Ricerca avanzata
Articolo

I migliori nomi del giornalismo italiano si incontrano e discutono

Sono scomparsi i fatti dai nostri giornali?



Riportiamo le opinioni di alcuni nomi di punta del nostro giornalismo su di un tema molto scottante: l'informazione in Italia è malata. L'occasione di questo dibattito è stata la pubblicazione, e il successo straordinario, di un saggio di Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, edito da Il Saggiatore.
Ecco le voci di Marco Travaglio, Gianni barbacetto, Gian Antonio Stella, Curzio Maltese. 



Gianni Barbacetto - All’editore del Saggiatore e di Diario da un po’ di tempo frullava nella testa la voglia di fare un libro sulla scomparsa dei fatti perché l’osservazione quotidiana (basta guardare un telegiornale per una settimana di fila, forse anche meno) ci fa capire come i fatti siano scomparsi dalla televisione, sostituiti da un’orgia di punti di vista. Le opinioni, magari anche contrapposte o fintamente contrapposte – il teatrino delle opinioni messe in scena dalla televisione – ha sostituito la rocciosità dei fatti contro i quali non si può lottare, bisogna prendere atto che ci sono e basta.  Per questo è stata fatta la proposta a Marco Travaglio di provare a scrivere un pamphlet, - la prima ipotesi era questa – un rapido volumetto di un numero contenuto di pagine che tematizzasse la questione. Marco Travaglio in quasi tutti i suoi libri ha parlato di giornali, giornalisti, informazione, televisione, notizie, insomma "fatti". Per questo è sembrato naturale all'editore proporgli di dedicare ai fatti un volumetto. 
Marco si è messo al lavoro e ne è venuto fuori un libro, non un pamphlet. Un libro che mette insieme un pezzo della storia d’Italia e di come questa è stata raccontata dai giornali, dai giornalisti, dalla televisione nel nostro Paese. È un libro considerevole, di 300 pagine, che fa delle riflessioni sul tema e che allinea una mole considerevolissima di esempi concreti, senza cadere nella trappola di contrapporre un’opinione sul giornalismo italiano ad altre, altrettanto legittime, opinioni sullo stesso: ha messo in fila una serie numerosissima di accadimenti che si commentano da soli. D’altra parte è strano non rendersi conto, e io mi stupisco che non accada e che non faccia scandalo, che nel nostro Paese si sia costituita una prodigiosa macchina da guerra dell’informazione che in realtà macina disinformazione. Basterebbe quest’osservazione: non c’è grande inchiesta giudiziaria recente che non abbia giornali e giornalisti coinvolti. Ne cito alcune. L’inchiesta di Woodcock di Potenza su Vittorio Emanuele di Savoia, quella sulle scalate bancarie cosiddette “dei furbetti del quartierino”, l’inchiesta sul SISMI, quella sulla Telecom: tutte hanno per protagonisti, oltre a banchieri, politici, presunti eredi al trono, sempre anche giornalisti, coinvolti a vario titolo, spesso anche con rilevanza penale. Anche quando non c’è rilevanza penale i giornalisti non ci fanno una gran figura, sono parte di un gioco di squadra che non ha nulla a che fare con il loro mestiere che è quello di raccontare i fatti e di informare. Marco Travaglio sa che non esiste una neutralità asettica, non rimprovera ai giornalisti italiani di essere schierati, sa benissimo che ognuno ha le sue convinzioni etiche, religiose, morali, politiche…ma chiede di raccontare i fatti e le cose che accadono, che non possono essere censurate, non possono essere cambiate, truccate a seconda del padrone che in quel momento o paga o suggerisce senza neanche bisogno di pagare: che questo padrone si chiami banchiere che fa un accordo di pubblicità con il direttore del giornale e gli sgancia 30.000 euro, oppure si chiami servizio segreto in lotta contro i cattivi, beh, sono "padroni" che non hanno nulla a che fare con gli unici padroni che il giornalista deve avere, che sono i lettori, coloro che devono essere informati. Dopodiché i giornalisti possono sbagliare, certo tutti possono sbagliare, ma non devono scrivere sapendo già di aver tradito i fatti perché il padrone del momento ha voluto così.


Gian Antonio Stella - Anni fa il giornale per cui scrivo mi disse “Leone rilascia un’intervista”. Erano anni che Giovanni Leone non parlava con nessun giornalista e così mi hanno mandato lì a sentire questo anziano signore che era stato Presidente della Repubblica. Entro nel suo studio, mi viene incontro un ometto piccolo con delle ciabatte enormi, un cardigan di lana tutta stropicciato dal colore indefinito, vagamente avorio che gli arrivava fino alle ginocchia, mi mette in mano dei fogli e mi dice “agge faticato pure per lei” allora io guardo i fogli e... si era fatto le risposte e anche le domande. Le mie domande. Dove, ogni volta che lui concludeva la sua risposta io avrei dovuto dire: “un’analisi brillante, Signor Presidente, ma, se mi consente, vorrei chiederle anche quest’altra cosa” e alla successiva risposta, dovevo dire “mi congratulo” e via così... A un certo momento, davanti a questo testo meraviglioso che conservo come una reliquia (ce l’ho a casa e quando vedo che una serata langue con gli amici, lo tiro fuori come esempio spettacolare di giornalismo all’antica), gli chiedo di poter fare anche qualche altra domanda e cominciamo a parlare. Lui parla, parla, parla…dopo un’ora buona, si accorge del registratore che avevo messo sul tavolino davanti a noi, mi punta il dito e mi fa “le sequestro la bobina!”. Io i metto in tasca il registratore e lui inizia a dare in escandescenze. Si ripiglia il libro che mi aveva regalato con scritto “all’eccellentissima penna del Corriere della Sera”, strappa la dedica in diecimila pezzi, tira indietro la mano per non darmela e io me ne vado così. La sera, all'uscita di una trattoria di Roma dove il cellulare non prendeva, ascolto la segreteria che aveva sette messaggi, tutti uguali, che dicevano: “Stella, forse sono stato un poco brusco, facimmo ‘a pace”. Devo dire che mi ha fatto anche tenerezza questo anziano signore: lui era sempre stato abituato così altrimenti non si spiega che gli venisse in mente di farsi le domande e le risposte. Beh, se voi provate a leggere i giornali degli anni Cinquanta e Sessanta – e io lo faccio spesso perché sono un appassionato degli archivi e ho fatto un libro proprio sugli anni ’50 in cui ho mescolato tante cose – sono terribili!


