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La biografia di D’Annunzio Gabriele

D’Annunzio Gabriele

(Pescara 1863 - Gardone Riviera, Brescia, 1938) scrittore italiano. La vita e le opere Debuttò giovanissimo con la raccolta di versi Primo vere (1879), cui seguì nel 1882 Canto novo, nel quale è evidente l’imitazione di G. Carducci temperata da una già personale vena sensuale e naturalistica. A Roma, dove iniziò (ma non concluse) gli studi alla facoltà di lettere, D’A. visse all’insegna della mondanità e dell’estetismo, sempre alla ricerca di nuove sensazioni in nome di un compiaciuto erotismo al quale sarebbe rimasto fedele sino alla fine con ossessive varianti. Dal decadentismo europeo assimilava, intanto, ideali di sensibilità e di raffinatezza e il gusto del tecnicismo formale: nacquero così, accanto ad alcune raccolte di versi, romanzi come Il piacere (1889), Giovanni Episcopo (1891) e L’innocente (1892). In questi ultimi è avvertibile la lezione di Tolstoj e Dostoevskij, ma ridotta, da studio del profondo, a languida ostentazione del morboso. Dalla stessa vena decadentistica nacque, in poesia, il Poema paradisiaco (1893), che anticipa in modo notevole, soprattutto dal punto di vista della versificazione, modi che saranno tipici della poesia crepuscolare. Nel periodo immediatamente successivo, D’A. mostrò di voler colmare un vuoto morale, di cui egli stesso avvertiva il rischio, con il mito del «superuomo» desunto da Nietzsche; ma alla «volontà di potenza» teorizzata dal filosofo tedesco, nel quadro di una distruzione della morale comune e di una rifondazione di essa, D’A. sostituì ideali estetizzanti, destinati a comporre l’abbagliante mosaico di una «vita inimitabile». Appartengono a questo periodo i romanzi Il trionfo della morte (1894), Le vergini delle rocce (1895) e Il fuoco (1900) e i drammi La città morta (1899) e La Gioconda (1899), questi ultimi scritti durante la relazione di D’A. con la più grande attrice del tempo, Eleonora Duse. Ritiratosi nella villa La Capponcina, a Settignano, il poeta lasciò sedimentare l’onda contraddittoria delle sue ambizioni e compose alcuni dei suoi capolavori: i primi tre libri (Maia, Elettra e Alcyone) delle Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi, pubblicati nel 1903; le tragedie Francesca da Rimini (1902), La figlia di Jorio (1904), La fiaccola sotto il moggio (1905), La nave (1908), Fedra (1909) e il romanzo Forse che sì forse che no (1910). I creditori gli sequestrarono la villa: D’A., sdegnato, riparò, «in volontario esilio», in Francia dove scrisse, tra l’altro, in un prezioso francese, il dramma Le martyre de Saint Sébastien (1911), musicato da C. Debussy, e il quarto libro delle Laudi (Merope, 1912), che raccoglie le Canzoni delle gesta d’oltremare, celebranti la conquista della Libia. Al mito del superuomo tende ora a sostituirsi, o perlomeno ad affiancarsi, il mito della supernazione, chiamata dal destino all’impero: transfert in cui ben si rispecchia una borghesia di recente formazione, ma già bisognosa di evasioni e soprattutto di alibi.Tornato in Italia allo scoppio della grande guerra, D’A. fu interventista e combattente valoroso: si ricordano, fra le sue imprese guerresche, la «beffa di Buccari» (10 febbraio 1918) e il volo su Vienna (9 agosto 1918), con il lancio di volantini tricolori sulla città. Ferito a un occhio, scrisse, «pur con l’uno», il Notturno, un’opera in prosa che caratterizza un momento di ripiegamento su se stesso e contiene alcune delle sue pagine più perfette e vibranti. Dopo la guerra, fu l’ideatore e il comandante della marcia da Ronchi a Fiume; occupò questa città dal 1919 al 1921, con un pugno di volontari, proclamandovi una sua reggenza. Fu