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RECENSIONE

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Titolo La deriva. Perché l'Italia rischia il naufragio
Autore Stella G. Antonio; Rizzo Sergio
Dati XXII-305 p., rilegato
Prezzo € 19,50
Prezzo IBS € 19,50
Editore Rizzoli
EAN 9788817025621
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La Deriva
Perché l'Italia rischia il naufragio
di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo

“Può capitare che un Paese, per eccesso di sicurezza, per cecità, per la scelta ripetuta e scellerata di offrirsi ai maghi delle emozioni che più promettono, possa rallentare, fermarsi, arretrare. È questo il rischio che corre l’Italia se rifiuta di vedere le cose come stanno. Se racconta a se stessa di avere solo una febbriciattola passeggera. Se non accetta di prendere atto che sta andando alla deriva. E che, senza una svolta, uno scatto di orgoglio, una consapevolezza condivisa di alcune scelte da fare, rischia il naufragio.”

Abbiamo i salari più bassi d’Europa, la crescita è pari a zero e molte piccole imprese sono state costrette a chiudere. Tranne poche meritorie eccezioni la situazione è davvero allo sbando eppure nella campagna elettorale che si è appena conclusa sembrava che, come ha detto Mario Monti, si parlasse… della Finlandia!
Abbiamo situazioni locali che fanno spavento e vergogna, in compenso retribuzioni a dirigenti pubblici e privati da capogiro. Questo non vale però per le donne che sono spaventosamente assenti dai primi posti nell’elenco dei manager: il primo nome femminile che si incontra è all’ottantesimo posto seguita da altre due donne, tutte rigorosamente “figlie di”... potenti industriali.
Eppure c’è stato un tempo in cui anche l’Italia brillava per eccellenza e per efficienza. “Era un’Italia che correva quella. Che guardava avanti” in cui bastarono 270 giorni per fare una delle Costituzioni più avanzate del mondo e solo otto anni per fare l’Autostrada del Sole: il 19 maggio del 1956 viene posata la prima pietra e si arriva a Napoli il 22 settembre 1962 e il 4 ottobre 1964 è l’Autosole è finita per un totale di 755 chilometri. Vengono fatti alcune comparazioni, ne riportiamo una:  “l’autostrada Siracusa-Gela di 140 chilometri, progettata nel 1974, è stata inaugurata a metà marzo del 2008, dopo 34 anni e solo per un tratto di 14 chilometri”. Ma nessuna vergogna da parte dei protagonisti, anzi una festa con tanto di fanfara!
Un intero capitolo è dedicato all’invecchiamento della popolazione e alle varie conseguenze (preoccupanti) che ne derivano e a quello speculare della classe politica, forse la più stagionata del globo. La nostra burocrazia riesce a scoraggiare anche i più volonterosi, e le tanto proclamate semplificazioni si arenano su nodi cruciali che finiscono col bloccarle.
Circa le infrastrutture ormai siamo una barzelletta: pensiamo almeno un istante all’epopea della Salerno-Reggio Calabria, alle infiltrazioni camorristiche e mafiose sui lavori pubblici. Tutto ciò cui ha fatto cadere negli ultimi posti della media europea relativa alle infrastrutture. “Siamo fermi. A motore spento. O quasi. Sia sulle infrastrutture stradali sia sulle altre.”
Anche i porti italiani non possono certo vantarsi: “dei primi venti porti del mondo nel 2006 neppure uno era italiano”. E per quanto riguarda le compagnie aeree caliamo un velo doloroso su Alitalia su cui sono piovuti milioni di euro in realtà arrivati là direttamente dalle tasche dei contribuenti. Il tema energetico è anch’esso uno dei capitoli dolenti del Paese: un no indiscriminato a tutto ci penalizzerà non poco in un futuro assolutamente prossimo.
Un discorso a sé, ampio e denso di cifre viene fatto sull’emergenza rifiuti di Napoli e sulle responsabilità politiche. Tante cose si sapevano, altre si scoprono, complessivamente ci si vergogna di vivere in un Paese come questo.
La lentezza della giustizia poi è una delle cause principali dell’insicurezza che sta attanagliando gli italiani, ma la causa vera è l’arretratezza dei mezzi a disposizione dei magistrati, la macchinosità spaventosa delle procedure e la mancanza di organico. Gli evasori fiscali poi dovrebbero fare un breve soggiorno negli Usa e sapere che là le carceri sono riempite per la metà proprio da coloro che frodano il fisco. Invece noi siamo la terra dei condoni, la terra del perdono. Perdono anche per le lauree comprate, per gli abusi edilizi, per chi “vende” i posti letto, per chi si fa pagare per prestare un servizio dovuto, per chi è assenteista…
Un quadro desolante, lo scoraggiamento sembra invadere anche gli irriducibili ottimisti, la domanda che tutti noi poniamo agli autori: ma ce la possiamo ancora fare o è troppo tardi?