Perfino oggi che si parla di un libro come quello di Travaglio che mette a fuoco alcuni dei problemi più gravi che ci sono  nel giornalismo italiano, non solo per la libertà dei giornalisti, ma per la stessa libertà di stampa che va ben oltre i destini, le piccole lusinghe, le piccole miserie di tutti noi, insomma bisogna dire che i giornali di oggi sono meglio di com’erano negli anni ’50 e ’60, non c’è dubbio. Facciamo un esempio di oggi però: Francesco Pionati prima faceva il giornalista, adesso scodella la sua opinione su tutti i possibili argomenti e sentire Pionati nello stesso Tg1 in cui ha lavorato per vent’anni, viene il dubbio che forse faceva il politico già prima o che comunque tutta la sua storia personale fosse un percorso che lo doveva portare a quello che fa adesso, cioè il politico. E questa è una sventura molto diffusa nel nostro Paese: ci sono troppi giornalisti che non fanno solo i giornalisti. Credo che dal libro di Marco - più ancora che questa straordinaria collezione di piccole mostruosità quotidiane infilzate con l’ago come s’infilza l’insetto nelle collezioni, ogni riferimento a Vespa è puramente casuale – quello che viene fuori corrisponde al messaggio di un vecchio adagio: il giornalista deve essere orfano, scapolo e bastardo. Io credo che debba essere vero esattamente il contrario: il bravo giornalista non deve essere orfano perché deve in ogni momento ricordarsi da dove viene, deve portarsi dietro i Lari e i Penati, deve ricordare la sua storia, saper inquadrare tutto nel contesto, aiutare la gente a capire. Faccio un esempio: se mi si viene a dire che non si può più uscire di sera, mentre una volta si andava a teatro tranquilli e invece adesso si rischia di vedersi puntare addosso il coltello e che, da quando ci sono gli albanesi e i marocchini non si può più lasciare la porta aperta, che le rapine ecc. ecc… se questo viene "sparato" così, senza inquadrarlo nella storia, sembra una quasi verità, magari un po’ forzata, ma una quasi verità. Invece, se il giornalista ricorda che le rapine a mano armata, fatto salvo che adesso c’è il mitra e allora il coltello, erano a Bologna 10 volte più di oggi rispetto alla popolazione nel 1861, aiuti la gente a capire; se ricorda che i 683 omicidi l’anno degli ultimi 5 anni sono 1/3 degli anni ’80 quando non c’erano marocchini e albanesi e 1/5  degli anni ’50, si aiuta la gente a capire. Aiuti anche a svelenire la situazione, aiuti anche la gente a essere meno spaventata e usare la testa in modo più sereno, ad affrontare i problemi con più consapevolezza. Quindi, ricordare la propria storia è un modo di fare giornalismo oggi, non di fare gli archeologi nel nostro passato: se tu non ricordi, per esempio, che gli immigrati islamici sono solo il 29% e quindi il 71% degli immigrati è spesso molto più anti-islamico di noi, perché ci sono gli indù che negli ultimi anni hanno massacrato 20.000 islamici, ci sono i serbi e i croati che durante la guerra dei Balcani ne hanno fatti fuori una caterva per cui, paradossalmente e lo dico con ironia, possiamo dire che siamo invasi da anti-islamici, ecco se non si inquadrano le notizie nel giusto contesto, non si fa una buona informazione asettica, ma una cattiva, pessima, informazione. Non deve essere scapolo perché un difetto del nostro giornalismo è l’autoreferenzialità, perciò deve avere una moglie, dei figli, degli amici, che possibilmente non facciano tutti i giornalisti, ma gli impiegati all’INPS, gli idraulici, i conducenti d’autobus, i maestri, insomma, avere un contatto con la realtà che non porti poi a scrivere dell’inflazione o del NASDAQ senza avere la minima idea di quanto costino i pomodori al supermercato. Terzo, non deve essere bastardo. E lì il libro di Marco porta degli esempi molto chiari: questo deve essere un mestiere con sopra un cartello come quello della nitroglicerina: “maneggiare con cura”. Il giornalismo è una cosa da maneggiare con cura perché può fare danni, può fare danni veri, del male alle persone, come è stato fatto, per esempio, a quel povero papà milanese - colpevole di essere immigrato, tra parentesi – che, portando la bambina una sera al pronto soccorso all’ospedale, fu praticamente accusato dalla solita soffiata del medico cretino o dell’infermiere cretino al giornalista furbetto che voleva fare lo scoop, di aver violentato la figlia; figlia che è morta a distanza di qualche mese per un tumore. Penso che questo libro di Marco ci volesse, perché c’è molta gente che usa questo mestiere in modo improprio e quando si usano in modo improprio delle armi contundenti come può essere appunto il giornalismo, si finisce spesso per fare dei disastri. Penso che questo mestiere non possa essere fatto se non con uno spessore etico che non vuol dire essere di destra, di sinistra, pienamente distaccati e così via perché poi l’obiettività è come la santità, è qualcosa a cui si tende, ma è molto difficile da raggiungere. Siccome questa è l’idea di fondo che esce dal libro, io personalmente sono grato come collega e come lettore a Marco per averlo scritto.


