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EVENTO

Milano - Palazzo Reale 6 luglio-16 settembre 2007

BOTERO


Cambiare sempre per non cambiare mai

La mostra estiva di Palazzo Reale è dedicata all'arte universalmente conosciuta di Fernando Botero, maestro colombiano, ideatore di uno stile pittorico inconfondibile, con studi a New York, Parigi, Grecia, Montecarlo, Colombia e anche in Italia, a Pietrasanta, cittadina molto amata dove si dedica alle sculture.
A Milano Botero mancava da vent'anni, quando venne organizzata una sua mostra sul tema della corrida al Castello Sforzesco. Il maestro settantacinquenne è stato presente all'apertura della mostra milanese, dove abbiamo potuto raccogliere la sua testimonianza, accanto a una dettagliata introduzione di Vittorio Sgarbi, Assessore alla cultura del Comune di Milano, che vi presentiamo, qui di seguito, integralmente.

Delle ragioni del suo lavoro parla Botero nella seconda parte di questo articolo.

Tutte le informazioni sulla mostra sul sito ufficiale
Milano, Palazzo Reale
tutti i giorni 9,30-19,30 - giovedì 9,30-22,30 - lunedì 14,30-19,30
La mostra sarà aperta anche a Ferragosto e fino al 16 settembre 2007
Catalogo Skira


Sono esposte circa 150 opere, realizzate negli ultimi dieci anni, scelte dall'artista e suddivise in tre grandi sezioni tematiche.

Il circo
La prima sezione presenta una serie inedita di circa 40 lavori, un quindicina di olii e venticinque disegni dedicati all'arte circense.
"Un soggetto bellissimo e senza tempo", come lui stesso ha dichiarato.

La sezione storica
Qui hanno trovato posto oltre 70 opere, che rappresentano l'intero universo poetico del grande maestro.
Al centro di questi lavori troviamo prevalentemente la figura umana singola, in particolare femminile, poi le coppie fermate in vari momenti della vita, e infine i soggetti collettivi, che possono essere gruppi di ballerini, un'immagine di sorelle, pretini... Infine gli strepitosi d'après, quadri in cui Botero rifà le maggiori opere del passato, come Rubens e sua moglie, o Gli Arnolfini da Van Eyck.

Abu Ghraib
Troverete una dettagliata spiegazione della genesi di queste opere, delle motivazioni dell'artista e dello sviluppo del suo lavoro nella parte di presentazione, in particolare nell'intervento di Sgarbi. 
Sono esposte qui circa 40 opere realizzate in poco più di un anno di lavoro e presentate per la prima volta a Roma nel 2005, poi a Berkeley, a New York e in Germania.

Completano la mostra alcune sculture disposte nelle sale e sei sculture monumentali che saranno collocate in città, tra Piazzetta Reale, Piazza Scala e Piazza San Carlo.
Tutte le opere sono di proprietà dell'artista.


VITTORIO SGARBI PRESENTA LA MOSTRA

Questa mostra è molte cose
Questa mostra è molte cose. E lo è in senso letterale perché Botero è grande, ha un nome “aperto” e ha una mente lineare ma non per questo imperturbabile, come la sua vicenda artistica ha dimostrato nel corso di tanti anni di ricerca pittorica e di riconoscimenti, di mostre in ogni parte del mondo, di universalità del suo nome riconosciuto, raggiungendo anche un risultato che non potrà dispiacere a lui, ma magari dispiacerà a qualche invidioso: essere l’artista più ricco del mondo. 

