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HOME | mercoledì 23 maggio 2012 |
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Intervista a Lorenzo Mattotti. Un poeta del colore si racconta. Lorenzo Mattotti vive e lavora a Parigi. Esordisce alla fine degli anni '70 come autore di fumetti e nei primi anni '80 fonda con altri disegnatori il gruppo Valvoline. Il lavoro di Mattotti si è evoluto secondo una costante di grande coerenza, ma nel segno eclettico di chi sceglie sempre di provarsi nel nuovo. Oggi i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo. Pubblica su quotidiani e riviste come The New Yorker, Le Monde, Das Magazin, Suddeutsche Zeitung, Nouvel Observateur, Corriere della Sera e Repubblica. Tra le sue pubblicazioni: Fuochi, Le avventure di Pinocchio, Lettere da un tempo lontano, Il rumore della brina, Jekyll & Hyde, Stigmate per Einaudi; Angkor e I Manifesti di Mattotti per Nuages; Stanze per Logos; Hansel e Gretel e Il mistero delle antiche creature per Orecchio Acerbo ; Chimera per Coconino Press.
Ivan Canu, illustratore, scrittore e direttore del MiMaster di Illustrazione a Milano, lo ha incontrato durante un workshop di progettazione editoriale organizzato proprio dal MiMaster, con giovani professionisti venuti per questa occasione da tutta Italia, ma anche dalla Francia e dalla Polonia. Hanno parlato di illustrazione, di vecchi e nuovi progetti e delle possibilità offerte dalla tecnologia digitale.
♣ I.C. Come sempre quando parla di sé, Lorenzo è schivo e ride, muovendo le mani in circoli davanti al viso come per allontanare il pensiero del sé in terza persona. Come il giorno di oltre un anno e mezzo fa, quando lo chiamai a Parigi per invitarlo a tenere un workshop al MiMaster e mi disse: cosa posso raccontare io a degli studenti? Non era sicuro di essere interessante e la parola che per mesi pronunciava riguardo a un suo ritorno all’insegnamento dopo anni era: angoscia. L’insegnamento comporta a un artista leggersi e farsi leggere.
L.M. Nei giovani che si affacciano alla professione, riconosco l’ansia di emergere, di lavorare, di pubblicare che avevo alla stessa età. L’insicurezza mi dominava e capivo che alcune cose che mi dicevano mi facevano proprio male, magari toccavano i nervi sensibili; allora ci riflettevo, ci tornavo su, mettevo in crisi il percorso intrapreso. Col tempo capisci che in quei momenti sei cresciuto di più. Il problema, semmai, è quando questi talenti devono poi scendere nella realtà, se siano pronti per affrontare un lavoro così duro, seguirne le tappe e fare i sacrifici o si perderanno del tutto. Nella maggior parte dei casi capisci che si sono persi, non hanno deciso, non hanno il carattere, il bisogno, la tenacia di continuare.
♣ I.C. È in libreria Racconti analitici di Freud, per la serie dei Millenni Einaudi, in cui era stato già edito il Pinocchio arricchito dei bozzetti e degli schizzi preparatori. L’interiorità che lavora e divora, l’angoscia di non voler essere quello per cui altri ci destinano, come nel caso del tragico protagonista di Stigmate, con Freud sembra trovare un suggestivo inizio e pure un approdo fatalistico dei disegni perturbanti e surreali della linea fragile.
L.M. Ho accettato con grande entusiasmo, forse due anni fa ormai. L’assurdo di Freud è che ha talmente tante maniere di interpretare e reinterpretare una stessa visione analizzata e poi rivoltarla e cambiarla, che diventa un vero labirinto. Io volevo fare un lavoro complesso su quel che Freud aveva da dirmi e così dare al libro un aspetto più classico, meno gettato e laboratoriale dei taccuini. Questo mi ha frustrato e mi ha fatto rimandare. Isolavo un soggetto, poi un altro, sottolineavo frasi. Ma non trovavo un picco ed è stato da un lato Pinocchio e dall’altro The Raven fatto con Lou Reed, quasi libri-laboratorio, a suggerire tonalità meno drammatiche, partendo dalla mia esperienza di illustratore dell’infanzia e su quegli schemi innestando bizzarrie e inquietudini sui soggetti freudiani. Dopo aver rimandato di mese in mese ho cominciato a rompere i blocchi, ho fatto la prima immagine e ho trovato la strada. Ora son contento perché mi sono liberato dell’enormità di illustrare Freud, creando pure due immagini inventate che non fanno parte dei casi, coerenti con le altre e anche col libro; casomai il lettore andasse a cercarle, vediamo se saprà trovarle. Però questa è la prova che c’è sempre un momento in cui ti viene naturale fare un’immagine che non parta dal testo ma lì debba stare, è naturale che venga fuori. Anche nel libro su Venezia (ndr. Venezia. Scavando nell'acqua, Logos edizioni) ci sono una decina di scorci che non esistono ma sono possibili al punto da far dire: qui ci sono stato, è un angolo che riconosco e invece l’ho inventato ed è quello il momento in cui mi sono appropriato del soggetto, dei segni, del contenuto, dell’atmosfera di Venezia. Così è successo con Freud...
♣ I.C. Mostrando le sue tavole, i ritratti per Domus o il manifesto per il festival di Cannes, Lorenzo mostra anche i pastelli usuali e usati, racconta con passione della loro matericità e degli imprevedibili effetti dell’unione di colori diversi, qualità di paste e gli effetti che diverse punte e materiali hanno nell’unirsi. Massaggiandosi i polsi dice che per lui è un lavoro fisicamente stancante, che usura anche il corpo a donarcisi completamente. A lato ha un iPad, ci scambiamo opinioni su cosa serva e come serva un artista degli spessori e della materia.
