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INTERVISTA

Richard Mason: come raccontare storie che aiutino a vedere il presente in modo più profondo

Non è cambiato affatto, Richard Mason, da quando lo abbiamo incontrato dopo la pubblicazione del suo secondo romanzo, Noi. Ha sempre la sua aria da ragazzo beneducato, un poco trasandato nel vestire, quasi a smentire platealmente le descrizioni che ne hanno fatto, di rampollo dorato della buona società inglese. 
Anche perché lui - e ci tiene a dirlo - non è affatto inglese: è nato in Sudafrica, paese che la sua famiglia ha dovuto abbandonare perché apertamente in opposizione al regime dell’apartheid. 
Abbiamo parlato con lui del suo nuovo romanzo, Le stanze illuminate, in cui la storia del Sud Africa ha una parte importante.


Lei era molto giovane quando ha iniziato a scrivere e lo è tuttora, eppure nei suoi romanzi i personaggi sono spesso anziani, ammalati o, in certo qual modo, “disturbati”: perché sceglie personaggi del genere?

Non direi che tutti i miei personaggi sono anziani o disturbati; nel secondo romanzo, ad esempio, sono giovani, sui vent’anni. Penso che, per fare della buona narrativa, lo scrittore debba creare un suo mondo immaginario, deve creare delle persone che non sono come lui. Se è uno scrittore uomo deve saper scrivere di una donna, se è giovane deve saper scrivere degli anziani. Bisogna essere in grado di creare un mondo riccamente popolato. 
Quanto agli anziani, penso che ti possano dare una prospettiva completa della loro vita. Ho osservato spesso che quello che succede è la conseguenza di decisioni prese prima nella vita e questa è una cosa che posso esplorare portando sulla scena dei personaggi anziani. 
D’altra parte in questo romanzo è vero che c’è Joan che ha 80 anni, ma c’è un altro personaggio importante, Paul, che ne ha solo 16.


Com’è nato questo romanzo? Perché, mentre in genere uno scrittore inizia la sua carriera letteraria con un romanzo autobiografico, mi pare che sia in questo terzo romanzo che lei metta qualcosa di autobiografico che ha a che fare con la storia del Sud Africa. Si è sentito maturo adesso per una storia così dolorosa?

immagine della guerra anglo-boera
Ricordo benissimo quando ho avuto l’idea di scrivere questo romanzo, ed è molto tempo fa. 
Mi trovavo a Toronto per un giro di letture di Anime alla deriva, ero seduto in un albergo e ho letto un articolo su un giornale che mi descriveva come un rampollo super britannico di buona famiglia. Questa definizione mi seccò tantissimo, perché non sono super da nessun punto di vista e soprattutto non sono affatto inglese: la mia bisnonna ha passato l’infanzia in un campo di concentramento inglese e sarebbe furibonda se sapesse che il suo pronipote è stato descritto come ‘inglese’
È stato allora che ho deciso che avrei fatto delle ricerche sulla storia della mia bisnonna. Anni dopo sono andato nel luogo del campo di concentramento di Bloemfontein che è esattamente come l’ho descritto nel libro: un campo del tutto vuoto con dei resti di cose abbandonate Il libro è nato da quell’esperienza. Ma ci sono elementi autobiografici anche nel primo romanzo - la Londra descritta dal vecchio è quella della mia giovinezza - e nel secondo, ambientato a Oxford dove ho studiato.


A proposito degli oggetti ritrovati nel campo di concentramento: il diario della nonna è vero o inventato?

Entrambe le cose. Nel museo di guerra di Bloemfontein ci sono molti racconti di donne che hanno passato del tempo nel campo. Li ho letti piangendo: mi pareva terribile che la loro sofferenza fosse seppellita e dimenticata tra i libri di una biblioteca. Volevo dare vita alle loro storie. Il personaggio di Gertruide è inventato, ma i dettagli della sua storia sono presi da vite vere.

C’è nel libro un’analogia ricorrente tra la storia del passato, la guerra anglo-boera, e la storia del presente, la guerra in Iraq. È una prova che la storia è fatta di cicli che ricorrono? Delle immutevoli ambizioni di una nazione?

immagine della guerra anglo-boera

La gente parla della Corea e del Vietnam come degli antecedenti della guerra in Iraq, ma sarebbe più giusto parlare dell’analogia tra la guerra in Iraq e quanto è successo in Sud Africa nel 1899. Le superpotenze, l’America e la Gran Bretagna, invadono uno stato sovrano ricco di risorse in nome della democrazia. Scoprono di vincere facilmente la guerra, ma incontrano una popolazione civile contraria all’occupazione e si affidano all’abuso più terribile dei diritti umani per vincere. Volevo che la gente prendesse coscienza del proprio passato quando analizza il presente. Penso che sia dovere dello scrittore, raccontare storie che aiutano a vedere il presente in modo più profondo.


Come abbiamo già detto, questo è il suo primo romanzo in cui appare l’ambientazione nel Sud Africa: che cosa le hanno lasciato nell’anima queste terre, come ne vive le vicissitudini?

la strada per Bloemfontein

Sento che il Sud Africa è pieno di storie che aspettano di essere raccontate, ed ora accadono cose tremende laggiù: più del 50% della popolazione è sieropositiva e il governo non prende nessuna misura per questo. Quello che io cerco di fare per portare il mio aiuto in qualche modo è finanziare i ragazzi di famiglie disagiate perché frequentino le scuole migliori che una volta erano solo aperte ai bianchi, in modo che possano diventare dei leader efficaci. Ho fondato per questo la Kay Mason Foundation in memoria di mia sorella e stiamo andando bene. Uno dei nostri primi laureati è stato votato come una delle dieci menti più brillanti del paese. Penso a questi ragazzi quando mi viene un attacco di pessimismo.


“Le stanze illuminate” è anche un romanzo sulle ‘case’- case che hanno dei nomi, Nooitgedacht, Albany, case distrutte e case restaurate: anche le case hanno una memoria?

Lei è la prima giornalista a farmi questa domanda. C’è qualcosa di toccante nelle case, nei drammi che hanno avuto luogo in quelle stanze, negli oggetti e nei mobili che hanno una memoria come le case e come le persone. Qui c’è il lampadario con i grifoni - molti drammi si sono svolti sotto quel lampadario. Lo storico può cercare di ricostruire i drammi che si sono svolti sotto il lampadario, ma, a meno che la casa non sia Versailles e gli inquilini non siano illustri, è impossibile che noi veniamo a conoscerli. È solo lo scrittore che può raccontarli perché non se ne perda il ricordo. Così la storia dell’organo suonato da Hannie verrà persa e dimenticata, l’organo sarà venduto senza che nessuno sappia più quale significato abbia avuto in passato.

Come riesce ad equilibrare la storia vera e la finzione narrativa?

Sono guidato dai personaggi: nei primi due libri non ho quasi fatto ricerche, mentre ne ho fatto molte per questo. Ho letto molto sul secolo XIX, ho passato molto tempo a parlare nelle case per anziani e poi con il maggiore esperto sull’osmio e la sua potenzialità, ho studiato la psichiatria geriatrica e mi sono informato sulle medicine date a Joan. Se vuoi creare un mondo vero, devi sapere quello di cui parli. E solo quando sei in possesso di tutti i dettagli la fantasia può creare i personaggi.

Su richiesta dello scrittore, indichiamo il sito, di cui ci ha parlato nell’intervista, per la raccolta di fondi allo scopo di far studiare i ragazzi di colore che non ne hanno i mezzi: www.kaymasonfoundation.org




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03 giugno 2008 Di Marilia Piccone


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