E questo pur non avendo fatto opere come quelle di Damien Hirst (costosissime perché piene di brillanti) ma avendo utilizzato solo una tela del costo di 250 euro, e del colore per una trentina di euro…. Complessivamente, un dipinto, anche di Van Gogh, costa circa 300 euro.
Che poi valga 30, 40, 50 milioni è la prova che l’arte è tutto il pensiero, è la mente, è la forza dell’uomo di imprimere alla materia qualcosa che poi produce un plusvalore che nessun operazione imprenditoriale consegue.
Ed è l’impresa del genio, l’impresa del talento, l’impresa della creatività.
Andrà tra qualche giorno all’asta un dipinto di Raffaello che rientra in questo discorso. 30, 40, 50 milioni di sterline per una tela con un po’ di colore.
E in questo senso l’affermazione del nome attraverso la pittura, non è una trovata bizzarra, è qualche cosa che assomiglia a quello che accadeva nella pittura antica. In questo forse Botero è l’unico pittore contemporaneo che ha un andamento, un processo rispetto a chi lo guarda come quello di Tiziano, come quello di Raffaello, come un pittore antico.
E, come un pittore antico, raggiunge una fama universale che porta con sé - è capitato in Italia a Umberto Eco – invidia, e con l’invidia una serie di posizioni critiche paradossali per cui quanto più piace, e quanto più è noto, tanto meno piace alla critica, che ha una predilezione per l’arte anoressica.


Botero, Giacometti e Ferroni

Quanto più un artista mostra di soffrire
, di dare il segno di una tragedia del vivere, di stringere, chiudere, schiacciare l’uomo - caso emblematico Giacometti grande artista - tanto più la critica è pronta a concedere, per cui tutto è sublime e meraviglioso. 

Naturalmente il pubblico non è che non ami Giacometti, ma ha qualche riserva. Destino vuole che il rapporto Botero-Giacometti sia stato anche, per mia espressa intenzione, riprodotto nel collegamento di questa mostra con quella di Ferroni, entrambe al piano terra [di Palazzo Reale, ndr.]: Ferroni, artista con una vocazione alla Giacometti più “faticata”. E con una differenza sostanziale: Botero è un talento naturale, va al disegno e alla pittura per natura. Ferroni è un talento invece applicato non avendo un dono naturale cerca, fatica, avanza, trova un’immagine talvolta perfetta, una ogni tanto, con uno sforzo di concentrazione terribile che è una sofferenza. Non lo ha portato a diventare particolarmente celebre ma ha stabilito comunque quel rispetto e quella dignità che merita. Anche in questo caso Ferroni dall’aldilà deve ringraziare Botero, perché questo è un altro dei tanti aspetti di questa iniziativa…


La Bella Estate dell'Arte 2007 [iniziativa dell'Assessorato alla Cultura de Comune di Milano, ndr.] nasce grazie a Botero
L’estate scorsa con Stefano Contini si parlò dell’idea di una bella estate a Milano e io dissi quasi per sfida, "sì faccio volentieri la mostra di Botero ma la farei d’estate". Potevo aspettarmi una risposta negativa, come "No, la voglio a ottobre perché il maestro..." invece nessun dubbio che l’estate fosse una legittima sfida per Milano, la seconda città più turistica d’Italia.
E casualmente, senza averlo concordato, Schnabel alla Rotonda della Besana ha chiamato la sua mostra Summer
Estate significa minor tensione rispetto al lavoro, non dico vacanza ma certo una pausa. Non si può immaginare un’estate che non abbia con sé un riferimento al divertimento, a mamme che portano i bambini in giro per la città, che vanno a vedere con loro la mostra di un artista che non solo piace, ma che conoscono già. 
Il vantaggio di un artista compiuto e riconosciuto è che sai cos’è prima di vederlo e quando lo vai a vedere, come un grande regista di film che conosci. 
Ma qui nasce l’elemento di ulteriore novità. 
In realtà sai quello che vedrai fino a un certo punto non solo perché il pittore fa sempre quadri nuovi. 
Anche in questo Botero è originale, come i pittori antichi. 
Oggi invece i pittori moderni fanno lo stesso quadro ripetuto mille volte perché vogliono essere riconosciuti con una forchetta, con un taglio, con un’immagine che si riproduce. 
Botero ha uno stile che è riconoscibile, ma al contempo ha tante immagini, immagini che cambiano a seconda della sua spinta superiore, del suo sentimento del mondo.


