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HOME | mercoledì 16 maggio 2012 |
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Un milanese che non sa resistere al richiamo del Sud, della musica e dell'amicizia
Intervista a Fabrizio Bentivoglio
La recensione di "Lascia perdere Johnny!"
La colonna sonora del film
L'intervista a Fausto Mesolella
Attore, regista, musicista, pieno di nostalgia e carico di emozioni positive: così appare Fabrizio Bentivoglio alla presentazione alla stampa del suo film, Lascia perdere Johnny!, un esordio alla regia di un lungometraggio che è stato accolto con grande affetto al recente Torino Film Festival e che, da pochi giorni nelle sale, ha trovato anche il consenso del pubblico.
Gianni Canova introduce la conversazione con il regista- attore e con parte del cast con queste domande:
Parto da una frase che mi ha colpito nelle tue note di regia, frase riferita agli anni Settanta. “Un tempo in cui i desideri contavano più delle possibilità, il talento non era un’ossessione e il rapporto con gli altri non era solo un rapporto di concorrenza”
Sì, la sensazione è che quello sia stato l’ultimo momento storico in cui è stato possibile essere ancora così ingenui. Dopo tutto è diventato più complicato. Non è stato più consentito avere quel tipo di rapporto con la vita e con gli altri.
Non sono un sociologo e quindi non mi permetto di fare discorsi ad ampio raggio però la mia sensazione è che quella sia stata un'età più poetica. E questa idea è stata sicuramente uno dei nutrimenti del film
E la scelta di lavorare su una ricostruzione così rigorosa dal punto di vista scenografico, dai colori agli oggetti, dagli interni alle automobili, ma di cancellare tutto il background politico, ideologico e culturale di quegli anni come l’hai maturata?
È stato quasi inevitabile. È stata una decisione maturata scoprendo dal vivo la realtà che avevo già conosciuto prima attraverso i racconti di questi amici e che era per loro quasi un luogo dell’anima. Poi, andandoci, è stato naturale continuare a vederla così: un luogo all’estrema periferia anche della vita sociale di quegli anni. Raccontando poi la giovinezza di un sognatore pensavo fosse giusto sgomberare il campo da qualsiasi altro tipo di implicazione, lasciando il suo sogno musicale in primo piano.
Dopo il grande critico, possiamo anche noi fare qualche domanda al disponibilissimo e cordiale Fabrizio.
Colpisce la scelta di realizzare tutto il film con questa specie di basso continuo che a volte, da un punto di vista ritmico, sembra bloccarsi, poi incedere lentamente, poi aprirsi a improvvisi graffi di ironia ma senza mai andare troppo sopra le righe, così come la colonna sonora.
Questa è stata in qualche modo una scommessa, così come appunto la ricostruzione dell’epoca. Si è cercato più che di ricostruire di alludere a un’epoca, di ricordarla, anche con i vuoti di memoria e anche musicalmente è stata una sfida, spero riuscita, quella di non appoggiarsi a musica dell’epoca, ma di ricrearla: questo magma vitalistico di Fausto Mesolella è stato fatto oggi.
E anche per i personaggi il tentativo è stato di scriverli un po’ come i personaggi delle canzoni, che sono tratteggiati per sommi capi e che poi lasciano lo spazio a chi ascolta o a chi guarda di riempire quei vuoti con la propria memoria, restituendo un po’ di mito anche a questi personaggi
Qualche parola sul tuo cast, così accuratamente scelto.
Gli attori sono stati loro da sempre, i personaggi sono stati scritti per loro, pensati per loro. Fortuna ha voluto che fossero tutti liberi nel momento in cui abbiamo girato il film. L’idea era di mettere Antimo, che è un absolut beginner, un debuttante assoluto e di circondarlo di padri e di madri con quel tipo di solidità professionale, anche se poi i personaggi hanno quella certa nebbia, quel pizzico di inaffidabilità...
