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HOME | martedì 09 febbraio 2010 |
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Elezioni americane: un'occasione per il mondo. Parlano Jonathan Safran Foer, Ben Pastor, Richard Ford e Carlos FuentesLe prossime elezioni viste da chi negli USA vive e chi invece guarda dal confine con una certa preoccupazione
E le star americane scendono in campo: Leonardo di Caprio, Laura Linney, Dustin Hoffman, Courtney Cox, Ashotn Kutcher, Benicio del Toro... Please, don't vote!: ecco il video >>>
Ben Pastor, Jonathan Safran Foer e Richard Ford vivono negli Stati Uniti, Carlos Fuentes in Messico. E se i primi due si sbilanciano prendendo posizione per Obama, il terzo preferisce occuparsi dei rapporti con il suo Paese mentre Ford parla di crisi, inefficienza e questione morale.
L'inchiesta di Wuz - La sfida: Barack Obama vs John McCain >>>
In un recente editoriale Jeremy Rifkin faceva notare che il mondo per la prima volta si trova ad dover affrontare contemporaneamente 3 crisi globali potenzialmente distruttive: penuria di fonti energetiche, cambiamenti climatici e crisi finanziaria. Pensate quanta importanza avrà in questo scenario la leadership degli Stati Uniti. Abbiamo chiesto a quattro scrittori coinvolti personalmente e quotidianamente in questa realtà cosa pensino della situazione e della condizione socio-politica degli USA, ma non solo.
Lei si è schierato con Obama…
Per otto anni gli americani hanno sentito l’esigenza di ‘spiegarsi’ quando viaggiavano all’estero. Ogni volta che dicevano, ‘sono americano’, si sentivano anche in dovere di aggiungere che no, non sostenevano la politica del Presidente. È eccitante pensare ad un futuro sostenendo Obama, un futuro in cui si possa dire ‘sono americano’ senza aggiungere spiegazioni di supporto. Questo governo riflette i miei valori. Perché ora come ora molti valori americani sono compromessi: la libertà civile, la libertà di espressione, il rifiuto della tortura, il rifiuto dell’occupazione. Spesso il mondo pare aver dimenticato che cosa erano gli Stati Uniti otto anni fa e anche l’America lo ha dimenticato. Spero che a gennaio spossa ricordare con un sorriso il fatto di essere americano, spero si possano amare gli Stati Uniti senza ironia e senza spiegazioni. Non sarà perfetto: è impossibile governare un paese così grande in maniera perfetta, ma sarà un luogo migliore.
Il suo secondo romanzo è stato uno dei primi romanzi sull’11 settembre. Il protagonista era un bambino che rappresentava l’innocenza lacerata. Si è dissolta ora quell’atmosfera rarefatta del dopo 11 settembre?
Io vivo a New York e New York è, rispetto all’America, quello che Mantova è rispetto a Marte- è così poco simile al resto del paese. Si penserebbe che sia il posto in cui gli effetti di qualcosa durano più a lungo, e invece non è così. New York è la stessa di prima e per me questa è la bellezza di New York. Gli stati centrali dell’America hanno fatto un cambiamento…nel Texas, nell’Idaho, si vota spinti dalla paura, si vota McCain perché rappresenta la sicurezza. Come se Al Qaeda dovesse bombardare il Texas. C’è una gran parte d’America che prende decisioni anche per quelli che non vogliono la stessa cosa. C’è una profonda spaccatura e la risposta si avrà a novembre. Se vince McCain, è perché ha prevalso la paura; se vince Obama, è la speranza che vince. Obama vincerà a New York e nei luoghi che possono essere obiettivo di un attacco terroristico. Ho riletto di recente “I sommersi e i salvati” di Primo Levi e ho pensato alla domanda che spesso hanno fatto allo scrittore, perché non se ne sia andato quando ha avuto avvisaglia di quello che sarebbe successo. E lui rispondeva, ‘perché non lasci un posto che è te stesso? Era difficile dire che l’Italia non fosse casa mia.’ Ecco, a livello personale sento che gli Stati Uniti non sono più casa mia, non lo sono stati per otto anni perché hanno promosso dei valori antitetici a quelli in cui credo io. Ma ho fiducia che le cose cambieranno.
Intervista di Marilia Piccone
La bibliografia
Lei indossa la spilla elettorale di Barack Obama 2008. Qualche parola su questa candidatura...