L'allestimento

Devo dire che l’ho sempre ammirato e non ho condiviso la scelta fatta da Bonami per la Biennale, quando non volle avere le sculture di Botero sui pontili della città perché "rovinavano" la Biennale. Una Biennale piena di schifezze... La verità è che una cosa che non è brutta deve essere tolta perché contamina le schifezze. È la mentalità tipica, razzistica, che si lancia contro chi non è allineato con un’idea di arte come han deciso non so dove. 
In questa condizione certamente Botero rappresenta anche una sfida in quanto rispetta una tradizione che è quella di pensare continuamente nuove immagini mantenendo uno stile personale. 
A mio parere ha raggiunto una raffaellesca perfezione che io devo dire ho valutato in questi giorni. Ho visto l'allestimento di molte esposizioni: c'è l’artista preciso, serio, che sta settimane a lavorare alla sua impresa - perché l’impresa è la sua -, io non intervengo, perché la mostra è la sua, ma dentro di me penso “guarda quello lì ha sbagliato questo, poteva fare meglio quello”, perché sono di certo un po’ pignolo... 
Ebbene, posso dire in tutta onestà, non ho avuto nessuna osservazione da fare sull’allestimento di Botero che è perfetto! 
È la testimonianza di un ordine mentale, non soltanto di uno che sa dipingere ma che sa mettere i quadri sulla parete, cosa rarissima, pochissimi architetti lo sanno fare. Molti architetti realizzano l'allestimento illuminando il soffitto per far vedere come sono bravi e non illuminano il quadro, sbagliano a disporli, li mettono negli angoli. 


Ci sono alcune pareti che sono più che perfette. 
Ci sono tre vasi di fiori messi insieme che annullano quasi l’opera di Rothko tanto sono astratti... 
Ci sono tutte le immagini che fanno trittico su una parete di cui le gambe stanno verso l’interno senza che mai ci sia un quadro in fuga o che volti le spalle a quello che gli è collegato. 
Botero ha dunque una serena capacità di vedere il proprio lavoro e di fare il mestiere dell’architetto, dell’allestitore, nonché il piacere di non mettere un quadro in più, di non mettere un quadro in meno, di non metterlo male, di non metterlo di traverso... Insomma gratitudine e non dico invidia, ma nessun compiacimento dell’errore altrui che è la cosa più divertente che nella vita ti possa capitare...
 
Botero ha capito tutto. 
Qui tutto è perfetto. 
E quando l’allestitore è una persona sensibile, anche i colori delle pareti si adeguano: per i disegni il color aragosta o arancio, per i quadri di maggior cromatismo una parete bianca, per i quadri di maggior sofferenza il colore grigio. 
Tutto questo lo dico a sommo elogio del pittore che ha dato questa testimonianza che voi vedrete. 
E anche se si avesse un atteggiamento critico nei confronti delle opere di Botero, si dovrebbe riconoscere che l’allestimento è un segno di ordine cartesiano e platonico insieme. Cartesiano perché nella realtà, platonico perché aspira alla perfezione. 
È un artista che ha studiato e amato Raffaello e Piero Della Francesca, cioè i più assoluti tra i pittori italiani. È un artista italiano di formazione, longhiano come sensibilità.
Potremmo arrivare a dire che Botero è un pittore italiano, anche se è nato in Colombia e la Colombia è il luogo della fantasia, della storia personale, dell’infanzia, del folclore, della vita. Ma il luogo della forma è l’Italia. 
La vita in Colombia, la forma in Italia, e poi l’esistenza a Parigi e a Montecarlo dove vive la condizione del grande pittore riconosciuto. Ma i principi sono l’origine e il luogo eletto. Il luogo dove uno ha deciso che ha trovato quello che era dentro di lui.