Gianni Barbacetto – Leggendo La scomparsa dei fatti ci si rende conto di quante cose abbiamo maneggiato e che rischiano di passar via, nel dimenticatoio e siccome nel nostro paese non c’è nessuna sanzione né penale (ma questo non lo vorremmo neanche), né morale – chi dice una bugia e chi la continua a ripeterla in maniera metodica è un grande giornalista, non un grande bugiardo. Il fatto di aver fissato sulla carta, divisi in ordinati capitoli, centinaia di esempi, è assolutamente meritorio perché anche chi sa queste cose, rischia di dimenticarsele. . Non siamo di fronte a una disattenzione, o a un insieme di disattenzioni o di sciatterieUna cosa che salta all’occhio alla fine della lettura è la sistematicità di questo criterio del giornalismo italiano o di qualche peccatuccio veniale, o si tratta di qualche giornalista subordinato alla politica, qui si ha l’impressione che c’è un sistema consolidato, preordinato che determina le carriere, che determina proprio il sistema dell’informazione in Italia. Su questo, malgrado i casi siano gravissimi, ho paura che il giornalismo italiano non abbia ancora fatto una riflessione seria. C’è un sistema perverso che premia quelli che lavorano in questa maniera e permette che ciò che viene fatto male perduri nel tempo.


Curzio Maltese – Quello che è successo nella stampa italiana negli ultimi decenni, riguarda un problema antico che Victor Hugo sintetizzava così: “c’è gente che pagherebbe per vendersi”. L’opinione generale sul giornalismo italiano è così bassa che a me, paradossalmente, verrebbe voglia di cercare di fare una piccola difesa, non della categoria, ma vorrei segnalare alcune difficoltà che in questi anni sono oggettive, anche tecniche, nel fare questo mestiere: difficoltà che non arrivano solo dal potere, dai condizionamenti, ma anche dal modo in cui si fa questo lavoro ormai. Per esempio ci sono grandi condizionamenti dalla pubblicità che incidono sul modo di fare dei quotidiani. Questa celebrata settimanalizzazione dei quotidiani – che secondo me è abbastanza una iattura  con tante parti prefabbricate -  soffoca; c’è una battuta che ogni tanto fa il direttore di Repubblica alla fine delle riunioni di redazione al mattino, siccome tutti chiedono di mantenere gli spazi... e poi ci sarebbe la cosa scritta da Tizio e ci sarebbe uno speciale da pubblicare... lui dice: “Benissimo. Teniamo tutto e togliamo le notizie.”  Che poi è spesso quello che si fa: si riduce lo spazio di autentica informazione perché ormai il giornale è veicolo d’altro che ha spazi già precostituiti in cui la notizia turba la perfezione del prodotto, anche dal punto di vista pubblicitario. Una difficoltà seria dei giornalisti italiani è che siamo in un Paese di Azzeccagarbugli in tutti i settori. Il sistema è concepito per complicare le cose e quindi per impedire un’informazione chiara, e non parlo solo dei metalinguaggi come il politichese, ma c’è proprio una comunicazione negata. Quasi tutte le leggi italiane sono degli ossimori, contengono nella seconda parte la negazione stessa della prima parte della legge. Ad esempio, parlando di immigrazione, ho incontrato Piercamillo Davigo e parlavamo delle varie leggi esistenti. Quelle italiane sono le più inefficienti e complesse d’Europa: in Italia arrestano  i clandestini, li tengono dentro per un certo periodo e poi naturalmente li rilasciano, per poi riarrestarli. Le carceri così traboccano di persone che sono lì perché non si è in grado di accertarne l’identità. Prima dell’indulto in carcere c’erano 12.000 persone colpevoli di non esibire i documenti, che vengono arrestate per un po’ e poi escono. Quelli che sono usciti con l’indulto non avevano commesso reati, ma non avevano denunciato per vari motivi la propria identità. C’è una legge così concepita: può venire arrestato un immigrato che alla richiesta del pubblico ufficiale non esibisca il documento d’identità "senza giustificato motivo". L'immigrato viene arrestato, poi arrivano i giudici: una parte scarcera immediatamente gli immigrati che dicevano di non avere esibito il passaporto perché non l’avevano – ora, non avere il passaporto (secondo me anche in maniera logica) per una parte della magistratura è un "giustificato motivo" per non esibirlo. Per un’altra parte invece non è un "giustificato motivo". Ecco allora che si è aperto un dibattito, uno di quei meravigliosi dibattiti che si aprono in Italia in cui ha vinto la teoria (secondo me anche giustamente) che, se il legislatore avesse voluto stabilire che non avere il passaporto era un reato, avrebbe detto: viene arrestato chi non ha il passaporto!


