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Un cambiamento... in meglio. Hannah Richell tra maternità e scrittura

© Tim Coulson

In esclusiva per Wuz, Hannah Richell racconta come la maternità le ha cambiato la vita e come da quell'esperienza meravigliosa è nato in lei il bisogno di scrivere. In attesa del suo romanzo Le bambine che cercavano conchiglie, in uscita per Garzanti il 7 febbraio ma già in prenotazione su IBS, leggiamo una sua tenera dichiarazione sul momento in cui il desiderio di maternità ha cominciato a crescere in lei, cambiando completamente la sua vita. Accettare i cambiamenti, per quanto all'inizio appaiano spaventosi, può condurci su strade che non avevamo mai sognato di percorrere.


In prenotazione su IBS

Un racconto inedito di Hannah Richell su WUZ!

Da ragazza non sono mai stata quello che si potrebbe definire «materna». Avevo amiche che facevano moine ai neonati ma io non riuscivo mai a capire cosa ci fosse di tanto attraente. Ero troppo impegnata a pensare a esami, abiti, amiche e ragazzi, e fra i venti e i trent'anni la mia vita fu imperniata esclusivamente su viaggi e carriera. Nelle rare occasioni in cui, a una riunione di famiglia, mi veniva messo in braccio un bambino rimanevo paralizzata, in preda al terrore: “Cosa faccio con lui?” La vita era divertente, regolare e piacevole. Perché agitare le acque?

Conosco il momento esatto, tuttavia, in cui qualcosa è cambiato dentro di me. È successo il 7 novembre 2005 ed ero appena scesa da un volo transoceanico da Londra a Melbourne. Mia sorella mi venne incontro sulla porta di casa sua con un neonato tra le braccia: il mio nipotino. Me lo allungò e, quando lo afferrai goffamente e fissai il suo viso addormentato, feci una cosa del tutto inaspettata: scoppiai in lacrime. Fu amore a prima vista. Mi innamorai follemente.
Mi sentivo come se qualcosa si fosse aperto di colpo dentro di me. Adoravo guardare mia sorella trasformarsi in una madre e non ne avevo mai abbastanza del suo adorabile figlioletto. L'amore per mio nipote sbocciò dallo stesso luogo incondizionato da cui proveniva l'amore per la mia famiglia e con esso giunse un inatteso dolore: il desiderio di maternità. Fu a dir poco uno shock.


Quando, meno di due anni dopo, il mio compagno e io scoprimmo di aspettare un bambino, eravamo euforici. Ringraziammo il cielo per la nostra fortuna, ridacchiammo per l'enormità della cosa e ci colmammo di eccitazione per il futuro. L'euforia durò un altro paio di settimane, finché uno straziante senso di nausea mi si radicò dentro, insieme a una profonda, intensa paura. Non so da dove arrivasse ma si abbatté su di me come un'ondata. Stava per verificarsi un cambiamento e nel giro di soli pochi mesi sarebbe stato tutto diverso – per sempre. Avevamo desiderato così tanto un bambino – avevamo discusso di come avrebbe potuto funzionare la cosa e di quale genere di famiglia saremmo stati – ma a un tratto parlare di teorie e idee parve ben diverso dal mettere davvero al mondo una persona nuova di zecca. Era come se mi stessi rendendo conto soltanto ora di cosa significasse davvero diventare una famiglia.

L'amore per mio nipote sbocciò dallo stesso luogo incondizionato da cui proveniva l'amore per la mia famiglia e con esso giunse un inatteso dolore: il desiderio di maternità. Fu a dir poco uno shock.

© Tim Coulson

Mi rassegnai al fatto che, al lavoro, porte che per me erano sempre state aperte si sarebbero molto probabilmente chiuse, adesso. In tutta sincerità, non ero nemmeno sicura di poter mantenere il mio impiego presso una società cinematografica: un figlio e un prolungato orario d'ufficio non sembravano semplicemente compatibili. C'erano anche i cambiamenti fisici, non soltanto la nausea ma anche le smagliature, il bruciore di stomaco, le mie forme in rapida espansione. Non ero sicura che il mio corpo sarebbe mai tornato lo stesso di prima. Ma fra questi timori superficiali se ne annidavano anche altri più profondi, timori che era più difficile esprimere a voce: sarei stata una buona madre? Avrei amato abbastanza mio figlio? Il mio rapporto con il mio compagno avrebbe sofferto? Ero troppo egoista per allevare un figlio? Cosa avevamo fatto?
Ripensandoci ora, la mia prima gravidanza fu un periodo bizzarro. Non so di preciso se si trattò di depressione prenatale. In seguito ho letto qualcosa al riguardo, e mi chiedo se ne soffrissi... è difficile stabilirlo, visto che l'intera faccenda era così strettamente legata agli estremi di un'invalidante nausea mattutina che durava 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ma so che quando infine nacque mio figlio, il giorno di Capodanno del 2008, tutto cambiò davvero... in meglio.