Credo che sia davvero fortunato chi è americano oggi e assiste ad una campagna elettorale come questa. Io ormai ne ho viste parecchie durante la mia permanenza negli Stati Uniti ed è forse la prima volta che vedo una partecipazione assoluta dei giovani, il che è un segno ottimo. Credo che sia in Europa che negli Stati Uniti vi sia una certa stanchezza della politica, l’allontanamento dalla politica dei giovani, che è una tendenza deleteria. Quindi il fatto che sia in gara Obama, quello che latinamente si sarebbe detto un “homo novus”, un uomo nuovo per la politica intesa come business usual, cioè fare gli affari come si sono sempre fatti, è positivo. Obama è un uomo che sicuramente per le sue origini culturali e per il suo stesso colore può essere un formidabile biglietto da visita per gli Stati Uniti, che non sono amanti del mondo e hanno bisogno davvero di rivedere se stessi, il modo in cui si pongono nei confronti del resto del pianeta per presentarsi con un viso diverso. Un viso che sia anche giovane. Lo dico da persona sicuramente più adulta di Obama e trovo estremamente affascinante non solo il suo aspetto e il suo carisma, ma anche ciò che rappresenta: un americano diverso. E parlando di un mondo globale e diversificato, credo che sia un’occasione imperdibile, che spero che gli Stati Uniti non si lascino sfuggire.
Ascolta l'intervista completa di Maria Antonietta Giudicissi su RadioAlt >>>
La bibliografia
Il suo romanzo Il trono dell'aquila parla di un futuro prossimo, l’anno 2020, nel quale lei immagina che Presidente degli Stati Uniti sia diventata Condoleeza Rice. Un’ingerenza degli USA in una questione latino-americana dà il via ad una serie di conseguenze, che poi coinvolgono ed investono direttamente il Messico. Quanto è stretto il rapporto tra queste due nazioni? Quanto la politica USA può influenzare il messico e tutta l'America Latina?
Nel romanzo si ipotizza un blocco delle comunicazioni nel Messico da parte degli Stati Uniti, che, attraverso il punto d'azione di Miami, chiudono ogni tipo di trasmissione radiofonica e televisiva e ogni forma di comunicazione. di fatto rendendo la comunicazione possibile solo attraverso la parola diretta o il rapporto epistolare. È chiaro che si tratta di una scelta abbastanza estrema, che è comunque una scelta letteraria, ed è molto difficile ipotizzare la fattibilità, la veritàdi una situazione del genere. Però dal punto di vista della narrazione era straordinariamente funzionale, perché la politica in questo modo viene rappresentata in maniera diversa. Con la parola scritta e non più semplicemente parlata, certe intenzioni nascoste, vengono a galla, vengono rivelate. È tutto un gioco politico...
Sembra però che si muova qualcosa, cioè che l’America latina non sia più disposta a sottostare in maniera completa al dictat degli americani... La situazione attuale è particolare, perché 30 anni fa era inconcepibile, per esempio, che un personaggio come Lula diventasse presidente del Brasile. Un personaggio che è riuscito a stabilire dei rapporti amichevoli con Bush, con Chavez e con Castro allo stesso tempo. Una cosa fuori dal mondo 30 anni fa, così era fuori dal mondo l’idea di avere un politico come Putin, che grazie alla forza del petrolio va d’accordo con tutti, più o meno, perché non si può fare diversamente. Le situazioni in giro per il mondo sono diverse e sono difficili. Molto difficile la situazione messicana, perché la situazione il Messico confina con gli Stati Uniti, non è lontano come l'Iraq. Noi abbiamo una grande esportazione di manodopera, esportiamo lavoratori: alcuni vanno e vengono espulsi altri vengono ammazzati, altri vanno e lavorano semplicemente. Oggi uno dei problemi principali, è il traffico della droga tra gli USA e Messico. Un problema che il prossimo Presidente degli USA dovrà affrontare di certo. I “baroni della droga”, i magnati della droga in Messico son ben noti a tutti. Non altrettanto noti sono quelli che stanno dall’altra parte della linea di scambio, cioè chi riceve la droga. La situazione è molto difficile ed è difficile pensare di risolverla. Io ho un mio modo di vedere le cose che non è accettato da tutti, ovvero pensare di depenalizzare i reati connessi al consumo di droga, perché solo in questo modo si può arrivare ad una situazione nella quale vengano smascherati e debellati definitivamente i problemi della criminalità organizzata. Se noi pensiamo per esempio a quello che ha fatto Roosevelt con il proibizionismo, quando ha reso nuovamente vendibile e legale l’alcol, ebbene non è che la gente abbia smesso di bere e si sia ridotto il numero di alcolisti, ma quello che si è ridotto è il numero di criminali. È scomparso Al Capone. Penso che se si depenalizzasse l’uso della droga, i tossicodipendenti ci sarebbero comunque, sarebbero forse gli stessi, ma quelli che verrebbero a sparire sarebbero i criminali.
