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Io e Henry - Intervista a Giuliano Pesce

Di Desio, Giuliano Pesce, classe 1990, ha raccontato un mondo che viaggia ben oltre la provincia brianzola. A metà strada tra una spy story hollywoodiana e un racconto di formazione - o di de-formazione, dipende dai punti di vista - il giovane esordiente si affaccia sulla scena letteraria con una spassosissima storia: Io e Henry.
Alla sua seconda pubblicazione, ma al suo primo vero ingresso nel panorama editoriale con la Marcos y Marcos, Pesce racconta la mirabolante storia di un uomo sconfitto dalla vita che incontrerà un disadattato della società: il vecchio Henry. Con Henry, il protagonista non riscoprirà solo la voglia di vivere, ma inizierà una delle avventure più folli e paradossali di sempre, in uno scenario perfetto per un adattamento cinematografico, tra inseguimenti, leggende templari, documenti preziosi e spie nascoste in party arristocratici. Il tutto nelle folli corse di un "Pandino" malandato.
La parola all’autore per conoscere meglio come sia nata la sua storia e quali difficoltà ha incontrato, in quanto esordiente, nell’immenso panorama letterario di oggi.

Leggi anche la recensione di Io e Henry

L'intervista

Wuz
Abbiamo bisogno della fantasia per muoverci nel mondo. Abbiamo bisogno di una dose di follia per sentirci vivi. Scrivere, per te, a quale altezza si trova tra questi due elementi?

G. Pesce
Per scrivere qualcosa di davvero interessante, la fantasia mi sembra una necessità imprescindibile. La pazzia un po' meno; anche se, forse, un pizzico di follia è quel che serve per decidere di intraprendere questo tipo di lavoro. Sai com'è: tutti ti dicono quanto sia difficile, che con i libri non si mangia, che uno su mille ce la fa... Bisogna essere davvero un po' folli per seguire le proprie passioni a prescindere da tutto il resto.

Wuz
Il personaggio di Henry: come nasce, ti sei ispirato a qualcuno in particolare? Perché l’omaggio a Henry Thoreau? 

G. Pesce
Henry è il personaggio da cui nasce l'intera idea del libro. Quando ho scritto la prima frase del primo capitolo, ci ho aggiunto "Il vecchio Henry lo diceva sempre". È stato un gesto quasi istintivo, non premeditato. A quel punto, io per primo ho cominciato a chiedermi chi fosse Henry e a rispondermi, parola dopo parola, capitolo dopo capitolo.
Data la singolarità del personaggio, non ho potuto ispirarmi a nessuno che abbia mai avuto il piacere di conoscere. E, al contempo, ci è finito dentro un po' di tutto: libri, film, musica, e, perché no, anche qualche frase buttata lì da qualche amico.
L'idea che Henry di cognome facesse Thoreau è nata in un secondo momento. Confesso che adoro molti autori americani dell'800 e del '900, tra cui ovviamente anche Thoreau. Faulkner è qualcosa di simile a un dio, inimitabile, per me. Con Hemingway ho un rapporto più conflittuale. Su Bukowski invece... be', fa la parte del cattivo nel mio libro: qualcosa vorrà dire.

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Wuz
In Io e Henry ci sono molti rimandi al mondo della musica e a quello del cinema. In particolare, mi ha colpito questa sorta di rivisitazione de Le Iene di Tarantino dove i vari Mr. Pink e Mr. Orange diventano dei Mr. Bukowski e Mr. Hemingway. Come mai tanti riferimenti, sei un appassionato di cinema e di spy story? 

G. Pesce
Certo: adoro il cinema. E sicuramente Tarantino, soprattutto quello dei primi film, è tra i miei registi preferiti. Le spy-story mi piacciono. Soprattutto i grandi classici: per me James Bond è Sean Connery, e basta. Mi ha ispirato molto anche Hitchcock: i riferimenti ai suoi film abbondano. Anche se, forse, il film che ha ispirato il libro più di tutti gli altri è Harvey, diretto da Henry Koster, con un incredibile James Stewart: tutti lo credono pazzo perché il suo migliore amico è un enorme coniglio invisibile, e invece...