Ora, provate a parlare di immigrazione e di legge sull’immigrazione e sull’informazione, o a spiegare perché a Milano, alla Bocconi e al Politecnico, non possono andare gli studenti cinesi perché la legislazione sugli immigrati è concepita in maniera tale per cui si parla solo di colf, badanti, ecc… Se uno viene in Italia per prendere un master alla Bocconi, siccome non immaginiamo che ci siano studenti d’ingegneria pakistani o cinesi che vogliono laurearsi in Italia (e infatti ce ne sono pochissimi rispetto ai paesi confinanti), non vengono dati i visti. Quindi la Bocconi che è una delle più grandi università del mondo in economia, ha una percentuale irrisoria di studenti stranieri, ma soprattutto quasi nessuno dei Paesi emergenti come India o Cina. Questo è un Paese dove chiunque citi dei fatti concreti viene accusato immediatamente di essere fazioso. Citi dei fatti, fai domande su fatti circostanziati a politici (di destra, di sinistra, di centro) e loro rispondono “beh, certo, lei la pensa in questo modo e quindi…”  E poi frasi del tipo: “certo, voi di sinistra” o “voi di destra” o “voi radicali”… Con quelli di Tangentopoli, per esempio, che sono tranquillamente tornati tutti a fare attività  politica come prima e si lamentano della persecuzione politica e tu dici: “va bene la persecuzione politica, ma lei ha confessato e io sto leggendo la confessione in cui lei ha dichiarato che ha preso dei soldi e li ha passati al tal partito…", e loro rispondono “beh, certo che se partiamo con questo giustizialismo!”. Ci sono delle difficoltà perché il "fatto" non viene mai preso in considerazione ed è normale che un giornalista che intervisti un politico non cerchi mai dei fatti, ma offra delle opinioni, chieda un consenso, un dissenso, ma non parli mai di fatti. Per anni Berlusconi è andato in televisione e nessuno gli ha chiesto un accidente e dei suoi processi, e delle questioni economiche, finanziarie che riguardano la sua azienda… Io sono stato autore di una trasmissione Rai (subito chiusa) dove hanno minacciato querele gigantesche, ma siccome era tutto blindatissimo, quando tutte le querele – che sono servite solo a far chiudere la trasmissione – sono rientrate perché non si fondavano su nulla,  la trasmissione non è ripartita, ma quelle cose che in quell’unica trasmissione scandalo e faziosissima, venivano raccontate, avrebbero dovuto essere argomento di dibattito tutte le volte che il signor Berlusconi andava in trasmissione e qualche giornalista avrebbe dovuto ricordargli due o tre cose della sua lunga carriera. 
Esiste proprio una tradizione di escludere dal dibattito i fatti e questo si vede chiaramente in Italia. Parlando di problemi tecnici: il confine tra vero e falso è saltato. Io sono completamente contrario all’esaltazione di Internet come fonte di chissà quale informazione, il 90% delle "notizie" sono leggende metropolitane, cose inventate…Tempo fa sono andato alla trasmissione di Crozza e ho parlato della questione del "ponte sullo stretto", che è uno dei grandi scandali di questo Paese e, tra le altre cose, ho detto che il progettista, un tal Brown, non era una grande celebrità: su Internet, un anonimo ha cominciato a dire che ero un cialtrone, che Brown era l’eroe della Turchia perché aveva progettato il ponte sul Bosforo; la cosa è stata ripresa da tutti i giornali, compreso Diario, Il Foglio ecc… da tutti quelli che amano fare le pulci…Avendo in casa ancora l’Enciclopedia Britannica, siccome Brown non c’è, ho cercato “ponte sul Bosforo” e c’è scritto: “progettista Sir Gilbert  Roberts”. Se uno apre l’Enciclopedia Britannica trova l’informazione, ma su Internet è scomparsa. Siccome uno si è inventato, per fare polemica con me, che il ponte l’ha progettato Brown, adesso se uno studente digita sul motore di ricerca “ponte sul Bosforo”, gli escono 10 pagine in cui c’è scritta una vera balla! E allora come facciamo informazione? Riciclando cose che apprendiamo dalla televisione, dalle agenzie e da internet tre fonti straordinarie di balle e di leggende metropolitane! Su internet una delle cose che ha avuto enorme successo, è la teoria del complotto: qualsiasi cosa accada ha dietro un complotto. La più famosa teoria del complotto è quella che recita che le Torri Gemelle le hanno buttate giù gli Israeliani, tant’è vero che non c’erano cittadini di origine ebraica tra le vittime: la percentuale di morti di origine ebraica tra le vittime delle Torri Gemelle è esattamente, se non un po’ superiore, alla percentuale della presenza ebraica a New York! Ci si trova di fronte a delle affermazioni che, siccome hanno avuto una enorme diffusione, non possono più essere contestate: il fatto è stato ucciso dal ritorno alla fiaba. Il paradosso è che questa abbondanza di informazioni ha creato un mondo di creduloni!

Non si vuole indagare la realtà italiana per un altro motivo: Ecco la lamentela classica: non si fanno più le inchieste di una volta, poi se chiedi di farne una viene  sempre rimandata…  E poi, l’80% delle inchieste di una volta erano semplicemente celebrative: c’era il boom economico e c’erano magnifiche inchieste in cui i giornalisti raccontavano quanto si stava arricchendo il paese; fino agli anni ’80 si leggevano articoli meravigliosi su quanto erano belle le fabbriche automatizzate (che poi hanno provocato delle ecatombi) oppure bellissime inchieste sull’industrializzazione del Sud... Il problema di oggi è che l’inchiesta non sarebbe più celebrativa. Se uno si mette in testa di fare l’inchiesta su Telecom, ha poco da celebrare e quindi conviene aspettare che un magistrato abbia un attimo di tempo per fare un’indagine e poi depositi le intercettazioni che si vanno a prendere e da lì si scrive il pezzo. Il risultato finale è che noi conosciamo sempre meno il nostro Paese perché la televisione ce ne dà una rappresentazione totalmente finta, e le nuove tecnologie in Italia sono ancora più veicolo di pettegolezzo che non d’informazione e i giornali seguono altre logiche così c’è sempre meno spazio per l’informazione. 
Per esempio, una cosa che hanno detto è stata che Milano è stata economicamente uccisa dalle inchieste dei magistrati che sono colpevoli di tutto, compresi terremoti, alluvioni, catastrofi naturali…: basta verificare i dati e la crescita economica di Milano non ha minimamente subito una flessione, anzi e, dopo il biennio di crisi 1993-’94, si è messa a correre più velocemente – con grande disparità, ma non c’è stato nessun danno economico. Anche questo non viene mai raccontatato. I nuovi protagonisti della vita economica milanese, e anche italiana, non sono raccontati dalla nostra informazione: stiamo invecchiando insieme all’invecchiamento della politica, ci stiamo sempre più legando al carro di una politica che ormai è decrepita e siamo sempre legati a una realtà, quella della politica, che è la più vecchia, la più sclerotizzata e la meno capace di esprimere innovazione e modernità di questo Paese.

