità, benessere, famiglia per immergersi e morire nella ricerca della purezza assoluta e incontaminata delle terre selvagge.
Ci racconti il suo primo impatto con questa storia Ho visto, dieci anni fa, il libro di Krakauer in una libreria e l’immagine di quell’autobus nella neve mi ha affascinato. Ho comprato il libro, ho passato la notte a leggerlo e a rileggerlo. Sono andato a dormire e la mattina, quando mi sono alzato mi sono messo subito al lavoro per acquisirne i diritti. Mi sembrava una storia indimenticabile e profondamente cinematografica, sia per i personaggi che per le ambientazioni. Ha toccato in me le stesse corde che credo abbia toccato in tutti coloro che hanno il libro.
Tra quella prima lettura e la scrittura del film sono passati però dieci anni… Quando mi sono messo a scrivere la prima stesura del film, dieci anni dopo appunto, non ho dovuto nemmeno riprendere in mano il libro. Prima della seconda stesura però ho voluto ripercorrere di persona le tappe del viaggio di Chris e incontrare di persona le persone che lui aveva conosciuto lungo il suo viaggio.
Ci sintetizzi in poche parole il messaggio del film e della storia di Christopher McCandless. La sua è stata una fuga, ma anche una ricerca della libertà assoluta. Fuga dal benessere, dalla banalità, da tutto il troppo che portiamo con noi e con cui ci siamo abituati a vivere, fuga dalla stupidità che ci circonda. La nostra società ha creato una vera dipendenza dal confort. Fuga, ma anche inseguimento: dell’autenticità, della purezza, dell’essenzialità. Inseguimento del posto giusto, di un luogo in sintonia con lui. Sono convinto che dentro ogni uomo ci sia un Alaska e negli anni Settanta era ancora possibile raggiungerlo…
Chi era, per lei, Chris? Una persona vera, e così ho voluto presentarla. Non ho voluto farne un martire o un eroe. Ho voluto che si vedesse l’integrità della sua umanità. Che ognuno lo scoprisse nel bene che c’era in lui e nei suoi difetti.
Il film a chi si rivolge principalmente? Ai giovani che oggi sono troppo spesso schiavi del benessere e delle cose materiali. Anche senza affrontare situazioni estreme e rischiose si può cercare di sentire il proprio cuore battere più in fretta. È importante che ci si provi almeno quando davanti si ha tutta la vita.
Sembra molto critico con il mondo attuale. Sono tante le cose che mi fanno arrabbiare e che sono una specie di combustibile che mi infiamma quando la stupidità raggiunge degli eccessi… Ma spero che la mia creatività non nasca solo da lì.
Possiamo dire quindi che Into the Wild sia un film politico? Come è politica ogni storia che parla del nostro tempo e che pone delle domande sulla nostra società. Sono convinto che ci sia bisogno che gli uomini si liberino da tutto ciò che li circonda, e questo deve avvenire in solitudine, ma è indispensabile che poi riportino la loro esperienza all’interno della società. Si deve essere soli in un primo processo di presa di coscienza, ma è poi indispensabile, per essere felici, che si condividano le conquiste.
Il rapporto con la natura è un tema fondamentale in questo film. La natura è un elemento dominante è la guida di Chris e di tutto il film. È stata la nostra priorità.
Come ha scelto gli attori che impersonassero le persone incontrate da Chris durante il suo viaggio? Gente così non la si incontra nella Screen Actor’s Guild. Mi piace viaggiare e trovare per la strada gente meravigliosa, gente che ha qualcosa dentro. E così si è creato sul set un'atmosfera particolare e la troupe nel corso delle riprese è diventata una specie di banda di quartiere dove le persone si guardavano le spalle a vicenda.
E il protagonista? Vorrei sottolineare che il film non ci sarebbe senza di lui. Avevo visto Emile in un film e c'erano tante cose di lui, a partire dalla sua fisicità, che mi dicevano che poteva essere perfetto per il ruolo. Abbiamo passato trenta giorni insieme per la preparazione perché dovevo essere sicuro che avrebbe potuto sostenere la parte e passare otto mesi nella natura selvaggia. È stata la scommessa più importante che io abbia fatto.
Il montaggio, così complesso, deve aver richiesto tempi molto lunghi. Sì, certamente. È, come diciamo noi, la “terza stesura del film”. Io e il montatore abbiamo fatto finta di essere due sceneggiatori e siamo restati sempre chiusi per mesi in una stanza, giorno dopo giorno, a volte stando svegli anche la notte, facendoci portare il mangiare nella stanza per non allontanarci nemmeno un momento, scambiandoci idee, pareri e consigli e così alla fine è venuto fuori un film esattamente come lo avevo in testa dieci anni prima.
Ci racconti come nasce la colonna sonora del film. A mano a mano che procedevamo con le riprese ho iniziato a sentire la voce di Eddie Vedder [paroliere e cantante dei Pearl Jam] come l’anima di Chris McCandless. E mentre montavamo il film mi sono trovato ad attingere alla musica di Michael Brook. Poi il montatore del suono ci ha consigliato Kaki King. Ho chiesto poi a Eddie Vedder di leggere il libro e subito dopo si è messo a comporre sia canzoni che pezzi strumentali. Poi sono bastate poche sedute di registrazione a Seattle e la colonna sonora era fatta
Credo che in ogni caso non siano mancate le difficoltà. È stato un film molto duro da fare, ma anche quando tutto andava storto, quando nessuno mi sopportava più, non c’è mai stato un solo momento in cui qualcuno abbia smesso di amare questo film. Tutti erano sempre pronti a rischiare la vita per aiutarsi l’un l’altro.
Ha avuto modo di intrecciare un lungo rapporto con la famiglia di Chris. Con i genitori e la sorella di Chris è nato un rapporto di fiducia reciproco. Abbiamo passato insieme dieci anni prima che mi sentissi pronto per fare questo film. Mi hanno aperto la porta della loro casa e mi hanno permesso di portare sullo schermo la vita di loro figlio.
Lei ha vissuto nella sua esistenza qualcosa di simile all’esperienza che ha raccontato in questo film? Per quello che mi riguarda, la mia esperienza personale che si avvicina di più a quella di McCandless è stato crescere nei pressi dell'oceano e fare il surfista. Anche tra le onde si cerca una sorta di solitudine e di libertà interiore. Anche se inizialmente il protagonista fugge da qualcosa - dalla sua famiglia, dagli obblighi, da una situazione di comfort - il fulcro del film sta nella sua ricerca e nella celebrazione della libertà. Ed è un percorso interiore che tutti dovrebbero intraprendere, magari non in una maniera così estrema.
Into the Wild, il film Into the Wild, il libro Intervista a Jon Krakauer Sean Penn: una biografia
| 22 gennaio 2008 | | Di Grazia Casagrande |
Condividi su: |
 |
|
 |
|
|
|
 |
|
 |
|
|
Copyright © 1996/2010 Internet Bookshop Italia, tutti i diritti riservati. Wuz è un marchio registrato. Licenza SIAE n. 513 / I / 06-359.
Concessionaria di pubblicità MYads.it
Con la collaborazione di Argentovivo per il settore editoria libraria
Dati audience certificati Audiweb
Internet Bookshop Italia è una società di Giunti & Messaggerie
Eventuali comunicazioni e segnalazioni utili possono essere inviate alla redazione
Alcune foto presenti su Wuz.it sono state prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio.
Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.
|
|
|
|