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HOME | martedì 16 marzo 2010 |
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Qualche libro per saperne di più
... e per capire e combattere le tante mafie presenti nel nostro Paese
Pierpaolo Martucci, La criminalità economica. Una guida per capire (Laterza): il primo capitolo del saggio traccia la storia della criminalità dei “colletti bianchi”, quella che appunto delinque attraverso l’economia, la finanza, le banche, il riciclaggio, le truffe, ecc. Se di affari si tratta, l’impunità che ne consegue quasi sempre, ispira la criminalità organizzata a buttarsi a pesce in questo tipo di imprese, così rispettabili in apparenza. Il saggio di Arlacchi, La mafia imprenditrice, racconta i profondi legami tra il mondo degli affari e quello della criminalità organizzata e la tendenza da parte di quest’ultima ad attuare strategie di tipo imprenditoriale, reinvestendo denaro sporco nel circuito dell’economia legale.
Chi l’avrebbe mai detto? E invece ecco un libro di Michele Cocuzza per Editori Riuniti sul delitto Fortugno e la rivolta dei giovani di Locri contro la ‘ndrangheta: Ma il cielo è sempre più blu. Il libro fa il punto sulla rabbia e sulla voglia di riscatto soprattutto dei giovani calabresi e cerca di compensare i troppi silenzi del sistema dell’informazione. Cocuzza con questo libro passa dal grande pubblico della platea televisiva, alle sue origini di cronista sul campo, memore anche delle sue origini siciliane e del padre calabrese.
Si può sorridere parlando di mafie? Sì e non perché si sottovaluti il fenomeno, ma semplicemente perché anche l’ironia, la satira, è uno strumento per capire qualcosa di più: Mafia cartoon. Matite ribelli, mosaico di denuncia, edito dal Gruppo Abele, è il catalogo di una mostra itinerante che raccoglie le vignette dei maggiori autori satirici internazionali, da Altan a Ellekappa, da Quino a Vauro. Una mostra curata da Marisa Paolucci per Libera, l’associazione nata nel 1995 con l’intento di coordinare e sollecitare l’impegno della società civile contro tutte le mafie. Il presidente di Libera è don Luigi Ciotti, già fondatore del Gruppo Abele di Torino.
Negli ultimi 25 anni la camorra ha più di 3500 omicidi al suo attivo: il numero di morti americani in Iraq, praticamente una guerra. Non si può così parlare di “fenomeno”, di qualcosa di passeggero che possa risentire di crisi e denunciare debolezze, è un sistema cruento e crudele, una malavita plurale e multiforme che cambia obiettivo laddove senta che il precedente è minacciato. Arcaica e moderna nello stesso tempo, rituale e abile a utilizzare i moderni mezzi di comunicazione, che si esprime con le armi ma anche attraverso cantanti e poeti, realtà separata e ugualmente inserita nel contesto sociale. Isaia Sales (consigliere economico per la Regione Campania), in collaborazione con Marcello Ravveduto (dottorando in sociologia all’Università di Salerno), dopo essersi confrontato con numerose personalità della cultura e della politica, traccia in Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli (L’Ancora del Mediterraneo) un quadro preciso della camorra, vedendo le fondamentali differenze con la mafia e facendo una rapida storia sociale di Napoli a partire dal Quattrocento. Attività principale è l’estorsione, vera “tassa sul malessere” che la camorra ha anche esportato negli Stati Uniti quando ha dato vita a un’associazione composta prevalentemente da napoletani e da campani, la tristemente famosa “Mano Morta”. Fatta la distinzione tra guappo e camorrista, visto il rapporto tra malavita di Marsiglia e quella napoletana, Sales si sofferma sull’ideologia della camorra. Un libro questo forse meno noto di altri che in questo periodo campeggiano le classifiche di vendita, ma che è ricchissimo di informazioni e di notizie, insomma un libro da leggere se si vuole approfondire il tema.