Gianni Barbacetto: Il libro di Marco Travaglio ha una particolare attenzione anche alle parole che vengono usate: per esempio, scrive Travaglio “chiamiamo “esule” Craxi, chiamiamo “assolti”, cioè innocenti, i prescritti, cioè i colpevoli che la fanno franca, “presunte tangenti” anche quelle consacrate da sentenze definitive di condanna e “processi politici” i processi ai politici, accusati di delitti comuni come la corruzione e la concussione. E poi chiamiamo naturalmente “giustizialisti”, come i seguaci di Perón, "coloro che chiedono semplicemente giustizia, certezza della pena e giustizia per tutti, cioè i veri garantisti, cose che capitano in un paese che confonde Cesare Beccarla con Cesare Previti ”.




Marco Travaglio
: il libro nasce da un’esperienza personale: anche a me capita di raccontare una cosa e di sentirmi dire che sono di destra se ho raccontato una cosa che non piace alla sinistra, o che sono di sinistra se ne ho raccontata una che non piace alla destra, però, parlare della cosa in sé, mai! Questa è la frustrazione… Quando ho raccontato quelle cose da Luttazzi mi aspettavo che ci sarebbe stato casino, ma speravo che ci sarebbe stato per le cose dette e invece si è parlato di tutt’altro: che non sta bene dire certe cose in campagna elettorale, a  prescindere dal fatto che siano vere o false, che non sta bene dire in campagna elettorale che uno dei due candidati ha avuto rapporti con dei mafiosi…ma se ha avuto rapporti con i mafiosi, perché non dirlo? Non è meglio dirlo in campagna elettorale che magari qualcuno che non lo sa ci pensa? La cosa paradossale è che a dire questo è stato non solo Berlusconi, ma anche D’Alema e Boato, tanto che quando siamo stati denunciati, Berlusconi notava che anche uomini della sinistra dicevano che certe cose non andavano dette in campagna elettorale…poi, naturalmente, abbiamo vinto la causa, ma non se n’è saputo molto.


 Per fortuna però, c’è sempre un momento in cui, anche di nascosto, si arriva al dunque, si va a vedere se è vero o falso: tutto ciò non appartiene più al dibattito pubblico che è già archiviato, ma al privatissimo rapporto tra la persona trascinata in giudizio e il giudice che stabilisce che, visto che è tutto vero, non c’è danno. All’epoca, si era in un periodo in cui Berlusconi stava diventando Presidente del Consiglio e quindi, se il danno ci fosse stato e se le cose dette fossero state false, sarebbe stato gravissimo per lui. 
È chiaro che oggi tutto è più stemperato anche perché il concetto di "danno d’immagine" è relativo all’immagine che uno ha. Lo dico come nota di colore: la settimana scora ho ricevuto una denuncia da Previti che dagli arresti domiciliari, da dietro le persiane di casa sua, lancia aeroplanini con denunce dove si chiedono danni alla sua immagine, ma la domanda è: “di che immagine sta parlando chi è agli arresti domiciliari? Cosa deve fare uno per danneggiarlo?”. Però il tono è sempre lo stesso: certe cose non si dicono. Non c’è scritto da nessuna parte “questa cosa è falsa”, c’è scritto “ma ti pare che si possa dire una cosa del genere?”.