Quando infine nacque mio figlio, il giorno di Capodanno del 2008, tutto cambiò davvero... in meglio.

© Tim Coulson
Prima di tutto la nausea scomparve, già pochi minuti dopo il parto. Poi anche la depressione svanì, sostituita da una nuova miriade di emozioni: amore, orgoglio, un senso di soverchiante completezza. Mi bastava guardare mio marito e il mio figlioletto appena nato, Jude, per sentirmi sul punto di scoppiare.
Era piena estate, a Sidney, quando portammo a casa nostro figlio dall'ospedale per la prima volta e, ora che ci ripenso, quella fu davvero un'estate d'amore. La vita assunse uno strano nuovo ritmo e un passo diverso. Mi abbandonai tutta felice alla corrente. Non c'era nessun orario dalle nove alle cinque. Nessuna scadenza. Nessuna riunione. I giorni e le notti erano totalmente incentrati sulla nostra famigliola... incentrati sui bisogni del nostro bambino. Poppate. Sonnellini. Cambi di pannolino. Mi ero ormai lasciata completamente alle spalle l'ansietà più cupa provata durante la gravidanza, finché in una mattinata tranquilla, mentre ero a casa con mio figlio, sentii crescermi dentro una nuova smania. Era un bisogno di scrivere.


Ancora non so di preciso da dove giunse la storia – un dramma commovente su una famiglia la cui vita ruota intorno a un unico momento tragico – ma mi sedetti al tavolo di cucina e cominciai a scrivere. Divenne il mio hobby, un progetto segreto per tenere in funzione il cervello mentre ero in congedo per maternità, e adoravo dedicarmici. Ero ormai assuefatta, tanto che ogni qual volta mettevo a dormire il mio bimbo correvo al tavolo della cucina per approfittare di quei momenti di quiete per scrivere.
Con il senno di poi mi rendo conto di come la storia che ho scritto sia strettamente legata, in un certo senso, alla mia esperienza personale della famiglia. Per quanto la trama sia inventata, molte delle emozioni dei personaggi sono una versione amplificata della mia trepidazione nel crearmi una famiglia, e al romanzo sono intrecciate le emozioni e le esperienze dell'essere una figlia, una sorella, una madre. Quindi è anche una storia alimentata dai miei timori e dalla mia sensazione di vulnerabilità: la consapevolezza che, per quanto possano essere forti i legami che uniscono una famiglia, potrebbe bastare un unico momento inatteso per metterli duramente alla prova e spezzarli.


Mi sedetti al tavolo di cucina e cominciai a scrivere.
Con il senno di poi mi rendo conto di come la storia che ho scritto sia strettamente legata, in un certo senso, alla mia esperienza personale della famiglia.

© Tim Coulson

L'ironia è che, dopo tutta quell'ansia di riuscire a trovare un equilibrio fra il mio lavoro e un neonato, non sono mai tornata in ufficio. Trassi invece un bel respiro e presentai la mia lettera di dimissioni. Non sapevo dove sarei arrivata con la mia storia, ma mi impegnai almeno a finirla, e un anno dopo trovai un agente che credette anch'egli nel romanzo, abbastanza per accettarmi come cliente. Nel giro di un paio di mesi lo avevamo venduto a varie case editrici sparse per il mondo, compreso l'adorabile team alla Garzanti Libri.
Sono stati anni straordinari. Adesso non solo ho una splendida famiglia ma anche una carriera nuova di zecca. Ho un figlio di quattro anni e una meravigliosa figlioletta, e un secondo romanzo appena consegnato al mio editore inglese. Sto cominciando a capire che il cambiamento, quando arriva, può intimorirti, certo, ma può anche condurti su strade che non avevi mai sognato di percorrere. Sto imparando che proprio le cose che potresti maggiormente paventare, nella vita, sono spesso quelle capaci di suscitare la più profonda sensazione di gioia e appagamento. È stata una lezione importante imparare che il cambiamento, quando giunge, può davvero essere un cambiamento in meglio.


Hannah Richell
Novembre 2012


L'autrice


28 gennaio 2013  

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