Abu Ghraib

Botero è anche un uomo del nostro tempo. 
Legge  i giornali, naturalmente, e vede che un paese civile come gli Stati Uniti d’America si comporta in modo incredibile. 
Un carcere - quindi il posto più lontano dalla fantasia di Botero l’opposto del suo mondo di ricordi, di vita, di memoria della Colombia, dell’infanzia - dove ci sono uomini di cui non puoi stabilire l’identità e il ruolo - terroristi?, ma sarebbe solo un alibi - che vengono travestiti da donna, vengono stuprati, vengono torturati, vengono picchiati, gli si piscia addosso, gli mandano contro i cani... 
"Forse ho visto male", si dice, poi guarda e non si tratta di un montaggio fotografico, sono fotografie vere. Questo accade perché un paese democratico che garantisce i diritti civili ai suoi cittadini, non li riconosce ad altri uomini. Un panorama di uomini che diventano martiri - cancellando così il male che eventualmente hanno fatto - a causa della violenza che patiscono da parte di un paese civile o apparentemente tale. 
Nasce così una serie impressionante boteriana, in cui l'autore non rinuncia al sorriso, continua a tentare di sorridere, ma non può farlo: pur non essendo un pittore tragico non può chiudere gli occhi davanti alla tragedia. 
L'artista si è trovato in una situazione di grande conflitto: pur non volendo essere pessimista, non volendo essere disperato o angosciato, non volendo rappresentare il dolore, è costretto a farlo perché è urtato e non può non reagire. Ecco questa è la novità. Emerge un Botero inatteso che non diventa come Giacometti, non "smagrisce", ma  viene preso come un’ossessione da quello che vede.

Per un anno e mezzo ha dipinto soltanto questo soggetto, rinunciando a tutto quello che è il suo mondo fantastico, di felicità, di piacere e di divertimento.
Ha sentito la necessità di affermare che questo non è tollerabile, non è civile, è contro l’uomo. La testimonianza che vedrete all'interno della mostra è la serie - mai prima esposta con tanta nitidezza - di Abu Ghraib, perfettamente corrispondente a quello che in quei giorni abbiamo visto e che rischia di essere se non dimenticato, vincolato alla fotografia, di avere un residuo di cronaca che la fotografia porta con sé.
 
Averne fatto pittura vuole dire averlo consacrato perché resista al tempo, perché non si dimentichi. La fotografia di un orrore può essere dimenticata con l’orrore successivo. Un dipinto ferma quell’orrore e lo fa ricordare come qualcosa che è in assoluto inaccettabile per l’uomo. 

Lo diceva Leonardo Cremonini, importante pittore italiano:  la fotografia rappresenta la morte cioè qualcosa che è stato, la pittura rappresenta il presente, quello che c’è sempre. 
Diceva Sokurov che, per quanto qualcuno voglia fare l’avanguardista, Picasso non uccide Raffaello, gli si aggiunge, ma Raffaello "è", non "è stato", Chopin "è", non "è stato". Allora la pittura "è", è il presente, la fotografia è la memoria di una cosa accaduta.
Avrebbe voluto un altro mondo Botero e lo ha descritto, ma quando ha visto questo non ha potuto esonerarsi dal darne questa testimonianza. Questa è la forza di questa serie. E da ultimo lo scandalo.


