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Le quattro stagioni dell'estate - intervista a Grégoire Delacourt

La sua penna, delicata e silenziosa, ha narrato l'amore nel suo ultimo romanzo, Le quattro stagioni dell’estate. Lui è il francese Grégoire Delacourt, noto pubblicitario in patria e conosciuto per il suo besteller, Le cose che non ho. Banale e scontato parlare d'amore oggi. Del tutto convenzionale mettere in bocca l'amore alle donne. Niente di attuale sviscerarlo in ogni fase dell'età dell'uomo.
Eppure Delacourt è riuscito a parlare dell'universo dell'amore nel modo più realistico e denso possibile. Forse perchè il linguaggio di questo libro è quello dei fiori, perchè su quelle spiagge del Touquet l'amore ha a che fare con la morte. Forse perchè Hors Saison suona nelle teste di tutti i suoi personaggi, tutti dentro e tutti fuori da quella stessa stagione. Una stagione che non ha tempo e non ha luogo.
Abbiamo chiesto a Grégoire Delacourt di parlarci del suo romanzo, e lo ha fatto con la stessa delicatezza delle sue parole scritte.

Leggi la recensione de Le quattro stagioni dell'estate

L'intervista
Wuz 
La sua storia è come se parlasse due lingue: quella delle parole e quella dei fiori. Come mai ha scelto questa simbologia per tutto il suo libro? 

G. Delacourt
Penso veramente che il linguaggio dei fiori sia la grammatica dell’amore, quindi mi è parso interessante prendere la lingua degli uomini, dei corpi, delle parole, il linguaggio degli autori di libri e il linguaggio del cuore, e mescolarli per creare una sintassi originale

Wuz
Da dove nasce l’idea di percorrere tutte le età dell’amore, dai 15 ai 75 anni? 

G. Delacourt
Trovavo interessante questo dispositivo, non perché volessi raccontare tutte le età della vita, quello che volevo fare era raccontare una vita di amore ma polarizzarla attorno a delle età che io reputo importanti e, se vuole, a partire dalla mia personale esperienza, è un po’ un calco delle cose che ho vissuto. Quindi ho preso una coppia di quindicenni per incarnare la prima volta, una coppia di trentacinquenni perché statisticamente quella è l’età in cui si divorzia – da noi (in Francia, ndr) per lo meno – di cinquantacinquenni perché è la fase della vita amorosa in cui mi trovo io, cioè quando i figli hanno lasciato il nido e ci si ritrova soli con l’altro, e la coppia che incarna la fine, la fine dell’amore e non soltanto… Dunque sono quattro momenti diversi di una medesima storia d’amore, di una medesima vita, e ho trovato che quest’idea di dividere in quattro quest’esperienza era più divertente per me da scrivere. Poi dal punto di vista romanzesco era più efficace perché creava una maggior tensione. 

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Wuz
C’è stata una fascia di età con cui ha avuto più difficoltà a confrontarsi?

G. Delacourt
No, per me scrivere è un piacere immenso, se ci sto male, ci soffro o non funziona, vuol dire che in quel momento non devo scrivere. Quando funziona la scrittura per me è solo un grande piacere, quindi no, nessuna difficoltà particolare con alcuna di queste età.
Se vuole le aggiungo un dettaglio importante. Non è però una difficoltà, ma una questione che è sorta. Nel capitolo in cui parla la donna di cinquantacinque anni, io avevo iniziato la stesura in terza persona, ma mi sono reso conto che quella scrittura lì, in quel caso, rispetto a quel personaggio, non funzionava perché non riusciva a cogliere le emozioni intime di questo personaggio. Così sono tornato indietro alla soggettiva totale, con un “io”. 

Wuz
Lo sguardo femminile riempie quasi tutte le pagine, ed è uno sguardo molto realista. Com’è avvenuto il suo approccio con queste voci? 

G. Delacourt
La risposta che mi è avvenuta subito alle labbra è: ma perché io sono una donna! Io le donne le amo profondamente, mi trovo bene nell’umanità e nella sensualità delle donne, ho questa idea da sempre che le donne sono sempre più rapide di un decimo di secondo degli uomini a cogliere qualsiasi cosa. In quel decimo di secondo è raccolta tutta l’intelligenza e la benevolenza delle donne. E scrivere da un punto di vista femminile mi permette, oltre che esprimere il mio amore per loro, anche di guardarmi dall’esterno e anche di migliorarmi. La facciata mi deve riuscire evidentemente abbastanza bene, perché quando ho scritto il primo libro con una voce femminile, Le cose che non ho, molte lettrici e molti lettori mi scrivevano delle lettere convinti che io fossi una donna. Dunque se uno le capisce le donne, evidentemente diventi una di loro. Detto questo il mio amore per le donne è sincero e autentico, ed è un amore che si nutre anche di nostalgie, di mancanza, mi mancano molto le donne, mi manca mia madre, quindi scrivere con una voce femminile mi aiuta a restare vicino a loro

Wuz
Ogni storia, anche se per un giorno solo, è improntata alla catastrofe della fine del mondo. il fatto di ambientarle alle soglie del Duemila è stato un espediente necessario per tendere all’estremo le loro emozioni? 

G. Delacourt
Era molto divertente usare questo fondale, gli annunci, le premonizioni circa la fine del mondo a partire dal dicembre dell’anno prima quando Paco Rabanne, che è un grandissimo visionario che non sbaglia mai, avrebbe annunciato che sarebbe finito il mondo con l’arrivo del Duemila. Tutti i giornali scrivevano che sarebbe arrivato il big bang allo scadere del 31 dicembre 1999 e tutto si sarebbe sfasciato. Tutto questo mi ha divertito usarlo come una sorta di fondale per mettere in evidenza le mie domande sull’amore, sulle persone, che forse si chiedevano in quel momento, ci si può amare anche se rimangono solo sei mesi da vivere ancora? E la risposta che io voglio dare è: tutti noi amiamo come se non avessimo più tempo.

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a cura di Jessica Chia

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