Difficile parlare della situazione napoletana. Lo ha fatto con il coraggio assoluto delle sue idee Giorgio Bocca, con il libro Napoli siamo noi. Il dramma di una città nell’indifferenza dell’Italia, pubblicato da Feltrinelli all’inizio del 2006. La buona fede dell’autore emerge in tutto il libro, così come in ogni capitolo si respira quel fetido e soffocante odore di camorra, con cui gli abitanti della Campania devono convivere costantemente e che li soffoca. Un taglio diretto e senza mediazioni che provoca, nel bene e nel male, la reazione del lettore. Forse la considerazione più importante da fare è che la mano accusatrice non deve essere rivolta soprattutto contro i cittadini, deboli, troppo tolleranti, privi di senso civico e individualisti (tutte considerazioni che hanno certamente una base fondata), ma verso il potere che, questo sì e anche a livello nazionale, ha favorito attraverso complicità evidenti a tutti i livelli, l’infiltrazione camorristica capillare. Basti ricordare, con le parole dello stesso autore, le radici storiche del fenomeno: “per secoli Napoli, capitale del regno, è stata una metropoli che lo stato borbonico riusciva a governare solo grazie alla camorra. Garibaldi il liberatore deve assumere come capo della polizia il capo della camorra. Guardie e ladri lo sanno e si adeguano, convivono”. Ecco, questo è un punto importante: proprio questo equilibrio secolare si è rotto, non esiste più quel rapporto “chiaro” tra camorrista e poliziotto, come dichiara uno di loro intervistato da Bocca: “io poliziotto dovevo prenderlo, dirgli ‘ti ho preso’ e la sfida tra noi finiva lì, tutto ciò che ne seguiva, il suo processo, il suo rilascio o la sua condanna erano un’altra cosa che riguardava giudici e avvocati, non me guardia. Adesso mentre dico al giovane camorrista ‘ti ho preso’, arrivano i suoi a liberarlo, a pestarmi e lui non si arrende più, aspetta che arrivino”.
Non è recentissimo (è stato pubblicato da L’Ancora del Mediterraneo nel 2005), ma è un libro importante per comprendere le dinamiche che tutt’oggi segnano la città di Napoli nei suoi quartieri più degradati, in quella “città nella città” resa famosa dalla stampa e dalla televisione. Napoli comincia a Scampìa è una raccolta di saggi di vari autori, tutti collaboratori della rivista romana Lo straniero diretta da Goffredo Fofi, importante punto di riferimento per l’analisi critica della società italiana. Cosa c’è di vero nelle descrizioni dei media di quartieri come Scampìa, appunto, o Secondigliano? Tentano di darci una risposta Marcello Anselmo, Maurizio Bracci, Giovanni Laino, Daniela Lepore, Federica Lucchesini, Ciro Minichini, Federica Palestino, padre Fabrizio Valletti, Giovanni Zoppoli e Roberto Saviano (in un testo pre-Gomorra), parlando di computo dei morti, testimonianze, problemi economici e urbanistici, discutendo sugli interventi dall’alto gestiti da politici che non conoscono il territorio o che ne dimenticano le reali esigenze, parlando di opportunismo e inadeguatezza, citando le esperienze pedagogiche e culturali significative in mezzo alle tante inutili e di facciata (vedi l’intervista a Serena Gaudino sul Presidio del Libro di Scampìa).
Due libri fotografici chiudono questa breve bibliografia. Sono due titoli importanti, di una fotografa che ha documentato la storia della mafia e ha fatto la storia dell’antimafia, anche in prima persona con il suo impegno politico. Il primo, pubblicato da Federico Motta editore, ha come titolo il nome stesso della grande fotografa, Letizia Battaglia, e come sottotitolo Passione, giustizia, libertà. "...la libertà non ha prezzo – scrive - ho sempre ritenuto di avere diritto alla mia libertà. Ho passato tutti gli anni della mia vita in questa convinzione". Una biografia che rivela la sua coraggiosa storia e la sua lotta contro la mafia a favore della giustizia, ma anche la monografia di una reporter attenta e scrupolosa che assume contorni che superano la vicenda personale per diventare strumento concreto di protesta, un documento storico e, persino, processuale (sono di Letizia Battaglia le foto usate nel processo Andreotti che ritraggono il senatore a vita in compagnia di Nino Salvo).
Dovere di cronaca-The duty to report (edizioni Peliti Associati) è invece il catalogo della mostra di Roma del 2006, realizzata con Franco Zecchin. Le foto che Letizia Battaglia si è trovata a dover scattare nel duro lavoro che l'ha portata a documentare fino a quattro o cinque omicidi al giorno, sono divenute le immagini simbolo della Sicilia e della mafia nel mondo. Un momento in cui la Sicilia era in guerra e loro erano inviati in prima linea. Al proposito vi suggeriamo di leggere questa intensa testimonianza di Franco Zecchin, collega di Letizia Battaglia alla redazione de L’Ora e autore di fotografie altrettanto drammatiche e documentarie, che risale si primi anni Ottanta.
La recensione di Le ribelli di Nando dalla Chiesa La recensione di Racconti e Canzoni di Pippo Pollina La recensione di Gomorra di Roberto Saviano
Intervista a Gian Carlo Caselli Intervista a Nando dalla Chiesa Intervista a Mario Portanova Intervista a Serena Gaudino Intervista a Pippo Pollina
Film italiani sulla criminalità organizzata
| 17 gennaio 2007 | | Di Giulia Mozzato e Grazia Casagrande |
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