Perché Erica Jong ha curato la mostra

Questa mostra non poteva essere curata da un critico, anche se critico amico, non la poteva curare un assessore, per ovvia incompatibilità. 
Ma il curatore non deve essere un professionista del settore… sapete che molti bravi artisti italiani nel momento di maggiore difficoltà han trovato il critico nel poeta, han trovato Raffaele Carrieri, Libero Delibero, Ungaretti, non critici professionisti ma poeti? E allora ho pensato Erica Jong
Erica Jong è un’altra figura largamente conosciuta, grande scrittrice, popolare, amatissima, poteva anche non piacerle Botero... Le piaceva Botero. 
Ha dato a questo catalogo un ulteriore segno di presenza, la testimonianza di una mente che pensa. Nota è la lunga amicizia di Botero con Gabriel García Márquez, poteva essere anche lui il curatore, ma è ancora più singolare che fosse un’americana davanti a un autore, conosciuto anche da lei per il lato divertente delle sue opere, ma che ha saputo affrontare un tema caldo legato agli Stati Uniti d’America, su cui la Jong ha messo un carico da novanta dicendo che non è civile un paese come il suo che tortura e umilia. 
Naturalmente chi non fa il critico scrive quello che gli pare di quello che vede. Se è un letterato gli è concesso tutto. Italo Calvino scrisse di Domenico Gnoli. È possibile tutto. Ma il testo della Jong cita Karpinski quando dice "dobbiamo prendere atto degli effetti che l’occupazione in Iraq ha avuto sul corpo militare degli Stati Uniti, sui prigionieri e su tutti gli iracheni. I livelli più alti del nostro governo hanno autorizzato la tortura e l’abuso, violando apertamente le convenzioni di Ginevra e i diritti umani. Coloro che sapevano e coordinavano tali operazioni approvandole e sostenendole assunsero incuranti il ruolo dei sopraffattori e degli oppressori rimpiazzando di fatto l’ex dittatore iracheno Saddam Hussein". 
È un testo delicato, come vedete, estremo ma condivisibile. Non credo che in questo al di là della lettura quello che ha mosso la Jong americana sia diverso da quello che ha mosso Botero a realizzare quella serie. È indignazione, è pensiero che l’uomo non possa arrivare a tanto. E mentre ci può arrivare la bestia, mentre ci può arrivare l’uomo selvaggio, l’uomo che non ha democrazia, che non ha civiltà, che non ha educazione e può diventare violento, gli stati Uniti d’America, che sono un riferimento per tutti e per la democrazia, ai propri vertici hanno legittimato l’opposto della ragione stessa per cui si chiamano Stati Uniti d’America e Democrazia. 
Quindi mi pare che questo testo porti con sé una buona ragione per accendere non le polemiche - perché sarebbe difficile negare l’evidenza -, ma l’indicazione del responsabile che non è il singolo soldato ma è un clima per cui l’America pensa di vendicare il mondo in nome di valori assoluti che nessuno può avere se sono contro l’uomo. Credo che questo sia il senso di questa impresa, un monito terribile, la Jong lo ha sottolineato, la giornata di oggi si apre all’insegna del Botero festoso e felice, della Bella Estate, ma anche di una riflessione drammatica a cui l’autore chiama tutti noi e prima di tutto se stesso. 
Lo ringraziamo di questa pittura civile, facile e civile in tempi in cui la pittura è difficile e spesso incivile.


