Charles John Huffam Dickens è stato uno scrittore, giornalista e reporter di viaggio britannico. I nonni paterni erano stati domestici presso famiglie della nobiltà; il nonno materno, colpevole di appropriazione indebita, s’era sottratto all’arresto con la fuga. Nel 1824 il padre, un modesto impiegato con gusti e abitudini superiori alle sue possibilità, fu rinchiuso per debiti nelle carceri londinesi di Marshalsea e il piccolo Charles, interrotti gli studi, venne messo a lavorare per sei mesi in una fabbrica di lucido per scarpe. Questa precoce esperienza di miseria, umiliazione e abbandono (anche dopo la scarcerazione del padre, la madre aveva insistito perché Charles continuasse a lavorare) lo segnò in modo irreparabile. Dopo un’istruzione sommaria, lavorò come commesso in uno studio legale, poi come cronista parlamentare e collaboratore di giornali umoristici. Finché con
Il Circolo Pickwick il ventiseienne Dickens diventò di colpo uno scrittore di successo. La sua popolarità aumentò con i romanzi successivi, che uscivano a dispense mensili, con le conferenze, gli spettacoli teatrali da lui organizzati (vi si esibiva anche come attore). Nel 1846 fondò un quotidiano, il «Daily News», che durò meno di un anno; dal 1850 al 1859 diresse il settimanale «Household Words». Innamoratosi della giovanissima Ellen Ternan, nel 1858 Dickens si separò dalla moglie, dalla quale aveva avuto dieci figli; ma la nuova relazione non fu fortunata.
Il Circolo Pickwick (1836-37), le cui dispense dalle iniziali 400 copie arrivarono alla tiratura di 40.000, è un capolavoro dell’umorismo. La trama è poco più d’un pretesto per mettere in scena una miriade di personaggi, gentiluomini e popolani. Se ne ricava l’immagine idealizzata e nostalgica di un’Inghilterra eccentrica e cordiale, estrosa e ricca di umanità, ancora integrata nonostante le divisioni di classe. Ma quest’immagine risulta già capovolta in
Oliver Twist (1837-38), la tetra storia di un orfano, prima segregato in un ospizio di mendicanti e poi gettato nel mondo della malavita, tra ladri e prostitute. Dopo
Nicholas Nickleby (1838-39) e il racconto grottesco
La bottega dell’antiquario (1840), Dickens scrisse
Barnaby Rudge (1841), romanzo «storico» sull’insurrezione anticattolica nota col nome di Gordon Riots, avvenuta a Londra nel 1780; ma dietro lo schermo di quei lontani moti popolari sono evidenti i sentimenti contrastanti dell’autore per la grande agitazione cartista che toccò il punto culminante proprio nel 1840, e per gli scioperi di quegli anni, finiti in tumulti sanguinosi.
L’America (1842) è la relazione su un viaggio negli Stati Uniti, che ispirò a Dickens anche il romanzo
Martin Chuzzlewit (1843-44): entrambe le opere riflettono l’amara delusione di Dickens, che aveva sperato di trovare attuati nella giovane democrazia americana i suoi ideali di libertà e di giustizia. Dal 1843 al 1848 apparvero i popolarissimi
Racconti di Natale. Al soggiorno di un anno in Italia si riferiscono invece le
Impressioni d’Italia (1846).
Tra
Dombey e figlio (1847-48) e
Casa desolata (1852-53), due romanzi di forte impegno sociale, Dickens scrisse
David Copperfield (1849-50), uno dei suoi libri più fortunati. Pensato come autobiografia,
David Copperfield è eccezionalmente felice nella descrizione dell’infanzia, dei suoi amori e dolori, paure e meraviglie. In
Tempi difficili (1854) l’analisi sociale di Dickens investe il proletariato industriale. Lo sfruttamento economico e la crudeltà delle istituzioni sono temi dominanti anche in
La piccola Dorrit (1857-58) e
Grandi speranze (1860-61), nei quali si avverte anche un notevole approfondimento psicologico. Nel 1859 era uscito
Le due città e nel 1864-65 vede la luce
Il nostro comune amico, il romanzo più complesso e disperato di Dickens. Le ultime illusioni sulla missione progressiva della classe borghese sono definitivamente cadute e anche il proletariato, per elevarsi alla condizione della borghesia, ne ha assunto le caratteristiche di ipocrisia e di durezza. L’analisi psicologica si fa particolarmente sottile in
Il mistero di Edwin Drood, un romanzo «poliziesco» rimasto incompiuto nel quale Dickens esplora il conflitto tra il bene e il male nell’animo di un singolo uomo.
Se Dickens ha conosciuto in vita e fino ai giorni nostri una popolarità straordinaria, la sua fortuna critica è stata invece discontinua. La reazione antivittoriana finì spesso per confondere anche l’opera di Dickens tra le tipiche espressioni della società che essa rifiutava. La successiva rivalutazione non è mai stata immune, specie da parte della critica accademica, da riserve più o meno ampie. L’opera di Dickens non è certo esente da difetti, in parte riconducibili al superlavoro cui lo costringevano le ferree scadenze editoriali e il suo bisogno di essere sempre a contatto con il suo pubblico. Eppure, nonostante la mancanza di misura, gli errori di gusto, gli eccessi patetici e moralistici, Dickens è il maggior narratore inglese del suo secolo e tra i massimi di ogni paese. Dickens creò una nuova forma letteraria, il romanzo sociale, nel quale fuse e sviluppò due grandi filoni della narrativa inglese: la tradizione picaresca di Defoe, Fielding e Smollett e quella sentimentale di Goldsmith e Sterne. Egli tuttavia esplorò i generi più diversi, dal racconto di fantasmi a quello poliziesco, dal romanzo umoristico alla satira di costume.
(dall'
Enciclopedia della Letteratura Garzanti)