Il tuo rapporto con gli Avion Travel, e con Peppe Servillo in particolare, ha avuto un ruolo importante nello spingerti a fare questo film? Completamente. Il nostro rapporto nasce tantissimi anni fa, nei primi anni Novanta quando loro presentavano il primo disco che era Bellosguardo: rimasi folgorato da quel disco e quando li vidi poi dal vivo sul palco folgorato anche dalla loro presenza scenica. Per me sono stati da subito molto importanti per me. Mi sentivo orfano di una compagnia teatrale, essendo io di formazione prettamente teatrale, e quindi li ho visti come la mia compagnia di teatro e senza neanche chiedere loro il permesso mi sono fatto adottare. Il ruolo di Peppe, come quello di tutti gli altri, è stato cucito addosso a lui amorevolmente.
Chiediamo direttamente a Servillo una descrizione del suo personaggio
È un cantante, come si usava dire, confidenziale, definizione che a quei tempi si usava. Si intendeva dire che, cantando, sembrava che parlasse facendo una confidenza all’orecchio di un amico. Nel film Gerri è un uomo preoccupato, pieno di ansie familiari, molto maturo e molto poetico in questo candore quasi idiota, nel senso buono della parola. Un bel personaggio. Suona bene con quello che Fabrizio diceva prima, cioè la rappresentazione di un mondo dove non c’è spietata concorrenza, dove c’è un senso di solidarietà spontaneo. Il personaggio si inscrive molto bene in questa atmosfera che ha un suo fascino e una sua verità. Riflettendo tra di noi, Fausto parlava di questo film quasi come di un disco, perché all’epoca si usava ascoltare la musica insieme agli amici: uno lo comprava, ci si sedeva insieme e lo si ascoltava, ci si faceva visitare dal contenuto di quel disco. Speriamo che avvenga così anche per questo lavoro, è un film accogliente, una carezza come Fabrizio l’ha chiamata e bisogna farsi visitare da questi personaggi.
Fra l’altro il personaggio ha una delle battute più belle del film, quella del ballerino che ballando durante la ripresa televisiva di un concerto, senza che nessuno se lo aspettasse, non ha fatto danni anzi ha mosso un po’ l’aria. Quella secondo me è una delle scene più divertenti del film, che sintetizza nello spazio di poco anche tutti i personaggi, perché è una scena corale.
E ora sentiamo Lina Sastri che interpreta una madre intelligente e positiva, di sicuro di sostegno al figlio e tutt'altro che possessiva, insomma nulla che faccia pensare alla classica madre italiana...
Io in questo film sono una presenza, una presenza sorridente, silenziosa, che attraversa in punta di piedi la storia del figlio, però con forza sicura e con il sorriso dei miti. Però, al di là del ruolo che ho nel film, sono felicissima di averlo fatto perché credo veramente che quello che si respira in questo film sia amore grandissimo che va oltre quello che di solito si vede. Fabrizio ha fatto scelte che tutti noi attori abbiamo condiviso. Ed è una cosa così rara, così inconsueta... Abbiamo provato perciò a fare qualcosa di molto diverso da quello che si fa di solito anche nell'interpretazione, cercando di guardare oltre la storia con dolcezza e malinconia, e poi la storia stessa è piena di carezze, di amore, di attesa, anche di ironia, anche di risate, della malinconia di una vita a volte non proprio felice, ma con la speranza di una possibilità. È una storia piena di poesia che mi ha rapito e quindi sono felicissima, lo ridico a voce alta, di aver partecipato in questa veste per me così inconsueta che mi ha ricordato un pochino mia madre. Ho cercato di essere presente così come lo era mia madre in una storia senza tempo, nella mia vita. Anche nella mia famiglia era assente il padre, come qui, e mia madre era una presenza sorridente, forte, dolce, senza la possessività mediterranea a cui normalmente si pensa quando si parla di una madre.
Torniamo a parlare con Fabrizio. Parlaci del giovanissimo protagonista.