Quest’estate, quando si parlava di indulto, e non ci voleva una particolare preparazione giuridica che non ho (a proposito di sciocchezze che circolano su internet, ho scoperto di essere laureato in paleontologia!), ho detto che non si era mai visto un indulto di tre anni in 60 anni di storia d’Italia e che sarebbe uscita una caterva di persone che, non avendo altra alternativa, presumibilmente sarebbe tornata a fare quello che facevano prima, cioè a delinquere. Pensavo fosse utile parlare di questi problemi prima che l'indulto venisse approvato, magari se avessero letto qualcosa avrebbero evitato di precipitare nei sondaggi... La reazione è stata interessante. Mi aspettavo che qualcuno dicesse: “ma no, non è vero, secondo i nostri calcoli…” La risposta invece è stata: “Travaglio è di destra, è fascista, è squadrista…non ci piace…”. Se magari  qualcuno avesse risposto su quanti ne avrebbero scarcerati, se si fossero misurassero coi fatti, non avremmo avuto i pentimenti delle ultime settimane, come quello del Ministro dell’Interno, che non è un passante, ma sull’indulto è coinvolto come responsabile dell’ordine pubblico, che ha detto “chi l’avrebbe mai detto che usciva così tanta gente. A saperlo!". Ma come "a saperlo!"? Lo sapevo io che sono un pirla qualsiasi laureato in paleontologia... 
Ad "Anno Zero" ho fatto un elenco degli amici mafiosi di Cuffaro, ho preso solo quelli che lui stesso dice di aver frequentato, non quelli che vengono indicati dai magistrati. Uno, si chiama Campanella, è il primo favoreggiatore di Provenzano: Cuffaro era il suo testimone di nozze di destra, il testimone di sinistra era Mastella! Ho detto: “possibile, tutti lei li ha conosciuti questi?”. Risposta: “Santoro guadagna 800.000 euro!”. Benissimo… ma, a parte che non è vero, parliamo dei suoi amici mafiosi, è lei che ha detto di averli avuti, insomma, ci spieghi… Niente.
Si parlava della leggenda metropolitana secondo cui Berlusconi dovrebbe lasciare la politica – ricordo che già nel ’95 Gad Lerner scrisse un editoriale dicendo “se gli diamo l’amnistia, lascia la politica”. Io avevo dato una piccola spiegazione del fatto che non può lasciare: quando uno alla sua destra ha Previti e alla sinistra Dell'Utri, anche se gli venisse la tentazione di lasciare, loro gliela farebbero passare immediatamente. Uno racconta le cose, ci sono delle foto... e alla fine del mio resoconto Casini se ne viene fuori a dire “che ricostruzione grottesca!”. Può darsi: è davvero grottesco pensare che abbiamo un deputato agli arresti domiciliari che continua a fare il deputato, anche se detenuto, e un altro che è il coordinatore numero due del partito, condannato in primo grado per mafia! Però mi dica che cosa c’è di falso. E non ha detto niente, perché un modo come un altro per non parlare dei fatti è dire che le cose sono grottesche. Bondi è venuto ad  "Anno Zero" con un copione, i fatti che venivano trattati nella trasmissione erano totalmente superflui per lui, gli avevano scritto un copione al computer che abbiamo poi trovato sulla sedia – perché è pure sbadato! – e c’era scritto “Santoro, si vergogni!” a prescindere da tutto. Non sapeva ancora di che cosa, ma se l’era scritto! Lo schema che si diceva prima: tutto è opinabile, tutto diventa un punto di vista. Si assiste a dibattiti televisivi dove il PIL, il debito pubblico, la spesa pubblica, il tasso di disoccupazione, tutto cresce o cala a seconda se, chi dà la notizia, sia di destra o di sinistra; persino la matematica è un’opinione! Noi conviviamo tranquillamente con due PIL, uno di destra e uno di sinistra… Non esiste la figura dell’economista che parla di economia e se ne intende. Personalmente  non ne capisco niente, ma immagino che se uno organizza una puntata della sua trasmissione sul PIL, dovrebbe sapere cos’è! E così, quando due litigano dandosi reciprocamente del bugiardo, ce n’è uno che ha studiato, che sa come stanno le cose e che può dir loro di partire da lì. E invece è diventato tutto opinabile e chi sta a casa, se è di sinistra, bene o male crede alla versione di sinistra e viceversa, e finisce per non sapere niente di vero perché spesso entrambe le opinioni solo sbagliate. Arriveremo al punto che uno dirà “tu ti chiami Giovanni”, “ma no, io mi chiamo Luca”, “ma no, guarda, secondo me ti chiami Giovanni!” – esisterà ancora un tuorlo di oggettività che ha a che fare coi fatti e non è opinione, o no? 


Abbiamo iniziato a fare i giornalisti perché ci piaceva raccontare le cose, possibilmente vere: il giornalista dovrebbe essere una persona che va a vedere una cosa e la racconta a chi non la conosce, o va a scandagliare un fatto e lo racconta a persone che, facendo un altro mestiere, non hanno la possibilità di approfondire il problema. Oggi i giornalisti che si comportano così vengono guardati come persone strane: quando ho iniziato, vent’anni fa, invece quasi tutti lo facevano. È vero che quello degli anni ’50 e ’60 c'era un giornalismo servo, ma non era mai successo di arrivare a giornalisti che non solo fanno il doppio o il triplo lavoro, ma rivendicano anche la bontà e la giustezza del loro operato. Adesso si scoprono giornalisti che fanno le spie, alcuni gratis, altri a pagamento, come ricordava Curzio Maltese: c’è gente che pagherebbe pur di trovarsi un padrone. Quando è scoppiato il caso Farina, a parte la pietà umana che mi suscita il personaggio, tutto mi aspettavo fuorché di leggere che dei colleghi lo giustificavano: ho letto che Giuliano Ferrara ha dichiarato che fosse giusto che, lavorando anche per i servizi segreti, percepisse due stipendi… Ferrara è molto intelligente, com’è noto, ma è curioso che riesca a essere considerato intelligente nonostante le cose che dice! Recentemente è successa una cosa: Tabucchi ha fatto causa a Giuliano Ferrara perché aveva pubblicato abusivamente un suo articolo che non era ancora uscito su Le Monde, ma Ferrara, com'è noto, è molto intelligence, aveva avuto l’articolo molto prima e l’ha pubblicato sul Foglio. Tabucchi gli ha fatto causa davanti al tribunale di Parigi, dove non si può scherzare, e Ferrara ha dovuto testimoniare. La giudice, che già lo guardava strano per il fatto che avesse fatto il ministro e poi il direttore di giornale perché la cosa non le sembrava totalmente regolare, gli ha chiesto se era vero che aveva preso soldi dalla Cia, come lui stesso aveva dichiarato e controfirmato. E Ferrara ha risposto che sfidava la giudice a provare una cosa che lui stesso aveva scritto di se stesso sul giornale che dirige! La giudice non capiva più niente!
Abbiamo questa strana metamorfosi genetica che colpisce qualche collega che  considera assurdi quelli che fanno le cose normali. Mi stupisco quando dicono: tu, Barbacetto, Curzio Maltese, Gomez, sì che siete coraggiosi! Io non penso di esserlo affatto, non saprei fare in un altro modo. Non ci vuole nessun coraggio nel scrivere le cose. È diventato difficile nel momento in cui ti dicono che sei coraggioso perché già per il fatto di essere indicato nome e cognome significa che sei diventato un panda, ma per gli altri, non per te. Io, ad esempio, non penso di essere mai cambiato. È un po’ questa la ragione che mi ha indotto a scrivere questo libro, anche perché sempre più spesso, quando prendo un taxi o quando vado al ristorante e capiscono che sono un giornalista, mi dicono “dottore, da quanto la facciamo la ricevuta? Mettiamo un 10 euro in più?... perché ieri c’erano dei colleghi che hanno chiesto di fare due ricevute, mettiamo il doppio… Una volta questo era abbastanza frequente nel giornalismo sportivo, adesso è diventato frequente un po’ dappertutto ed è un altro segno della pessima reputazione di cui noi, meritatamente purtroppo, godiamo. Ho pensato anche a che cosa succede e di quello che siamo diventati, o stiamo diventando, visto dall’altra parte, cioè dalla parte del lettore perché noi, autoreferenziali quali siamo, siamo abituati a pensare a noi stessi, quindi la libertà di stampa riguarda noi, gli scioperi li facciamo sempre quando c’è di mezzo il nostro contratto - ed è giusto farli - ma non abbiamo fatto neanche un secondo di sciopero quando Enzo Biagi è stato cacciato dalla televisione italiana e questo depone in modo pessimo sulla nostra categoria, se avessimo fatto qualcosa in quell’occasione, probabilmente coloro che hanno materialmente cacciato Enzo Biagi, cioè Agostino Saccà e Del Noce, oggi non sarebbero stati invitati dai DS a un convegno a Roma sul futuro della Rai, sarebbero due persone di cui ci si dovrebbe vergognare. Questa è una mia opinione, ma è certo che si sarebbe dovuto fare qualcosa nella nostra categoria di fronte a un fatto così vergognoso e antiliberale, e invece non c’è stato un granché... Dicevo, ciò che riguarda gli altri come conseguenza alla metamorfosi della nostra professione… Si parlava prima di tangentopoli: sono dieci anni che parliamo di Tangentopoli senza mai nominare le tangenti, cosa difficile se uno ci pensa, perché com’è possibile parlare di Tangentopoli senza parlare dei soldi, delle mazzette? Ci siamo riusciti. In questi anni il dibattito su Tangentopoli ha riguardato i suicidi, o presunti tali: non c’è un solo imputato di Mani Pulite che si sia suicidato in carcere, eppure ancora l’altro giorno sulla prima pagina del giornale si parlava di 45 suicidi in carcere – i suicidi tra i colpevoli di tangentopoli sono zero e tutti parlano di 45 – perché? Perché il revisionismo è riuscito a non parlare più dei fatti, ma a basarsi esclusivamente su una spirale di luoghi comuni e frasi fatte.

