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I grandi registi
 | Il gruppo della Nouvelle Vague - © Il Castoro
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François Truffaut. Il cinema è per me la vita
Un grande regista scomparso a soli 53 anni, una vita turbolenta dominata dall'amore per il cinema e per i libri. Film che ancora oggi possono coinvolgere ed appassionare: un invito a rivederli rivolto a tutti coloro che amano il cinema. Una proposta di lettura: un volume firmato da Aldo Tassone, edito da il Castoro, François Truffaut. Professione cinema. Interviste inedite, che raccoglie interviste a Truffaut introdotte da un bel saggio di Paola Malaga
Il cinema è il linguaggio di un autore, non di un “metteur en scène”: questa affermazione è alla base della Nouvelle Vague, movimento sorto in Francia tra gli anni Cinquanta e i Sessanta dal dibattito apertosi sui Cahiers du cinema, la maggiore rivista di critica cinematografica francese (tuttora una delle più autorevoli a livello mondiale) di cui François Truffaut è stato un giovanissimo redattore insieme a Jean-Luc Godard, Eric Rohmer, Claude Chabrol, Alain Resnais, Jacques Rivette. Il cinema è un linguaggio che deve sfruttare tutte le potenzialità del mezzo che ha a disposizione, una scrittura personale che utilizza uno strumento e che va analizzata da parte della critica tenendo conto di questo dato. La “macchina” non va insomma nascosta o resa invisibile se è essa stessa un elemento estetico e narrativo.
 | Jean-Pierre Léaud e François Truffaut - © Il Castoro
| Dopo l’esperienza critica quella di regista. Ed ecco I quattrocento colpi (1959): produzione a basso costo, un linguaggio irriverente, una sceneggiatura aperta che dà spazio all’improvvisazione, l’uso frequente di citazioni (il cinema ha già una sua storia e ne è cosciente). Interprete è quel Jean-Paul Léaud che condividerà con Truffaut tante altre prove e che manterrà con lui un saldo sodalizio professionale sempre nel ruolo di Antoine Doinel, protagonista anche di altri quattro film. Ne I quattrocento colpi sullo schermo appare la difficile adolescenza del regista, reinterpretata con sguardo autoriale: nulla di autobiografico, piuttosto espressione (attraverso un linguaggio assolutamente innovativo) delle ossessioni interiori irrisolte. È con Jules e Jim (1961) che si può parlare di capolavoro: eccezionale l’interpretazione di una Jeanne Moreau che sa turbare e affascinare lo spettatore tanto quanto i due uomini che nel film ama. L’attrice sarà riproposta sette anni dopo in un’altra straordinaria prova (La sposa in nero) in cui però la presenza della mano del regista è quasi ingombrante.
Non è solo la vena drammatica e mettere in luce la grandezza di Truffaut, anche in film brillanti come Baci rubati, creato sul personaggio di Antoine Doinel, la sua mano è salda e la sua firma chiara. Giocare con i generi è poi una frequente attitudine del regista: comicità, suspence, ironia e dramma si intrecciano e sembrano quasi sovrapporsi. Effetto notte ha un particolare valore nella cinematografia di Truffaut: il cinema metafora della vita, il cinema come fonte e riflesso del pensiero. La sua storia è presente nelle eredità di mestiere e di suggestioni consegnate dai “maestri” (Hitchcock, Welles…) ai più giovani. Il cinema come lavoro, come mestiere appunto, ma soprattutto come comunicazione. Fondamentale è la costante ricerca di chiarezza narrativa che deve però non semplificare il mistero del vivere e del sentire. Grande lettore, oltre che appassionato cinefilo, Truffaut è uno straordinario narratore che ama prima di tutto l'immaginare e il saper raccontare storie. Nei suoi film i personaggi leggono moltissimo, talvolta sono scrittori e Fahrenheit 451 è un grande appassionato omaggio ai libri
 | Fanny Ardant e François Truffaut sul set di La signora della porta accanto - © Il Castoro
| Il tema che domina nelle sue ultime opere è quello dell’amour fou: l’amore come forza travolgente, irresistibile, che anche quando si vuole combattere è invincibile e, spesso, distruttiva. La morte può esserne lo sbocco (La signora della porta accanto), oppure è possibile trovare una soluzione conciliante (L’ultimo metro), ma di certo è impossibile cancellarlo. "I miei film sostituiscono la psicoanalisi, girandoli mi libero dalle preoccupazioni", ha detto di sé Truffaut, ma rappresentano un'esperienza emotiva importante anche per lo spettatore, vent'anni fa come oggi. Rimane un unico rimpianto: la scomparsa a poco più di cinquant'anni di un regista ha lasciato troppo di inespresso.
La musica nei film di François Truffaut
La musica è utilizzata in modo tradizionale nei film di Truffaut. Altri registi dello stesso periodo l'hanno invece fatta sparire: nei film di Buñuel, Bresson, Rohmer o Bergman non c'è praticamente musica, o almeno ce n'è ben poca. Questi altri "maestri" narrano storie che hanno una durata nel tempo molto breve, mentre quelle che Truffaut racconta si svolgono lungo un ampio arco temporale e la musica serve spesso al regista per passare da un momento all'altro della vicenda o per indicare un particolare tema: in Effetto notte la musica è utilizzata solo quando sono messi in scena i momenti di lavoro perché il vero soggetto del film è il lavoro (così dichiarò Truffaut stesso) e i personaggi sono più forti proprio quando sono sul set. Così in Adele H.: la musica del maggior compositore francese, Maurice Jaubert, morto nel 1940 durante la Seconda Guerra mondiale, è una riscoperta emozionante quanto quella del diario di Adèle. Altro possibile esempio: in L'ultimo metro, c'è il clarinetto che accompagna la passeggiata serale di Depardieu. Invece una musica cupa esprime la tensione della direttrice del teatro prima del suo colloquio con il critico teatrale antisemita. Così è ugualmente importante che vi sia sintonia tra regista e musicista e che l'uno conosca bene l'universo culturale dell'altro. "Anche le parole sono musica" dice l'educatore/Truffaut in Il ragazzo selvaggio: il suono delle parole, così come quello delle colonne sonore, fa parte del suo mondo narrativo.
Biografia e Filmografia
François Truffaut. Professione regista
| 12 maggio 2006 | | Di Grazia Casagrande |
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