Ascolta l'intera intervista a Carlos Fuentes di Matteo Baldi su RadioAlt >>>
La bibliografia
La storia raccontata nel suo romanzo Lo stato delle cose ha luogo nel 2000. Un anno vicino a noi, trascorso relativamente da poco, però la situazione degli Stati Uniti negli ultimi 7/8 anni è cambiata moltissimo. In un’intervista di qualche anno fa disse che “Gli Stati Uniti sono un Paese particolare, gli americani sono un popolo particolare, perché sono separati dal resto del Mondo da due Oceani” e questa cosa, li porta in qualche modo a concentrarsi su se stessi e a forse perdere di vista quello che succede nel resto del mondo. Oggi, rispetto al momento in cui l’ha detto, trova che sia ancora più vero? O sia cambiato qualcosa?Sta cambiando qualcosa?
La questione di fondo è l’opportunità che abbiamo avuto di cambiare in questi 8 anni nei quali gli Stati Uniti sono stati governati da leader piuttosto scarsi. Se escludiamo il primo mandato di Clinton questi otto anni di leadership hanno fatto in modo che ci isolassimo moralmente, economicamente, spiritualmente. Adesso abbiamo l’opportunità di cambiare, di ridurre questo isolamento. Non penso tuttavia che sarà facile modificare questa mentalità degli americani che di base sono orgogliosi, si sentono superiori moralmente e separati eticamente dal resto del Mondo. Questo concetto stesso di Stato-Nazione implica una separazione dal resto del Mondo. Non sarà facile modificare questa mentalità e farlo comporterà dei gravi sacrifici. E gli americani non sono abituati ai sacrifici… Un buon esempio per dimostrare questa tesi è quello del prezzo dei prodotti petroliferi: gli americani sono in attesa che il prezzo dei combustibili diminuisca e non guardano affatto al di là dell’Oceano dove gli italiani, gli inglesi, i francesi, gli olandesi non si aspettano una diminuzione dei prezzi, perché è da tempo che pagano tantissimo per questi combustibili. Gli americani non capiscono che la situazione di queste nazioni è la stessa in cui loro si trovano adesso.
A proposito di “economie drogate”, Frank Bascombe, il protagonista della sua trilogia iniziata con Sportswriter e Il giorno dell'Indipendenza e terminata con Lo stato dele cose, ha fatto tanti mestieri, ma lo conosciamo soprattutto come agente immobiliare. Come si porrebbe lui (o lo stesso Richard Ford…) di fronte alla crisi dei mutui che ha investito gli Stati Uniti l’anno scorso e di cui si vedono ora le drammatiche conseguenze?
Non posso rispondere a questa domanda, ci metterei un anno e mezzo. Diciamo che potrei farlo con la risposta più famosa di George Bush (e non ce ne sono state più famose di questa) che quando gli è stato posto un quesito importante, ha detto: “Ci devo pensare”. In realtà la risposta sarebbe stata, ”Non lo so”, ma lui ha detto Ci devo pensare"... Se dovessi scrivere questo argomento, metterei Frank in una stanza di fronte alla famiglia che attraversa questa difficile crisi e dovrei inventare per lui qualcosa da dire. Funziona così, non è che si abbia un copione già scritto da qualche parte. Si spera di essere abbastanza attenti, seri e rispettosi delle esigenze del lettore, di far sì che la gente dica delle cose utili e anche non ovvie.
Volevo citare una frase che ho trovato molto bella che Frank dice a proposito di un poeta: “Io non sono un di quelle persone che pensano che le cose belle arrivino ad un certo punto, ma sono una di quelle persone che pensano che se si vive abbastanza a lungo, tutte le cose arrivino. Le cose belle, le cose brutte, le cose normali”. Mi sembra uno statement morale. Non so se lei è d’accordo.
Il moral-statement sarebbe la risposta che si fa a questa osservazione che, come possiamo vedere, è decisamente vera. La domanda che ne deriva (che poi è la domanda dell’arte, della letteratura, del romanzo) è meno importante di quanto non sia importante invece la reazione che noi abbiamo a quello che succede. Quindi il moral-statement, la questione morale, diventa la domanda: “che cosa di positivo posso trarre io da questo evento?”.
Ascolta l'intervista completa di Matteo Baldi e Giulia Mozzato su RadioAlt >>>
La bibliografia
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