Wuz
Dato che si parla di follia declinata nelle diverse manifestazioni, come quella ordinaria che si affaccia nelle vite di tutti, il senso dell’umorismo nel tuo libro (le situazioni assurde, paradossali, i proverbi del vecchio Henry, al limite del sensato ma grandi insegnamenti di vita) può essere inteso come “cura dell’anima”? 

G. Pesce
Per me l'umorismo è una componente essenziale della vita, ancor prima che della letteratura. Penso che sia necessario non prendere troppo sul serio noi stessi e le cose che ci circondano. Però è anche vero che qualche psicologo potrebbe dirti che fare molte battute è un modo per alzare delle difese, per non affrontare certe situazioni ansiogene. Non credo che esista una "cura dell'anima" che funzioni per tutti: ognuno deve trovare la propria via. 

Wuz
Tagliaferro incarna le sofferenze di chi viene espulso dalla società: il lavoro non funziona più, il suo matrimonio nemmeno, sopportare la quotidianità è diventato un peso insostenibile. Perché allontanarsi da quelli che sono i canoni sociali scontati viene percepito immediatamente come una prima forma di pazzia?  

G. Pesce
Sicuramente questo è uno dei temi cardine del libro. E, allargando il discorso, mi chiedo anche: perché sentiamo il bisogno di ridurre tutto a delle categorie? I pazzi e i sani, i belli e i brutti, i buoni e i cattivi. Per non parlare della sfera sessuale. Mi pare che il dibattito attuale verta proprio sulla volontà di creare nuove categorie: cosa che, secondo me, aumenta solo la discriminazione. Quando la smetteremo di voler definire tutto?
Io sono dell'idea che ogni individuo sia unico e che debba essere libero di coltivare questa sua individualità, ovviamente nel rispetto degli altri.
 

Wuz
Henry con i suoi proverbi e i suoi modi di dire mette in evidenza una cosa: cerchiamo di spiegare, giustificare, alleggerire sempre la realtà. Ma non facciamo altro che contraddirci, continuamente. Forse la vera realtà è poco più in là di noi, basta solo imparare a lasciarsi andare fuori dai nostri recinti mentali?


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Giovanni Pesce in uno scatto di Erica Faifer

G. Pesce
Come dicevo, siamo noi stessi a crearci dei recinti mentali, che passano attraverso la categorizzazione di tutto quello che ci finisce sotto gli occhi. Questo, da un lato, è un meccanismo di difesa psichica, che ci fa sembrare di avere tutto sotto controllo. Ma, dall'altro lato, è anche molto limitante: a volte ci impedisce di vedere qualcosa che è a un centimetro da noi, appena fuori dal recinto. 

Wuz
Sei un giovane scrittore esordiente con esperienza nel campo dell’editoria. È stato difficile riuscire a emergere? Hai qualche consiglio da dare ai giovani che, come te, cercano di farsi spazio nel difficile mondo della letteratura oggi?

G. Pesce
Emergere è difficile in qualunque campo. Non basta avere talento: bisogna anche cercare di migliorarsi continuamente. Non si deve mai pensare: "Sono bravo, ma gli altri non mi capiscono". Sono dell'idea che, oggi più che mai, farsi capire e apprezzare sia una capacità indispensabile nel campo artistico. Proprio per questo, il primo consiglio che mi sento di dare è: cercate di capire come funziona l'editoria, quale editore pubblica un certo tipo di libri, quale dà spazio agli esordienti, ecc.
Il secondo consiglio (che però è il più importante) è: leggete, leggete, leggete. È il modo migliore per conoscere l'universo dei libri, e per migliorarsi come scrittore.  

Wuz
Cosa ami leggere? Qualche consiglio di lettura, o l’ultimo libro sul tuo comodino?

G. Pesce
Potrei farti una lista che non finisce più: per fortuna, nella vita, ho trovato molti più libri belli che brutti!
Ti dico i primi che mi vengono in mente: Jonathan Coe, La casa del sonno; Ernesto Sabato, Sopra eroi e tombe; Chester Himes, Rabbia ad Harlem; Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte; Sam Lipsyte, Il bazooka della verità.

a cura di Jessica Chia

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