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INTERVISTA

Pancho Villa è vivo!

Intervista a Paco Ignacio Taibo II



Nato in Spagna, ma si è trasferito fin da bambino in Messico dove tuttora vive e lavora. Docente universitario, giornalista è considerato uno dei più importanti scrittori messicani. Conosciuto come storico, ma anche come autore di romanzi sia gialli che ispirati alla cronaca. Molto conosciuta e apprezzata la sua stroardinaria biografia di Che Guevara, Senza perdere la tenerezza, documentatissima biografia narrativa che tratteggia anche l'uomo e che ebbe un successo straordinario. 
Lo abbiamo intervistato in questi giorni, all'uscita in libreria della biografia di un'altra icona della rivoluzione Pancho Villa, reduce da una lezione all'Università La Sapienza proprio su questa figura a metà tra storia e leggenda. 

La recensione di Un rivoluzionario chiamato Pancho


Ha dedicato quattro anni alla stesura di questa biografia, ma quando le è nata l'idea di scriverla?
Molto, molto prima. Avevo in testa uno spunto, una storia sulla testa di Pancho Villa, un personaggio che mi ha inseguito a lungo. Poi ho detto basta adesso la scrivo. Ma poi ho affrontato la realtà e la complessità di una ricerca e di un'esistenza molto complicata da ricostruire.

Molte le notizie contraddittorie, immagino.
Ero alle prese con una figura complicata, con tante zone oscure con frammenti di informazioni che mi hanno richiesto un grande impegno per essere coerente. L'immagine, l'idea di base su di lui è molto potente: Villa è colui che rappresenta i più poveri, gli sfruttati e si batte contro gli abusi dell’oligarchia.
Tante le storie narrate, storie che arrivano dal cuore, ma la tradizione orale non basta per scrivere una biografia.


Come ha proceduto nel lavoro?
Ho fatto ricerche molto minuziose e sono stato aiutato da una redazione che collaborava in queste indagini, e poi ho dovuto verificare tutte le informazioni raccolte per non dire delle sciocchezze. 

Dove ha cercato le informazioni?
Ho esteso le mie ricerche nelle biblioteche nordamericane, ho lavorato consultando archivi, anche archivi di storia orale. E poi mi sono mosso sul territorio, in tante piccole località del Nord del Messico; ho consultato vecchie raccolte di giornali locali, non tanto del periodo della rivluzione, perché durante la guerra la stampa era pessima, ma quella di dieci, quindici, vent'anni dopo; sono andato alla ricerca e ho recuperato dei testimoni. Ma la cosa difficile è stata quella di trovare dopo 30 anni i giornali che parlassero di quei fatti.

La figura di Pancho Villa è ancora importante nelle Americhe?

Lo è molto anche nel sud degli Stati Uniti, è ben presente nel movimento di questi anni dei latinos in tanta parte dell'America Latina.

Lei, nella biografia, fa emergere anche un aspetto giocoso, quasi infantile, eppure sappiamo quanto Pancho Villa sia stato, in tante occasioni, duro, quasi crudele.  
Da tanti racconti viene fuori una figura contraddittoriamente coerente. Molte storie create intorno a lui sono come una cortina di fumo che lo nasconde. Posso dire che fu uno stratega molto particolare, in cui si univano elementi di forza, elementi di tenerezza e di piacere del gioco.

Abbiamo letto che il subcomandante Marcos dichiara di avere preso come modello Pancho Villa. Vi sono delle analogie tra i due?
Sicuramente Marcos ha tratto da Villa molti insegnamenti di strategia militare. Ma non voglio parlare di Marcos, è oggetto di articoli giornalistici, non di ricerche storiche, ma di sicuro rientra nella tradizione villista...

La sua biografia di Che Guevara è diventata forse lo strumento più importante per chi voglia conoscere seriamente quel personaggio. Vi sono, secondo lei, degli elementi comuni tra Guevara e Villa? 
No, non ci sono elementi comuni tra i due se non che sono entrambi uomini della rivoluzione. Uno viene dalla classe media colta, la borghesia illuminata della metà del secolo scorso. Viaggia e conosce molto bene la situazione dell’America Latina. L’altro ha origini contadine, non ha studiato ed è limitato culturalmente. Ha una conoscenza molto localizzata e la sua intenzione è di occuparsi di un piccolo territorio del nord del Messico. Sono personaggi assolutamente diversi.