sloggiato dalle truppe italiane. Ritiratosi a Gardone, in una villa da lui chiamata «Vittoriale degli italiani», guardò con favore al fascismo e morì dopo un lungo periodo di splendido ma in fondo patetico isolamento, continuando a comporre opere, per lo più rievocative e autobiografiche (Il venturiero senza ventura, 1924; Il compagno dagli occhi senza cigli, 1928 ecc.).La poetica decadente Nell’arte, come nella vita, la tensione eroica e superomistica è prevalente ma si scandisce in due fasi diversamente significative. La prima è caratterizzata da una sorta di effusa «sfrenatezza» e si conclude con il poema autobiografico Laus vitae (in Maia, 1903), che è la trasposizione sul piano concretamente poetico dei motivi volontaristici sparsi nei romanzi (Le vergini delle rocce, Il fuoco) e nelle tragedie (La città morta, La Gioconda, La gloria, 1899). Nella seconda − durante e dopo l’esilio in Francia − prevale un superuomo che «ricorda e del ricordo fa arte»: cioè la resa e la negazione del superuomo, un atteggiamento che si riflette in alcune opere di teatro (Più che l’amore, Fedra) e di narrativa (Forse che sì che no, La Leda senza cigno, del ’16, Notturno). In mezzo, fra questi due momenti conflittuali, di segno opposto, c’è la grande «tregua» di Alcyone, il capolavoro della poesia dannunziana. Qui cadono le intrusioni volitive e il canto si libera in pura musica sensuale: una poesia compiutamente «decadente» perché fatta soltanto di sensazioni e di atmosfera, in totale assenza di costruzione, di contenuti, di centri logici. E le punte più alte di questa lirica alcyonica sono da ravvisare nella Sera fiesolana, in Bocca d’Arno, nella Pioggia nel pineto, nelle Stirpi canore. Nella sua vasta opera, D’A. tentò in ogni modo e con ogni espediente di realizzare quella fusione tra arte e vita che fu il sogno di tanti artisti decadenti. Egli era mosso, inoltre, dal proposito di europeizzare una cultura provinciale come era allora quella italiana. Ma la sua grande forza assimilatrice e mimetica nascondeva una sostanziale disponibilità a tutto, cioè un congenito e quasi patologico vuoto di problemi e di istanze. L’aspetto più attendibile e più valido della sua opera risulta così, alla fine, quello originario: l’autenticità nel cogliere, e la magistrale abilità nell’esprimere, la comunione di sensi e d’animo col tutto, le suggestioni di una sensualità rapita «fuori dei sensi». Questa capacità di rivivere in sé la vita della natura, cioè il cosiddetto «panismo» dannunziano, rappresenta nella nostra letteratura quella che è una componente essenziale del decadentismo: il momento del dissolversi dell’io e l’affacciarsi di un rapporto nuovo, non effabile per via logica, con le cose. Da vate (Carducci) il poeta diventa veggente (D’Annunzio); da guida della storia, decifratore dell’ineffabile interiore. In questo mondo inesplorato, ed esplorabile solo con gli strumenti dell’intuizione, D’A. penetrò, tuttavia, con un pesante bagaglio di retorica, creando così, in gran parte delle sue pagine, immense macchine di ostentazione dove regna la «parola come fine».L’innegabile, anche se forse non essenziale lezione, che D’A. lasciò al Novecento, va dunque cercata nella vena intimistica, «notturna», della sua produzione, e soprattutto, sul piano formale, nello splendore di un linguaggio analogico che esprime per suggestione più che per comunicazione. In questo senso e con questi limiti devono essere valutate le recenti proposte critiche che congiungono D’A. alla poesia italiana del Novecento fino ai giorni nostri, lungo una linea che partendo dai futuristi e dai crepuscolari raggiunge gli ermetici e lo stesso Montale.



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