LA PAROLA A FERDINANDO BOTERO

Il mio lavoro


Come ha detto il professor Sgarbi, il mio lavoro è molto diverso da quello della maggior parte degli artisti. Il problema è decidere la posizione che prende l’artista di fronte al problema dell’arte. Io sono convinto che l’arte debba esaltare l’uomo, aiutarne il pensiero e non denigrarlo. Quanto mi pongo di fronte alla pittura vedo qualcosa di bello, piacevole, che mi fa capire meglio com’è un uomo. È così con la pittura impressionista, con Dürer Vermeer, Tiziano...  
Non capisco perché l’arte oggi deve essere negativa, oscura, perché sia tanto diffusa la passione di oscurare tutto. Dietro un titolo e la presentazione di un’opera vogliono fare pensare che ci sia qualcosa di più, ma non c’è niente! 
Invece la pittura deve segire un percorso chiaro, e questo è senz’altro più difficile. È necessaria una riflessione e una vita di lavoro: non è semplice dare questa idea di apparente semplicità. Il problema dell’arte oggi è che l’artista ha perso la comunicazione con il pubblico. C’è stato un grande divorzio con l’opinione dell’artista. Molta gente crede di capire quando non c’è niente da capire e si è così creata una situazione completamente opposta a quella della maggior parte degli artisti. Io sono molto convinto di quello che faccio, anche perché ho trascorso una vita a pensare quale dovesse essere l’eccellenza dell’arte.
Posso fare qualsiasi cosa nella vita, anche scrivere, per esempio, ma lo farò sempre con questa sensibilità alla forma con questa sensibilità al volume
L’arte è qualcosa di molto profondo, il vero artista può fare qualsiasi cosa e verrà sempre riconosciuto. Molti artisti invece creano quello che si può definire un prodotto, sono riconosciuti per questo e se il prodotto viene fatto in modo diverso non si riconoscono più, non si capisce più niente del loro lavoro. Questo non dà la giusta impressione di profondità.


Il rapporto con la Colombia
 
Sono informato su tutto quello che succede, leggo i giornali tutti i giorni, cerco di esprimere il mio dolore attraverso il mio lavoro. Ho fatto una serie di più di cento opere sulla Colombia, tutte ispirate al dramma, alla violenza, al rapimento, alla droga: un’enorme tragedia per la nostra gente, per la nostra terra. Tutte queste opere adesso sono al museo nazionale della Colombia, le ho donate e sono lì da vedere. Ma non hanno nulla a che fare con la serie di quadri ispirati ad Abu Ghraib.
Siamo un paese meraviglioso che sta attraversando un momento di crisi che credo passerà. Tutte le crisi passano, ma in questo momento sono vicino a i colombiani in questo momento drammatico.

Al centro dell'opera: occhi e sguardo 

L’espressione degli occhi viene dall’ammirazione che ho per l’opera di Tiziano, le cui figure non guardano mai lo spettatore, guardano un punto indefinito di fronte a loro. Questo crea una situazione di mistero, di poesia, ed è bello. La stessa cosa si nota anche in Piero della Francesca: c’è questo sguardo, molto speciale, che dà un senso di eternità.
Tutto quello che è stato fatto nell’arte viene incorporato, coscientemente o incoscientemente. La questione dello sguardo è importante: l’arte non deve mai guardare lo spettatore perché gli occhi hanno una tale forza che quando si osserva un quadro che rappresenta lo sguardo verso lo spettatore, si notano soltanto gli occhi. 
Per vedere una persona - se vuoi vederla davvero - deve chiudere gli occhi. Allora si vede una persona  nel suo insieme, altrimenti il magnetismo degli occhi è totalizzante, attira troppo. È per questo che ho scelto di seguire le orme di Tiziano e Piero della Francesca. Secondo me quando si guarda una figura rappresentata in un quadro gli occhi attiriano troppo, si guardano solo gli occhi. Così ho scelto di fare delle figure che, come in Tiziano e in Piero della Francesca, non guardino lo spettatore.


Perché dipingo i vescovi

Gli unici che hanno usato immaginazione nel vestirsi, tra gli uomini, sono i vescovi, i preti e i matadores. 
Per noi pittori l’abbigliamento è un problema. Al tempo del Rinascimento la gente si vestiva in modo più sgargiante, giocoso: allora i pittori potevano rappresentare figure che avevano colore, adesso siamo tutti vestiti in grigio, allora dobbiamo improvvisare perché non è facile dare una forma logica a queste figure. Sono felicissimo di fare lavori sul circo perché posso mettere qualsiasi colore che mi piace inserendolo in una forma logica e senza forzare il senso della rappresentazione e della verità. I vescovi sono fantastici per questo.  


Il catalogo è edito da Skira
La bibliografia di Botero, su Wuz
Tutte le informazioni sulla mostra sul sito ufficiale



27 luglio 2007 Di G. M.


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