La somiglianza con Fausto, non dovete vedere il Fausto di adesso, dovete immaginare il Fausto ragazzo, c’è, vi assicuro che c’è. Però non solamente questo mi ha fatto scegliere Antimo. Il personaggio nella scrittura si è trasformato, non è strettamente biografico, ambirebbe ad essere un po’ la biografia di tutti noi. Cercavo un ragazzo che portasse in dote la passione per la musica, sapevo che avrei dovuto trovarne molto giovane, quindi a quell’età non si è attori, non si può essere attori a quell’età. E quindi mi avevano parlato di questo paesino in provincia di Caserta, con una forte tradizione bandistica e in cui tutti i ragazzi suonano almeno uno strumento e la maggior parte chitarra e basso. E quindi decisi di cominciare da lì la mia ricerca. E quindi portai questo gruppo di ragazzi, una ventina – Antimo aveva a quell’epoca 15 anni, era il più piccolo di tutti, non parlava, stava dietro nascosto – dopo un po’ ho intravisto un ragazzo che potesse fare il nostro Johnny ma c’era Johnny, c’era proprio lui, è apparso il personaggio. È stato uno di quei colpi di fortuna che si hanno nella vita. A lui non dissi niente perché aveva solo 15 anni, doveva andare a scuola e non lo volevo disturbare. Il film ha avuto tutta la sua gestazione, insomma un anno dopo l'ho chiamato. Antimo è un talento naturale, è formidabilmente portato per stare davanti a una macchina da presa, lui però vuole suonare nella vita perciò non aspettatevi di vederlo in altri film perché non credo ne voglia fare ancora. Pensavamo di dover essere noi ad accompagnare lui e invece in qualche modo è stato lui a accompagnare noi.
Ed ecco qualche impressione del vero ispiratore del film: il vero Fausto.
Mi trovo in una condizione privilegiata perché riesco a guardare questo film vivendolo da dentro e godendolo pure come chi lo può vedere da fuori, con grande distacco. Rispetto alla visione, mi viene in mente come si ascoltava un disco dei Pink Floyd: ci si sedeva e si facevano passare nella mente tutte le immagini che quel gruppo riusciva a creare in noi. Questo film mi dà le stesse sensazioni. La cosa che mi rimane, il messaggio bello, a parte il percorso di vita, è il fatto che questo musicista viene promosso da due maestri, il maestro di prima generazione e il maestro di seconda e tutti e due lo promuovono esattamente nel momento in cui lo sentono suonare: è l’arte che promuove l'arte che verrà e quello che rimane è la difficoltà di chi è stato riconosciuto come artista ad affrontare poi la vita del musicista. È un messaggio molto forte: non basta essere promossi per fare bene questo lavoro ma bisogna affrontare un esame tutti i giorni. L’esame che Johnny fa con un’orchestra, quello che affronta con un’altra e, prima di passare al grado successivo, la necessità di confrontarsi con quella che sarà la società che gli starà intorno.
La seconda parte del film fa riflettere su questo tipo di lavoro, quello del musicista. Questo è, secondo me, il messaggio principale di questo film.
Anni Settanta, anni Ottanta, anni Novanta, non c’è grande differenza in questo senso perché ancora oggi bisogna essere promossi da qualche maestro e poi essere forse bocciati per essere promossi di nuovo.
Fabrizio, hai avuto dei modelli letterari o cinematografici precisi?
Penso che le cose che abbiamo visto o ascoltato e che ci sono piaciute vadano a finire in quello che facciamo in modo naturale, inconscio, senza pensarci. Sarebbe troppo facile dire Dickens? In letteratura si chiamano romanzi di formazione quando parlano di un ragazzo che racconta la sua storia. Lo stesso vale per questo film.