Le prime pagine

Un Paese di poeti, santi e scodellatrici

E siamo arrivati al bivio: o una svolta o la sindrome Argentina



C'erano una volta le impiraresse che perdevano gli occhi a infilar perline, le filandine che passavano la vita con le mani nell'acqua bollente e le lavandere che battevano i panni curve sui ruscelli sospirando sul bel molinaro. Ma all'alba del Terzo Millennio, al passo col resto del mondo che produceva ingegneri elettronici e fisici nucleari e scienziati delle fibre ottiche, nacquero finalmente anche in Italia delle nuove figure professionali femminili: le scodellatrici.
Cosa fanno? Scodellano. E basta? E basta. Il moderno mestiere, per lo più ancora precario, è nato per riempire un vuoto. Quello lasciato dalle bidelle che, ai sensi del comma 4 dell'art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124, assolutamente non possono dare da mangiare ai bambini delle materne. Detta alla romana: «Nun je spetta».
C'è scritto nel protocollo d'intesa coi sindacati. Non toccano a loro le seguenti mansioni: a) ricevimento dei pasti; b) predisposizione del refettorio; e) preparazione dei tavoli per i pasti; d) scodellamento e distribuzione dei pasti; e) pulizia e riordino dei tavoli dopo i pasti; f) lavaggio e riordino delle stoviglie. Scopare il pavimento sì, se proprio quel pidocchioso del direttore didattico non ha preso una ditta di pulizie esterna. Ma scodellare no.
Ed ecco che le scuole materne e primarie, dove le bidelle (pardon: «collaboratrici scolastiche») sono passate allo Stato, hanno dovuto inventarsi questo nuovo ruolo. Svolto da persone che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoperchiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media grandezza con duemila scolaretti: 300.000 euro. Una botta micidiale ai bilanci, per i Municipi: ci compreresti, per fare un esempio, 300 computer. Sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, hanno provato a offrire dei soldi alle bidelle perché si facessero loro carico della cosa. Ottocento euro in più l'anno? «Ah, no, no me toca...» Mille? «Ah, no, no me toca...» Millecinque? «Ah, no, no me toca...»

Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? Sono 50.000 più che i carabinieri, i 167.000 bidelli italiani. Uno ogni 2,2 classi, denuncia un dossier di «Tuttoscuola» di Giovanni Vinciguerra ricordando che in altri Paesi come il Giappone, la Finlandia o la Spagna la figura «non esiste e il compito di tenere puliti i banchi, le aule e i corridoi delle scuole fa parte dei normali doveri degli stessi allievi» che così imparano subito ad aver rispetto per la proprietà collettiva. Il loro costo? Sfiora i 4 miliardi di euro l'anno. E il bello è che, nonostante pesino mediamente per «367.000 euro l'anno a istituto», hanno costretto le scuole ad assumere part-time non solo le scodellatrici, le quali, umiliate dal precariato, hanno dato vita a Milano a manifestazioni di piazza per chiedere l'assunzione definitiva, ma anche, qua e là, a una società esterna di pulizie.
Tema: come può una scuola che concentra le sue attenzioni, i suoi soldi, le sue energie su sconcertanti impuntature sindacali come queste, essere all'altezza di un mondo che corre a una velocità doppia, tripla, quadrupla? Cosa ci avevano promesso tutti, da destra e da sinistra? Un computer su ogni banco. Bene, se è vero quanto denuncia la rivista di Vinciguerra, abbiamo oggi nelle scuole superiori una media da 30 a 70 computer per istituto. E in quelle del primo ciclo abbiamo più bidelli (15 e mezzo «distribuiti sulla sede principale e sulle sezioni o sedi distaccate») che computer: 13. Un numero che nelle primarie di Parma può scendere a 9 e in quelle di La Spezia a 8. Mentre noi assumevamo scodellatrici, gli altri Paesi stendevano i cavi delle reti a banda larga per mettere on-line il sistema scolastico e l'intera società. Certo, a parole ci abbiamo provato anche noi. Ricordate lo slogan berlusconiano delle «tre I: inglese, internet, impresa»? Nel giugno 2001 il Cavaliere fece addirittura un ministro, Lucio Stanca, perché se ne occupasse. A settembre, tornati tutti dalle ferie, decisero di metter su una commissione. Due anni dopo (due anni!) il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) approvò una delibera peraffidare un grande programma nel Mezzogiorno a Sviluppo Italia che a sua volta istituì una società apposita, l'Infratel. Altri due anni (due anni!) e alla fine del 2005, senza che fosse ancora stato posato un metro, manco uno, dei 1800 chilometri di cavi a fibre ottiche, veniva firmato un contratto di programma che ratificava la decisione presa nel 2003 . Finché, alla fine del 2006, la Corte dei Conti denunciava lo spreco di tempo, l'esagerazione di soldi dati ai manager e l'abisso che si era ingoiato 1.283.799 euro di consulenze: «Nulla è stato riferito in merito alle procedure di scelta dei consulenti, avvalorando l'ipotesi che dette consulenze siano state tutte conferite intuitu personae». Cioè a capocchia.


© 2008, RCS Libri

Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo – La deriva. Perché l’Italia rischia il naufragio
280 pag., 15 € – Edizioni Rizzoli 2008
ISBN 978-88-17-02562-1


Gli autori

Gian Antonio Stella (Asolo 1953) è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi saggi ricordiamo Schei (1996), Lo spreco (1998) Chic (2000), Tribù (2001), Tribù spa (2005) e da Rizzoli L’orda (2002), Odissee (2004), Sogni e fagotti (2005, con Maria Rosaria Ostuni), Avanti popolo (2006) e con Sergio Rizzo il bestseller La Casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili (2007). Tra i romanzi, sempre da Rizzoli, Il maestro magro (2005) e La bambina, il pugile, il canguro (2007).
 


Sergio Rizzo (Ivrea 1956) è inviato del “Corriere della Sera”, dopo aver lavorato a “Milano Finanza”, al “Mondo” e al “Giornale”. Ha scritto con Franco Bechis In nome della rosa. La storia della casa editrice Mondadori (1992), con Bruno Tabacci Intervista su politica e affari (2007) e con Stella La Casta.

Le opere di Stella e Rizzo su Wuz


13 maggio 2008 Di Grazia Casagrande


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