Lorenzo Cesa, che è il nuovo segretario dell’UDC, nessuno sapeva chi fosse fino a un anno fa, poi hanno avvelenato Follini perché era troppo autonomo e ci hanno messo questo Cesa che aveva come grande elettore Totò Cuffaro, quindi un personaggio dal pedigree insospettabile. Lorenzo Cesa, in una precedente vita, venne arrestato dopo due giorni di latitanza a Roma nel 1993. Appena preso, confessa tutto quello che gli contestano, lo portano a Regina Coeli, dopo due giorni si ricorda delle altre mazzette che aveva preso, richiama il giudice e firma un verbale che comincia così: “ho deciso si svuotare il sacco” – che, dico, uno ha tanti modi per dire che collabora con la giustizia, ma insomma, svuotare il sacco fa tanto Pietro Gambadilegno! È un linguaggio da malavita organizzata! E poi incomincia a raccontare una serie impressionante di mazzette che lui andava a prendere dagli imprenditori e le portava al Ministro Prandini che regolarmente gli diceva “chiedi il il 5%”. Poi alla fine il processo l’hanno dovuto rifare per un vizio di forma, è andato in prescrizione e buonanotte per Cesa e Prandini  che non pagheranno per quello che hanno incassato, ma l’idea è che oggi nel libro di Giovanardi sulle vittime della malagiustizia troneggiano anche Cesa e Prandini come innocenti perseguitati … vorrei vedere la scena in cui Giovanardi convince Cesa di essere innocente! Lui non ha mai neanche sognato di pensarlo: ha confessato! Questo succede quando Tangentopoli diventa oggetto di dibattito senza più parlare di tangenti.
Pensate a quello che si diceva prima: tutto il terrorismo che si fa sull’immigrazione e il terrorismo - abbiamo scoperto che Renato Farina veniva pagato dal Sismi per diffondere allarmismi sull’attentato che stava arrivando in Italia, mentre la CIA, che è la CIA, informava dall’Iraq che non c’era alcun pericolo e noi continuavamo a vivere nel terrore perché sulla prima pagina di Libero leggevamo che ci sarebbero stati attentati qua e là. Ecco, noi abbiamo vissuto nel terrore grazie a falsi dossier che venivano pubblicati e che hanno modificato la nostra vita, il nostro sentire. Pensate a quello che è accaduto all’immigrato Mohamed Daki - tunisino se non ricordo male - che è stato imputato di terrorismo e poi assolto non solo perché la giudice ha stabilito che un conto è il terrorismo e un conto la guerriglia (che è una distinzione che si trova in tutti i vocabolari, peraltro: la guerriglia è il combattere contro truppe straniere di occupazione, il terrorismo è attaccare obiettivi civili consapevolmente con attentati) , ma soprattutto Daki viene assolto perché non c’è prova che faccia parte di quelle organizzazioni che mandavano i guerriglieri; non solo viene assolto perché viene fatto un distinguo, ma soprattutto perché non c’è la prova che facesse parte dell’organizzazione che ancora si doveva stabilire se fosse terroristica o meno.
Tutti i giornali e i politici del centro destra continuano a chiamare questo Daki “il terrorista assolto” con un uso delle parole che è agghiacciante: non esiste un “terrorista assolto”, esiste un innocente, ingiustamente accusato di essere terrorista, se vale il linguaggio che usiamo quando parliamo di italiani assolti, soprattutto se sono signori di un certo livello sociale. Se avessero dovuto applicare le categorie che hanno applicato per le assoluzioni di quattro o cinque imputati di Mani Pulite, avrebbero dovuto parlare di “persecuzione di uomo che andrà risarcito…”. Niente. Il “terrorista assolto”. Perché ? Probabilmente perché è un tunisino nullatenente con l’avvocato d’ufficio. Pensate al caso Telecom Serbia: abbiamo vissuto cinque anni pendendo dalle labbra prima di Igor Marini e di Antonio Volpe, e adesso siamo da qualche settimana alle prese con un certo Scaramella – personaggi che, se fossimo in un altro Paese, verrebbero arrestati. Noi abbiamo finanziato per cinque anni Scaramella che ingaggiava ex spie russe, non per chiedergli notizie sul dossier Mitrokhin perché poi la tragedia è che il dossier Mitrokhin non è una stupidaggine,  non è un’invenzione, ma l’uso che ne è stato fatto…era giusto indagare sui misteri e su questi affari, ma il problema è a chi si affidano questi misteri alle cure di Paolo Guzzanti che purtroppo è anche un giornalista oltre che un politico e all’avvocato di Dell’Utri: non abbiamo delle commissioni che fanno luce sulle questioni, ma  che partono da un teorema e poi cercano le prove per  dimostrarlo, cioè fanno esattamente quello che è stato imputato falsamente ai magistrati negli ultimi anni. Prendiamo il caso Prodi "spia del KGB"… Berlusconi non se l’è filato proprio Guzzanti tant’è che Prodi, “coltivato” come dicono loro dal KGB, non sarà oggetto della campagna elettorale: perché Berlusconi scarti una bufala, bisogna proprio che sia grossa, ma grossa proprio! Lo stesso vale per Igor Marini, non è che è stato disinnescato in pochi giorni ma è durato mesi: anche dopo il suo arresto, continuavano ad andarlo a intervistare in carcere – io mi ricordo la formazione tipo, l’avvocato Trantino, Taormina e poi Calderoli che uscivano e dicevano: “Che memoria!” Meglio di Pico della Mirandola! Ricordava delle cose mai avvenute, ma le ricordava alla perfezione. La domanda è: ma i membri delle commissioni del centro sinistra, partecipavano o dormivano? Perché cinque anni sono durate! Scaramella era pagato dalla commissione: hanno mai domandato chi era, da dove veniva, se le lauree che diceva di possedere le aveva o se era un posteggiatore? Scaramella è stato disinnescato quando D’avanzo e Bovini hanno fatto il lavoro che avrebbe dovuto fare in cinque anni la commissione. Io mi domando in quale Paese un sistema dell’informazione aiuterebbe bufale anche così dozzinali a galoppare, anziché bloccarle sul nascere. Noi abbiamo avuto,  a reti unificate nazionali, i telegiornali che ogni giorno ci davano una nuova rivelazione del supertestimone, Igor Marini, sulle tangenti del “conto Mortadella” – perché Prodi, essendo uomo del KGB non era mica scemo e come l’aveva chiamato il conto cifrato? "Mortad" – in modo che, dato che lo chiamano Mortadella fin da bambino, nessuno lo scoprisse!