E anche cinematograficamente sarebbe troppo facile dire Fellini, ma sono riferimenti a cui non ho pensato. Non mi sono prefissato dei modelli, ho cercato di restituire alle riprese e alla scrittura, una sorgività, un’immediatezza, senza premeditazione. Restituire spontaneità sia alla scrittura che alle riprese: questo è stato il mio intento. Ho cercato anche (non avevo molto tempo, avete visto quanti personaggi, quante locations, con solo otto settimane a disposizione, sei per la parte estiva e due per quella invernale), quindi ho usato spesso il piano-sequenza perché quello mi sembrava il modo più giusto, non solo il più veloce, di girare però inevitabilmente i piani-sequenza vanno provati molto. Mi ero prefisso di non superare mai il terzo ciak, ma non sempre ci sono riuscito, però il piano-sequenza permette, una volta scelta l’inquadratura e dopo averla provata, di raccontare tutto in un’unica carezza. Questo è, non ci sono stati modelli.
L’effetto comico che pure esiste ed è apprezzato dallo spettatore non sembra mai volontaristico. È come la battuta che si dice quando si sta molto male, ma che serve a portare avanti la malinconia e a recuperarla subito dopo. Credo che questo sia uno dei pochissimi modi in cui si possa puntare all’effetto comico nel cinema
Grazie, questo veramente è un complimento. Abbiamo cercato di restituire spontaneità al cinema, il film non ha quasi una storia, e infatti non è facile raccontarlo. Ce ne sono tante e le attraversiamo accompagnati da questo giovane, che ce le fa sfiorare. Ce n’erano molte di più e organizzare il materiale è stato complicato perché non è scontato che una miriade di aneddoti si riuniscano armoniosamente in un unico racconto.
Nel film non c’è nemmeno un personaggio negativo e l’unica morte che viene citata è una morte che avviene ridendo. Perché? E poi come hai pensato alla bellissima scena della pioggia e che cosa hai voluto trasmetterci?
Nel momento in cui si sceglie il punto di vista di Faustino abbiamo scelto un occhio candido: il suo è uno sguardo senza giudizio, i cattivi non ci sono perché lui non li vede.
Veniamo alla seconda domanda. Per restituire sorgività a qualcosa che si sta scrivendo, cercando di spogliarla della premeditazione, bisogna ascoltare il proprio istinto quindi non le posso dire come ho pensato quella scena perché non lo so, mi è venuta e quello che volevo ottenere era esattamente quello che avete trovato
Come ti sei cucito addosso il personaggio di Augusto Riverberi?
Non me lo sono cucito addosso, quando l’ho scritto non pensavo a me. Poi a un certo punto ho capito che invece tutti vedevano me in quel ruolo. Mi sembrava così difficile convincere tutti del contrario che mi è sembrato naturale farlo io. C’è un momento nella vita di un uomo che non ha figli, un momento che potrebbe arrivare tra i 45 e i 55 anni (o forse non arriva mai), in cui capita di incontrare un ragazzo per strada, incrociare il suo sguardo e pensare “questo ragazzo potrebbe essere mio figlio”. Questo è stato il pensiero di Riverberi, un uomo senza figli che si trova a riempire un vuoto in una famiglia senza il padre e pensa “come si sta bene qui, la mia vita avrebbe potuto essere completamente diversa”.
Da quanto tempo stai pensando a questo film e quanto ci hai messo per scriverlo?
Almeno da quindici, forse da vent'anni. E per scriverlo ci ho impiegato un annetto. E poi mi sono appassionato a farlo. Quando si gira un film si impazzisce, di una pazzia buona che bisogna accettare ed è contagiosa perché si impazzisce tutti e così è stata una pazzia gioiosa, amorosa. La mia esperienza di attore mi ha insegnato che l’atmosfera, l’aria che regna sul set imprime la pellicola. Ho voluto che non solo gli attori ma anche i componenti della troupe si sentissero nel rapporto con me e tra di loro come in famiglia. Ma, conoscendo i miei tempi, non posso promettere presto un altro film, è subordinato ad un innamoramento e gli amori sono imprevedibili
Il tuo amore per il Sud è evidente
Il mio amore per il sud è atavico. Io sono nato a Milano, però appena ho cominciato ad avere le mie ali per volare sono volato verso sud. Quasi un richiamo della foresta.
| 05 dicembre 2007 | | Di Grazia Casagrande |
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