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ARTICOLO

Il Belpaese

Sole, mare, vacanze... ma i problemi della Bella Italia non vanno in ferie. Le splendide coste non sono più così splendide, il mare non è più così pulito, gli italiani non hanno più grandi disponibilità economiche per trascorrere lunghi periodi di riposo lontano dalle città, che nel frattempo si sono riempite di lavoratori extracomunitari che, per evidenti problemi economici, dalle loro spesso precarie abitazioni proprio non possono allontanarsi neppure per qualche giorno.  
Rifiuti, criminalità organizzata, immigrazione e questione rom sono i temi più sentiti e dibattuti del momento. Su questi abbiamo incentrato una bibliografia critica che vuole essere anche una piccola inchiesta su un paese in cui tutto è a posto ma niente in ordine, come diceva già Lina Wertmüller a metà degli anni Settanta.






Giancarlo De Cataldo scrive parole forti, dure, dirette nella sua Nota introduttiva all'antologia Crimini italiani. Con queste parole vogliamo aprire la nostra bibliografia-inchiesta sulla situazione della Penisola. Un ritratto sconfortante ma obiettivo di una situazione che ormai molti vedono come senza ritorno.

Quando cominci a mettere insieme i materiali per un'antologia sui «crimini italiani» non puoi sapere come andrà a finire. E può accadere di scoprire, lungo il cammino, che alcuni luoghi comuni che davi per scontati sono semplicemente falsi.
   C'è chi dice, per esempio, che sia impossibile dipingere l'Italia. Perché non ci sono più i pittori di una volta, secondo alcuni. E secondo altri, perché la modella, lungi dall'ispirare, respinge. Non è vero. Tutto dipende dal punto di vista. L'Italia è sotto i nostri occhi. Non fa nulla per nascondersi. Si offre giorno dopo giorno, impudicamente, alla nostra percezione. Basta saperla guardare. Ma non bisogna commettere l'errore di fermarsi alla superficie. Bisogna andare oltre la maschera seducente del paese delle bellezze artistiche, delle grandi firme, dei geniali improvvisatori. Bisogna strappargliela con la forza, questa maschera, alla nostra Italia. Allora, solo allora, si potrà davvero capire se è il pittore ad aver perso la mano, o la modella a rivelarsi prodotto ingannevole di un'abile cosmesi. E non c'è che un modo per arrivare alla nuda verità: addentrarsi nel suo lato oscuro, affrontare a viso aperto i suoi crimini.
   
   E c'è chi dice, altro esempio, che l'Italia non è mai stata, e mai sarà, un paese unito. Siamo troppo divisi, noi italiani. Una storia intessuta di lacerazioni, conflitti, incomprensioni ci ha allontanati gli uni dagli altri senza nemmeno darci il tempo di conoscerci a fondo. Bene. L'esplorazione del lato oscuro smentisce anche questo assioma consolidato. Se c'è una forza che appare in grado, oggi più che mai, di realizzare quel sogno unitario che fu di Cavour, Mazzini, Garibaldi e che ha attraversato tutti gli ultimi centocinquant'anni della nostra Storia, quella forza è il crimine. L'unità criminale d'Italia, per la verità, è un dato di fatto. Alcuni elementi ricorrenti già oggi accomunano i valligiani che sciamano sui ghiacciai dell'estremo Nord e i boss e peones del «sistema» criminale meridionale, i miti cittadini dell'operosa provincia e gli affannati businessmen delle metropoli, chi vive nei paesi sperduti dell'entroterra e chi affolla i ghetti ai margini delle grandi città. Li abbiamo definiti elementi, ma faremmo meglio a chiamarli «miti».
   Il mito della scorciatoia, della strada più corta per l'arricchimento individuale. Con quel che ne segue in termini di disprezzo del lavoro. Non è necessario essere iscritti all'albo dei professionisti del crimine per praticare il crimine. Il crimine italiano appare sempre più un affare di gente comune. Non c'è lavoro legale che non possa essere sostituito da un suo surrogato illegale: quale altro movente, se non l'avidità, potrebbe spingere un prestigioso luminare della chirurgia a mettersi al servizio di un sanguinario latitante? E prostituzione e impiego d'ufficio non sono forse attività intercambiabili?
   Il mito del crimine che paga: non è forse sotto gli occhi di tutti la forsennata débàcle della giustizia? Comprensibile, allora, che la sfiducia totale nelle istituzioni si faccia strada, e che irreprensibili cittadini e qualche poliziotto stanco di veder calpestata la legalità dagli sberleffi degli «intoccabili» si improvvisino giustizieri, finalmente in pace con la propria coscienza e in fondo tollerati, se non incoraggiati, da quella collettiva.
   E il mito della cocaina, naturalmente. La droga che non ti allontana dalla società, che, al contrario, ti rende scattante, efficiente, gaio e multitasking come si addice a una persona di successo. La cocaina, che ricorre ossessivamente in tutte queste storie di crimini italiani: la cocaina, paradossale Nostra Signora della Neve che tutto illumina e tutto rende possibile...
   Gli scrittori non si limitano a osservare, registrare, riportare. Gli scrittori prendono apertamente partito. Il giudizio è unanime: la modella-Italia è un emblema della bellezza corrotta. Un male oscuro l'ha ormai profondamente contagiata. E un contagio irredimibile? Qualcuno ne è convinto, e si ritrae, come inorridito, di fronte allo spettacolo della devastazione, prende le distanze dal reale, si rifugia nel delirio, in una vita immaginaria, la sola che sembra poter consentire un riscatto immaginario.
Qualcun altro cerca di dare un nome a questo male oscuro. E definisce questo grumo di livore e di violenza ammantato di innocente strafottenza «crisi della giustizia», se non «crisi della democrazia».
   E c'è infine chi coltiva un esilissimo filo di speranza. Che non può certo venire dalle istituzioni, ma, semmai, dal nemico apparente (l'emarginato, il disadattato, il new global), oppure da qualche infiltrato sfuggito all'occhiuta lente dei sorveglianti: il carabiniere onesto, il giudice idealista, spaesato e cocciuto Don Chisciotte alle prese con potenti, ricchissimi e tecnologici mulini a vento.
   A tutto concedere, il riscatto di qualche italiano, non certo dell'Italia.
   Sì, l'Italia è un «paese noir». Eppure, nel momento stesso in cui ne danno atto, gli autori di questa antologia scelgono consapevolmente di dissolvere i tratti caratteristici del genere in una feconda contaminazione che si può definire in un solo modo: scrittura, scrittura allo stato puro. Scrittura che non tollera di essere ingabbiata e si lancia senza paura verso territori ancora tutti da esplorare. Scrittura che non disdegna gli scenari epici, il dramma, l'umorismo, la brutalità della violenza e la leggerezza della fuga.
   Scrittura di scrittori italiani: ugualmente disperati e orgogliosi di esserlo.

Giancarlo De Cataldo



leggi la recensione dell'antologia Crimini italiani


11 luglio 2008  


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