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HOME | venerdì 12 marzo 2010 |
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Un futuro difficile da prevedere: intervista a Noam Chomsky Scienziato, filosofo e teorico della comunicazione, professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology, riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo: ecco chi è Noam Chomsky. La sua vasta notorietà non dipende però tanto dai suoi fondamentali studi accademici, quanto dal suo essere una delle voci più critiche e dure nei confronti del sistema capitalistico e delle scelte politiche del suo Paese. In questa intervista spiega con grande chiarezza che cosa significhi e da che cosa nasca la crisi economica che stiamo attraversando.
Ci dica che cosa ne pensa di questo tracollo economico.
Dunque, cominciamo dal G20. Sul Financial Times, il giornale di economia più importante al mondo, il giorno prima del G20 c’era una sezione in cui si faceva notare, secondo me in modo corretto, che lo scopo principale era quello di fornire un quadro di armonia e intesa. Non importa che cosa si faccia, basta far sembrare che si è tutti uniti. In realtà, ci sono grosse spaccature rispetto a come porsi di fronte alla questione, ma bisogna veicolare l’idea di essere tutti uniti. Questo è, più o meno, quanto è successo. Su un punto erano d’accordo: una forte ricapitalizzazione del Fondo Monetario Internazionale. Versare una grossa quantità di denaro nell’FMI. Mossa piuttosto discutibile. C’è un’interessante discussione a questo proposito. I sostenitori della ricapitalizzazione dicono, “Dunque, ci sono stati dei cambiamenti nell’FMI. D’ora in avanti sarà diverso”. Ma, esiste qualche ragione per credere che sarà diverso? Oggigiorno, se si guarda bene, è alquanto strano osservare le linee e i programmi che le potenze occidentali seguono e compararli con le disposizioni date al terzo mondo. Prendiamo l’Indonesia, per esempio. Dieci anni fa l’Indonesia vide una grossa crisi finanziaria, e le indicazioni furono quelle standard: “Ecco cosa dovete fare. Primo, saldate i debiti che avete con noi. Secondo, privatizzate, così ci potremo prendere i guadagni in economia. Terzo, alzate i tassi di interesse facendo in modo che l’economia rallenti e la popolazione soffra, lo capite, per pagare noi”. Queste sono le regole di base che l’FMI sta impartendo loro a tutt’oggi. E noi che cosa facciamo? L’esatto opposto. Ci scordiamo del debito, lasciamo che esploda. Riduciamo a zero i tassi di interesse per stimolare l’economia. Riversiamo soldi nell’economia per far crescere ulteriormente il debito. Non privatizziamo. Noi nazionalizziamo, solo che non la chiamiamo nazionalizzazione. La chiamiamo “bailout”, o cose così. Essenzialmente, si tratta di nazionalizzazione fuori controllo. Perciò, mettiamo i soldi nelle istituzioni. Ripetiamo al terzo mondo di accettare il libero scambio, mentre noi accettiamo il protezionismo.
Crede che ci sia qualche differenza tra il Presidente Obama e il Presidente Bush per quanto riguarda l’economia? Se lei facesse parte del Congresso, pensa che avrebbe votato per il bailout e per i pacchetti stimolo?
Obama è diverso. Prima di tutto, c’è una differenza retorica. Ma dobbiamo distinguere il primo mandato di Bush dal secondo. Sono molto diversi l’uno dall’altro. Il primo mandato fu così arrogante, abrasivo, militaristico e sprezzante con tutti che si rese nemici pure gli alleati, gli alleati stretti, e il prestigio degli Stati Uniti nel mondo precipitò a zero. Invece, la seconda amministrazione Bush muoveva più verso il centro. E Obama sta continuando in questa direzione. È un democratico centrista. Non ha mai finto di essere null’altro. Si muove verso una posizione centrista. In Europa è molto popolare, non tanto per ciò che è lui, più che altro per non essere Bush. Quindi c’è quella sorta di retorica che i leader europei e, di fatto, la popolazione europea, tendono ad accettare. Quindi, sì, Obama è diverso da Bush. Tuttavia, per quanto riguarda l’economia, l’attuale piano di Obama-Geithner non è molto diverso dal piano Bush-Paulson. Cioè, in qualcosa differiscono, le circostanze sono cambiate. Quindi, devono per forza differire in qualcosa. Ma sono entrambe basate sullo stesso principio secondo cui i contribuenti devono mantenere intatte le istituzioni. Devono rimanere intatte, e con loro anche le persone che hanno distrutto l’economia.
Per quanto riguarda l’intera questione della rabbia populista, Noam Chomsky, crede che questa rabbia porterà a una totale perdita delle staffe se la disoccupazione aumenterà?
É molto difficile predire queste cose. C’è un lato potenzialmente positivo, per esempio potrebbe portare all’attivismo degli anni ‘30 o ’60, che finì per creare una società più civilizzata da molti punti di vista, oppure potrebbe ripresentarsi uno spiacevole precedente che mi salta subito alla mente. Prendiamo la Germania. Negli anni ’20, la Germania era al culmine della civilizzazione occidentale, nelle arti e nelle scienze. Si guardava alla Germania come a un modello di democrazia. Poi, dieci anni dopo, era il peggio della barbarie. Fu una transizione velocissima. Ora, se si ascolta la propaganda nazista iniziale, e si ascoltano le conversazioni alla radio negli Stati Uniti, cosa che io faccio spesso, è interessante, c’è una somiglianza. In entrambi i casi, dei demagoghi attraggono la gente che fa lamentele reali. Le lamentele non sono infondate. Voglio dire, per la popolazione americana, gli ultimi trent’anni sono stati tra i peggiori nella storia dell’economia. È un paese ricco, ma le retribuzioni effettive sono stagnanti o hanno subito un declino, le ore lavorative sono aumentate molto e i benefici sono diminuiti, la gente vive problemi reali, e ora, dopo le bolle, ogni problema reale scoppia. E sono arrabbiati. E vogliono sapere, “Cosa mi è successo? Sono un americano, bianco, gran lavoratore, timorato di Dio. Come mi è potuto succedere?”. Le lamentele sono concrete. Una risposta possibile è quella che suggerisce Rush Limbaugh: “Beh, sta succedendo a te per colpa di quei ragazzacci laggiù”. D’accordo, nel caso nazista si trattava di ebrei e bolscevichi. Ora, sono quelli che gestiscono Wall Street e i media, e che danno via tutto a immigranti illegali e così via.
Come vede l’impero americano tra dieci, venti, trent’anni?
Si riesce raramente a fare predizioni sulle faccende umane, ci sono troppe complicazioni. Molto probabilmente, gli Stati Uniti usciranno dalla crisi economica come superpotenza dominante. Si parla molto di Cina e India, stanno cambiando, è vero, ma si trovano a livelli completamente diversi. Cina e India hanno enormi problemi interni che l’occidente invece non deve affrontare. Ce ne si può fare un’idea dando un’occhiata all’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite. L’ultima volta che l’ho consultato, l’India era alla posizione 125 o giù di lì. E mi pare che la Cina fosse ottantesima.
Traduzione di Silvia Casati dell'intervista apparsa su www.democracynow.org il 13 aprile 2009
| Cenni biografici di Noam Chomsky |
| 30 aprile 2009 | | Di Amy Goodman |
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