L.M. Con l’arrivo dell’iPad è arrivata anche una dimensione tattile, il disegno con le dita sullo schermo e non con la mediazione della tavoletta e questo rapporto più diretto mi piace. Vedendo i disegni che Hokney ha realizzato per il New Yorker con iPad, in mostra a Parigi, mi ha affascinato il programma Brushes, in cui tu disegni e lui ti restituisce tutte le fasi del lavoro, dal primo segno al lavoro finale, un iter di creazione che nel lavoro tradizionale si perde, può solo essere raccontato o resta se qualcuno ti filma. Un’idea che ho sempre avuto anche nell’animazione, fissare la linea del disegno in metamorfosi, il fondersi che è parte del mio modo di disegnare da Chimera a Stigmate. Il canale Tv France 3 mi ha chiesto di fare un’animazione all’interno del film C’era una volta, forse no, in cui un padre racconta la storia della sua famiglia, in maniera quasi fiabesca. Produttori e regista lo vedevano con il mio stile, ma animato. I problemi erano il tempo e il budget, ovviamente. Subito ho pensato a Brushes, lavorando non con una vera animazione ma con un disegno che si crea e si modifica mentre il padre racconta. Con degli iPad ho disegnato d’istinto per due ore, come nelle mie linee fragili, partendo da un volto che si trasforma, diventa un mostro, diventa nero, mettendoci i bianchi, trasformandolo in una casa, in una nuvola, cancellando e disegnando. E il tutto registrato. Dodici minuti di animazione quasi ipnotica che sono poi diventati i cinque nel film, in cui graficamente si è fissata la creatività in ogni istante, portandola a una vertigine. Non è più solo utilizzare mezzi nuovi per cose che puoi fare benissimo in tradizionale, ma usarli per creare nuovi linguaggi. In questo film usiamo stili diversi: disegno per bambini, stile “mattottiano” o molto cartoon sovrapposti, che giocano; mi affascina e c’è la mia impronta nel modo in cui li concateno, decido che da una donna che cammina crescono montagne, poi questa donna scompare in una città qui arrivano dei ventagli... Mi emoziona questo mezzo perché nei suoi limiti è leggero e ci obbliga alla leggerezza, si tende all’idea semplice, spontanea, diretta che invece di finire in un canale digitale va a milioni di spettatori in prima serata.
 | Il progetto Jekyll & Hyde: l'applicazione iPad
 | ♣ I.C. Con un’altra intenzione ma pure affine è nato il progetto per il Jeckyll & Hyde, in cui Einaudi ha voluto sperimentare la via dell’iBook e dell’app da scaricare su iTunes.
L.M. Abbiamo pensato fosse il progetto ideale, utilizzando la storia a fumetti fatta a suo tempo, aggiungendo una lunga intervista sul lavoro, che grazie alla tecnologia si smonta e rimonta nel corso delle tavole, così che il lettore può seguire la lettura tradizionale del fumetto, ma pure toccare la vignetta e scegliere di vederla com’è stata disegnata in origine, quali cambiamenti ha avuto dalle matite al colore, i riferimenti pittorici utilizzati; Kramsky ha aggiunto uno spettacolo realizzato con voci di attori, musica, suoni, immagini elaborate, come se si desse al lettore una nuova chiave di lettura del fumetto. C’è poi la possibilità di leggere il testo di Stevenson a parte. Un’idea ricca, che sfrutta le possibilità che il libro non ha per sua natura fisica e lo espande, senza togliere al fumetto cartaceo la sua necessità e specificità.
♣ I.C. Ogni artista ha un progetto di cui sente l’urgenza, che soccombe alla necessità del lavoro ma sta lì ed è a volte un’ossessione, lo si vive con senso di colpa e con la continua promessa di tornarvi su. Mattotti ne ha decine, compreso un fumetto ormai disegnato per metà su storia dell’amico Jerry Kramsky e che lui promette con un largo sorriso di finire entro l’anno. O forse più tardi, si sa mai.
L.M. Lo abbiamo pensato forse dieci anni fa, con l’intenzione che fosse uno di quei progetti semplici, immediati, da fare in pochi mesi. Nasce dal mondo di linea fragile, una storia fantastica che potrebbe intitolarsi Nel paese di Ghirlanda. Ci lavoro d’estate, nel ritiro toscano, fra i cipressi da piantare nel viale e gli amici che vengono a trovarci. Quando un lavoro parte da te, vorresti fare solo quello ma poi tocca abbandonarlo per l’urgenza di altri più contingenti oppure perché arrivano progetti affascinanti e allora dici: be’ tanto quello sta lì. E cominci a lasciarli indietro. C’è sempre questo rapporto con i progetti nuovi che diventano vecchi, che vuoi finire per te stesso e quelli che ti arrivano davanti e che affronti per altre ragioni o perché semplicemente sei un disegnatore, ti metti davanti a un taccuino e lavori. Vorrei anche fare tabula rasa, andare in studio e avere il foglio bianco e dire: cosa sono io oggi. E lasciarlo uscire. Quando succede, questo è uno dei grandi sogni che si avvera.
Fonte: Rsera de La Repubblica del 30 dicembre 2011
| 30 gennaio 2012 | | Di Ivan Canu |
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