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La biografia di Pasolini P. Paolo

Bologna, 5/3/1922 - Roma, 1975
Pasolini P. Paolo

Scrittore, saggista, regista cinematografico italiano.
Trascorse l’infanzia in varie cittadine tra Veneto, Lombardia ed Emilia (al seguito del padre, ufficiale dell’esercito) e compì gli studi liceali e universitari a Bologna.
Il forte legame con la madre, friulana d’origine contadina (parallelo alla lontananza di una immagine paterna, pur rimpianta), e gli studi di filologia romanza lo spinsero a cercare nel dialetto materno un mezzo col quale esprimere un delicato e fantastico mondo poetico: nacquero così le Poesie a Casarsa (1942), poi raccolte con altri versi in La meglio gioventù (1954).
La guerra costrinse P. e la madre a riparare a Casarsa, nell’estate del ’43. Qui organizzò un periodico di letteratura in dialetto friulano, «Il Stroligut», che diventerà nel ’45 organo dell’«Accademiuta de lenga furlana», a difesa delle lingue regionali come forme specifiche della coscienza storica nazionale.
Nel ’47 si iscrisse al partito comunista, iniziando un’attività di militante, solo in parte riflessa nei versi funerei e barocchi de L’usignolo della chiesa cattolica (pubblicati in volume nel 1958), tesi a registrare la durezza del mondo e dei rapporti sociali, o nel romanzo Il sogno di una cosa (1962), idillica rievocazione delle lotte dei contadini friulani. (A questi anni risalgono anche due racconti autobiografici, Atti impuri e Amado mio, pubblicati postumi, nel 1982 e il testo teatrale in dialetto friulano I turcs tal Friùl, pubblicato postumo nel 1976).
Nel frattempo era divenuto insegnante di scuola media e collaboratore di numerose riviste locali; ma nel ’49, accusato di corruzione di minorenni, venne sospeso dall’insegnamento ed espulso dal partito.
Si trasferì quindi a Roma con la madre: conducendo una vita di estrema indigenza, restò affascinato dal vitalismo del sottoproletariato romano, di cui reinventò il linguaggio, tra gergo e dialetto, e l’esistenza picaresca nei due romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959).
Se l’originalità stilistica di queste opere lo posero al centro dell’attenzione del mondo intellettuale, i contenuti gli valsero un processo per pornografia, codificandosi così, presso l’opinione pubblica, il suo ruolo di «provocatore», nel bene e nel male. Nel 1955 fece parte della redazione di «Officina» e tra il ’57 e il ’61 scrisse undici sceneggiature cinematografiche. La dialettica tra ragione rivoluzionaria e passione regressiva fu cantata nei versi de Le ceneri di Gramsci (1957, premio Viareggio), forse la prova migliore di P. poeta. Seguirono i poemetti de La religione del mio tempo (1961) e di Poesia in forma di rosa (1964), dove la volontà di conoscenza del reale si stempera nel senso della solitudine e nella rievocazione nostalgica di un fantastico mondo contadino.
Nel ’61 P. esordì come regista cinematografico con Accattone, il primo di una serie di film ambientati nel mondo del proletariato romano, vissuto nei toni alterni dell’epos, della violenza, del pathos lirico (Mamma Roma, 1962; La ricotta, 1963).
La scelta del linguaggio cinematografico sembrò influenzare anche l’incerto ritorno a sperimentazioni narrative (Alì dagli occhi azzurri, 1965, «mito» del terzo mondo come sorgente di liberazione per l’Occidente; La divina Mimesis, 1975, ardita prova di deliberato «non finito») o la ripresa di motivi poetici già svolti in precedenza (Trasumanar e organizzar, 1971; La nuova gioventù, 1975).
Negli anni Sessanta e Settanta egli girò molti altri film, tra cui Il Vangelo secondo Matteo (1964), Teorema (1968, del quale nello stesso anno pubblicò una felice versione in forma di romanzo), Il Decameron (1971) e Salò e le 120 giornate di Sodoma (1975), l’espressione più emblematica del cupo pessimismo che andava ormai emergendo in tutte le sue opere.
P. tentò anche l’esperienza del testo teatrale, scrivendo tragedie in versi (Orgia, 1968; Calderòn, 1973; Affabulazione, Pilade, postume, 1977), che proiettano nel mito la complessità delle problematiche psicologiche e ideologiche tipiche della sua opera.
Inoltre si intensificò in questo periodo la sua attività di saggista e polemista. Dopo la ricerca antologica su La poesia popolare italiana (1960) e gli scritti di critica letteraria di Passione e ideologia (1960) ed Empirismo eretico (1972), passò agli interventi politici pubblicati sulle colonne di un settimanale e sulle pagine del «Corriere della sera» (dal 1974), poi raccolti in volumi postumi (Scritti corsari, 1975; Lettere luterane, 1976; Le belle bandiere, 1977; Il caos, 1979).
In questo passaggio dalla letteratura all’analisi dei fenomeni sociali e di costume, P. accentuò la sua vocazione a porsi come voce diversa, anticonformista, alla ricerca continua di una verità, in politica come in arte, nei rapporti umani come nei linguaggi quotidiani.
Proprio a partire da questa «diversità», P. teorizzava un suo ruolo di totale disomogeneità rispetto ai valori borghesi della società italiana: e la tragica morte violenta, avvenuta il 2 novembre del ’75, per mano di un «ragazzo di vita», sanciva definitivamente questa estraneità, chiudendo una vicenda esistenziale e umana che, come poche altre, testimonia il trauma prodotto da certe trasformazioni della società e della cultura.
All’interno di un’ideologia genericamente di sinistra, P. aveva cercato di coniugare marxismo e spiritualità cristiana, nostalgia dei valori del mondo rurale precapitalistico e denuncia della violenza, implicita o esplicita, delle strutture sociali dell’Occidente industrializzato.
La sua prosa lucida e precisa nel tracciare paradossi o proposte apocalittiche fu capace di elaborare una particolare retorica della provocazione, strumento stilistico votato a demistificare ideologie e comportamenti inglobati da una tentacolare cultura neocapitalistica.
Nel 1992 è stato pubblicato un vasto frammento del romanzo incompiuto Petrolio, cui P. lavorò dal 1972 alla morte. Del 1993 è Bestemmia, che raccoglie in due volumi l’intera sua produzione poetica sotto un titolo da lui stesso previsto.

Fonte: Enciclopedia della Letteratura Garzanti 2007


 

Pier Paolo Pasolini fotografato al lavoro davanti alla sua scrivania



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