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INTERVISTA

Un ruolo insolito, un film d'impegno e l'orgoglio di avere al fianco due "giganti"

Incontro con Tom Cruise



Interpreta un ruolo scomodo e difficile, è un senatore repubblicano che "gioca sporco" con la stampa e con il suo Paese. Davanti a sè ha una giornalista d'assalto splendidamente interpretata da Meryl Streep, a dirigerlo è Robert Redford: eppure Cruise non si fa intimorire e offre una interetazione di alto livello. Ecco però nelle sue parole, l'emozione e quasi l'incredulità di trovarsi accanto due veri miti del cinema americano. 


Qual è stata la sua reazione davanti alla sceneggiatura?


Quando ho saputo che Robert voleva fare un film, dopo sette anni di silenzio, mi sono quasi emozionato e quando ho letto la sceneggiatura mi sono entusiasmato. Devo dire che provo per Robert Redford una grande ammirazione perché è sempre stato all’avanguardia. Ha avuto il coraggio di rompere con gli Studios ed è riuscito a fare i film che voleva. E poi ha creato il Sundance…
Per me la difficoltà è stata quella di entrare in un personaggio che ha idee e una visione del mondo opposta alla mia. Ma era importante che fosse una figura credibile, reale anche perché è un personaggio complesso. Inoltre avere come partner Meryl Streep è stato appassionante.
Robert ha fatto film come Gente comune in cui dimostra la sua incredibile capacità di comunicare idee importanti in modo appassionante. E ho capito subito che essere diretto da lui era per me una grande opportunità.


Ci parli delle sue emozioni nel girare questo film.

È stata un’esperienza straordinaria.Robert sa calarsi nel personaggio anche grazie alla sua grande forza intellettuale. Quando ho osservato la scena che avevo di fronte: Meryl Streep davanti a me che guardava Robert Redford mi sembrava di vedere un’inquadratura de La mia Africa ed ero letteralmente sconvolto, mi sono dovuto riprendere per poter rientrare nella realtà. Mi sembrava davvero un sogno. È stata per me una grande fortuna poter lavorare con persone che ammiro, un’esperienza appassionante. Non so chi sarebbe riuscito a non emozionarsi!

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Non è un film di guerra, ma che fa riflettere il pubblico sulla guerra. È fatto per sensibilizzare le persone e porle davanti alle loro responsabilità. Quando ho letto la sceneggiatura mi sono chiesto: fra cinque anni potrà avere ancora valore? E mi sono risposto di sì, perché la riflessione sulla guerra è più ampia e non solo legata a quello che sta succedendo ora. Abbiamo proiettato il film in alcune università e si è aperto un grande dibattito tra i giovani. Siamo andati in tutte le parti degli Stati Uniti. A Chicago parlavo con gli studenti ed è stato come se la mia coscienza si fosse risvegliata: vedere l’effetto che suscita quello che fai è davvero emozionante.

Il cinema allora può avere una funzione importante?

Sì il cinema riesce a ispirare le persone. Ci sono artisti che fanno sogni, che vogliono cambiare le cose e davvero le cambiano. Credo che tutti dovrebbero poter parlare liberamente e questo film si muove in questo senso. Nella mia vita ho viaggiato molto, sono figlio di una madre sigle e ho sempre sognato di conoscere  il mondo e molte persone e ora posso farlo. Vedo che ci sono dei conflitti che con il dialogo potrebbero essere risolti. È importante non erigere barriere, pensare attraverso degli stereotipi. Saper avere rispetto per le culture diverse. E se c’è qualcosa che il cinema può fare è far scoprire appunto le diverse culture. Credo davvero che si debba imparare a comunicare su tutto.

Anche parlando della guerra in corso?

Si è formata una specie di bolla di irrealtà intorno alla guerra in Iraq che il cinema può far scoppiare. Fino a che non riusciamo a vedere che gli “altri”, i “nemici” sono esseri umani come noi non capiremo mai che la guerra non risolve nulla. Bisogna poi saper guardare i soldati come persone reali, persone che soffrono e che muoiono. Oggi c’è tanta informazione ma sicuramente meno capacità di comunicazione.  

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14 dicembre 2007 Di Grazia Casagrande


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