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HOME | domenica 12 febbraio 2012 |
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Milano, 28 novembre, Datch Forum
Bruce Springsteen, uno spettacolo incredibile
LEONARDO COLOMBATI, AUTORE DI COME UN KILLER SOTTO IL SOLE, MONOGRAFIA SU BRUCE SPRINGSTEEN, EDITA DA SIRONI, ERA TRA I FORTUNATI SPETTATORI DEL CONCERTO MILANESE DEL BOSS. LEONARDO RACCONTA PER WUZ E I SUOI LETTORI LE EMOZIONI DEL CONCERTO...
di Leonardo Colombati
| Alle nove e venti della sera... |
Alle nove e venti della sera le luci si sono spente al Datchforum e dodicimila persone hanno trattenuto il respiro, mentre lo spazio veniva saturato dalle note sbilenche di una specie di tarantella per organetto. La verità è che gli springsteeniani d’Italia, giunti a Milano ieri sera per assistere alla terza data europea del Magic Tour, erano un po’ preoccupati. Nessuno lo diceva apertamente, molti si tenevano nel cuore più di un dubbio e parecchie domande:
- ce la farà ancora Bruce, a cinquantotto anni suonati, a rinverdire la sua leggenda di più grande tra i r’n’r performers?
- quanto peserà – non solo a livello strettamente musicale – l’assenza di Danny Federici, il tastierista che è insieme al Boss dal 1968 e che ha dovuto gettare la spugna (speriamo temporaneamente) a causa di un melanoma?
- Reggeranno le canzoni tratte da Magic (l’album da poco pubblicato) il confronto con i classici del repertorio?
| Alle undici e trentacinque... |
Alle undici e trentacinque, dopo due ore abbondanti di concerto, non c’era più anima viva che non avesse trovato tutte le risposte che cercava, e forse qualcosa di più. Bruce Springsteen & The E Street Band – alla faccia di chi li voleva giù di corda – hanno offerto uno spettacolo incredibile, con una scaletta costruita apposta per accontentare anche il più insaziabile dei fan.
L’inizio, come di prammatica, è affidato a Radio Nowhere e subito di capisce che Bruce è in grande forma vocale (nonostante un recente raffreddore) e che il pubblico contribuirà non poco alla resa della serata, con un entusiasmo e una partecipazione emotiva rari da trovare in analoghe dosi fuori dai nostri confini.
The ties that bind (tratta da The River, 1980) è la prima perla del set, seguita da Lonesome day e dalla nuova Gipsy biker, durante la quale Bruce si esibisce in un lungo duello chitarristico con Steve Van Zandt.
Uno dei momenti “killer” dello show arriva con un terzetto di canzoni da sogno: Reason to believe, Adam raised a Cain e She’s the one. La prima, tratta da Nebraska, è riarrangiata come un furioso r&b à la Paul Butterfield, con Bruce che balbetta l’ultima strofa rendendo un omaggio agli Who di My generation; per la seconda è il debutto nel tour.
Ma le vere sorprese sono Incident on 57th Street (dedicata al critico musicale Paolo Zaccagnini) e The E Street Shuffle (mai suonata prima in Italia): due brani tratti da The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle, album pubblicato nell’anno di grazia 1973.
The promised land, The Rising e Badlands – tre inni che il pubblico canta in coro coprendo del tutto la voce di Bruce – sono anche canzoni che affermano il diritto/dovere di perseguire la propria felicità e di credere che un mondo migliore sia sempre possibile: è per questo significativo che siano state inserite come contrappunto tra Devil’s arcade, Last to die e Long walk home, tre canzoni tratte da Magic che ritraggono un’America alle prese coi propri demoni (“Chi sarà l’ultimo a morire per uno sbaglio?”, si chiede Bruce pensando ai marines mandati a combattere in Iraq).
I bis sono affidati a Girls in their summer clothes – un brano che sembra uscito dal repertorio dei Beach Boys e che Bruce dedica a
tutte le ragazze italiane -, Tenth avenue freeze-out e ad un quartetto finale che toglie letteralmente il fiato: Thunder Road (in una versione che da anni non era così entusiasmante), Born to run, Dancing in the dark e American land.
| Bruce saluta e se ne va... |
Bruce saluta e se ne va, le luci si riaccendono, il mondo piano piano riassume il suo aspetto normale e io mi ritrovo completamente sfinito in mezzo al parterre che si sta svuotando: il problema non è Bruce che invecchia, il problema è che sto invecchiando io: le gambe quasi non mi reggono più, la voce è andata, penso che prima o poi dovrò accettare il disonore di sedermi in tribuna invece di partecipare al rito collettivo da sotto il palco, perché la schiena è davvero a pezzi...
Ma, che dire? Sono felice. Chi non ha mai visto Springsteen dal vivo non può saperlo, e forse non riuscirà a capirlo: ma per due ore mi è sembrato che ogni cosa fosse al suo posto.
Come un killer sotto il sole, il libro sul Boss
La prefazione di Ennio Morricone
L'intervista a Leonardo Colombati
La traduzione di The River
La recensione di Magic
La discografia di Wuz
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