I nordamericani non ci fanno una gran bella figura!

  I mezzi a disposizione erano assolutamente impari, tranne che in un primo momento quando il "fattore Pancho Villa" fu sottovalutato. Ma c’è un momento significativo quando avviene il confronto diretto con l’esercito nordamericano. Nell’attacco del 1916 a Columbus i nordamericani mandarono una intera divisione di soldati a inseguire Pancho Villa, inseguimento che dura un anno e che non dà alcun risultato: lui li prende in giro, ride di loro. False tombe per farsi credere morto, storie che fanno deviare gli inseguitori, bugie che la popolazione racconta per sviare i soldati nordamericani. Insomma l'intera spedizione punitiva è stata un disastro.  

Ma come riuscì Villa ad avere tanta abilità militare?
Per intuizione, una sorprendente capacità d’intuizione e un apprendistato rapidissimo, grazie anche alla conoscenza del territorio, del clima, delle distanze, della presenza dell’acqua, a cui si aggiunga una buona conoscenza dei cavalli e degli uomini. Questo grazie anche ai suoi anni di formazione come bandolero, ma è comunque impressionante la sua rapidità di evoluzione. Nella prima battaglia importante aveva difficoltà a maneggiare così tanti uomini, nella seconda già li sa gestire meravigliosamente. E questo è sorprendente.

Come è avvenuto il passaggio da misero rapinatore a comandante?
Quella che chiamo "transizione". Com'è avvenuta? semplice come S. Paolo sulla strada di Damasco! Il contatto con un personaggio molto importante nella storia della rivoluzione del Nord, Abraham Gonzáles. Che gli disse: “Pancho, devi usare in modo diverso le tue capacità, devi metterle al servizio di questo”, ponendolo di fronte alla possibile rivoluzione e Pancho ubbidisce. Se non ci fosse stato questo incontro il destino di Villa sarebbe stato quello di continuare ad essere un bandolero.  

Le donne e i figli: una vita privata molto ricca...

Si sposa con 30 donne, due volte con la stessa perché si era dimenticato di essersi già sposato con lei… è sorprendente anche questo. Ma questo gran numero di matrimoni ha anche un significato particolare, non è solo un problema di facili innamoramenti. Potrebbe tenersi tante amanti, invece lui si sposa ogni volta, così nei singoli villaggi crea un tessuto di relazioni molto strette con il popolo. Per quanto riguarda i fili li riconosce tutti e procura loro da vivere e li fa andare a scuola e non si occupa solo dei suoi figli, ma anche di molti altri bambini.

Come Guevara fonda delle scuole anche in piena rivoluzione.
Sì, ben 50 scuole. L’istruzione per lui era fondamentale. Pancho Villa ha tre, quattro idee che considera centrali per la sua rivoluzione: la lotta all’alcol (lui era astemio), l'educazione popolare (ed era quasi analfabeta) e la lotta alle oligarchie. L'opposizione ai nordamericani è venuuta dopo perché nel 1913-14 non c’erano tanti. Arriveranno nel 1915, e poi nel 1916  si trovano a fronteggiare un doppio fronte di guerra, quello della Prima guerra mondiale e la Rivoluzione messicana.    

Quando e perché si giunge all'accordo?
Nel 1920 perché è morto Carranza e allora dopo dieci anni di combattimenti, si cerca una via d’uscita civile. La rivoluzione può avanzare senza un suo intervento diretto, Zapata è morto e lui vuole ritirarsi alla vita privata e proprio allora si costruisce il complotto per ucciderlo. E poi avviene l'utlimo atto, davvero incredibile: viene rubata la testa al suo cadavere. Pancho Villa è un personaggio così letterario che anche il finale lo è.

Questo personaggio che lo ha così appassionato, che cosa le ha lasciato?
Penso che Pancho Villa sia vivo. Dopo aver chiuso questo libro in un modo così documentato e illustrato tanti aspetti della sua vita, quello che resta in me è la sua figura di vendicatore. Ma anche nell’immaginario collettivo questa figura racchiude ancora tante speranze, ed è sentita come viva e presente  

29 novembre 2007 Di Grazia Casagrande


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