Vorrei concludere con due esempi: uno negativo e uno positivo. Quello negativo è Bruno Vespa che fino ad ora abbiamo, colpevolmente, trascurato. Devo dire, non è una grande rivelazione perché tutti quando vedono Porta a Porta possono tranquillamente capire come viene preparato, però non è male vedere il dietro alle quinte capire dove vanno a finire i soldi del canone e per quale ragione Vespa non è un personaggio eccentrico e isolato nel panorama del giornalismo, ma gli eccentrici e isolati sono quelli che sono il suo contrario. Questo è Vespa che organizza una puntata di Porta a Porta con Gianfranco Fini e con il suo portavoce, quel Salvatore Sottile che faceva i colloqui di assunzione alle vallette alla Farnesina, a letto… Telefonata intercettata: Sottile “Com’è strutturata la trasmissione?” - Vespa “Dipende da voi. Gliela confezioniamo addosso… E come contraddittore?” Fini dovrebbe scegliersi un esponente del centrosinistra che gli faccia da oppositore

L’esempio positivo, invece, è un grandissimo giornalista al quale tutti noi siamo molto affezionti, che è Indro Montanelli. Ho preso un pezzo che riguarda la rivolta d’Ungheria, perché riguarda proprio il tema del dibattito: il giornalista deve raccontare i fatti, che gli piacciano o no. Voi sapete che Montanelli, quando descrisse la rivolta d’Ungheria, da Budapest, s’inimicò sia i lettori del Corriere della Sera, la borghesia conservatrice un po’ reazionaria dell’epoca, sia i comunisti perché sia i conservatori che i comunisti davano della rivolta una versione che coincideva, erano gli opposti estremismi che si toccavano perché quella era una rivolta anticomunista, filoliberale, filooccidentale, filoamericana, filoconsumistica, che voleva sbaraccare il sistema del socialismo reale per sostituirlo con un regime di tipo occidentale... Montanelli avrebbe molto amato una rivolta del genere, però, una volta arrivato là, scoprì che non era così: i giovani intellettuali, studenti operai che si ribellavano, erano dei comunisti che volevano un comunismo diverso, nazionale, temperato, dal volto umano, ma  sempre all’interno del mondo socialista.


28 febbraio 2007 Di Grazia Casagrande

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti