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La nobile solitudine del traduttore“Il problema di tradurre è in realtà il problema stesso dello scrivere e il traduttore ne sta al centro, forse ancor più dell’autore. Gli si chiede di dominare non una lingua, ma tutto ciò che sta dietro una lingua, vale a dire un’intera cultura, un intero mondo, un intero modo di vedere il mondo. Gli si chiede di condurre a termine questa improba e tuttavia appassionata operazione senza farsi notare, senza mai salire sul podio o a cavallo. Il traduttore è l’ultimo, vero cavaliere errante della letteratura. Cribbio! Ma allora non è un mestiere, è una vocazione” (Fruttero&Lucentini)
La traduzione… questa sconosciuta! Ma come si può parlare di traduzione in poche parole? È impossibile perché tradurre non è un mero esercizio linguistico e la traduzione non è solo un prodotto editoriale, ma è principalmente un atto di mediazione interculturale tra due mondi, noi e gli altri. E il traduttore è quella figura, in questo senso, eroica che prende in mano il libro e sa che dovrà tentare di restituire le sensazioni, il ritmo, lo stile di quell’autore… insomma, dovrà tradurre delle parole in immagine per poi ritradurre quell’immagine in altre parole. E non è poi così facile, la soluzione non è sempre nel dizionario come spesso si crede, magari si trova nel posto più impensato; Bianciardi diceva che il marciapiede è un ottimo suggeritore. Il traduttore deve saper essere creativo e suggestivo, ma in modo vincolato a ciò che l’autore originale ha scritto in modo libero; deve avere la capacità di creare con eleganza, essere toccante, ma tutto in modo misurato. Tradurre è una professione, una passione, una sfida. Il traduttore è quella figura che cerca di mimetizzarsi tra le righe vestendo i panni di un autore, che fuma tre sigarette prima di trovare un aggettivo, che passeggia avanti e indietro come un futuro padre, che si sforza perfino di tornare bambino, se serve.
Il traduttore è quel nome scritto in carattere 5 sotto al titolo, ma è anche colui che ti permette di leggere quel libro che tu, lettore, non avresti mai potuto conoscere. Come dalle parole di Laura Bocci, non è possibile non riflettere facendo questo lavoro quotidianamente e quindi si arriva a capire che non solo la traduzione parla di letteratura, ma che la letteratura può parlare di traduzione.
Anche nel documentario Tradurre della Jolefilm si vede come è bello parlare, descrivere e riflettere sulla traduzione quando si vedono quegli interni che i traduttori conoscono bene, fatti di libri affastellati, resti di tazze di caffè, cicche di sigaretta… tutto un po’ solitario. All’inizio forse il traduttore sceglie questa strada per sé, poi comincia a dare un senso a quello che fa, anche se a volte si deve confrontare con testi difficili e trovarsi a pensare “devo aver studiato un’altra lingua”.
Eppure, nonostante tutte le difficoltà, il traduttore viene coinvolto e travolto dal proprio lavoro tanto da sentirsi come incastrato tra i due mondi a contatto: “mentre traduco non posso smettere di pensare all’altro libro, che poi è lo stesso, eppure irrimediabilmente diverso, che forse sta uscendo contemporaneamente dal computer dell’altro traduttore e mi sento una specie di Pierre Menard redivivo, desideroso com’era di riscrivere il Don Chisciotte dalla prima all’ultima riga”. Perché è così appassionante parlare di traduzione? Perché è un lavoro che si fa tutto e solo all’interno della lingua e può sembrare limitato, ma se ci pensa bene la lingua è un vasto territorio che confina con le complesse attività della mente da un lato e con gli aspetti inconsci della persona dall’altro. Per esempio, fra tanti altri, lo scrittore giapponese Murakami, autore di Kafka sulla spiaggia, dice in un’intervista di qualche anno fa: “come traduttore mi limito a tradurre solo scrittori realisti, Carver, Fitzgerald, dai quali imparo molto; se dovessi tradurre autori post-moderni come DeLillo o Thomas Pinchon ci sarebbe una collisione, la mia personale follia contro la loro”.
È per questo che si dice che la traduzione è, in un certo senso, la psicanalisi del traduttore. È con questo spirito, questa verve e la solita incondizionata passione che si tengono annualmente le Giornate della Traduzione Letteraria a cura di Stefano Arduini e Ilide Carmignani. Autori, editori, redattori e, ovviamente, traduttori si riuniscono a Urbino per incontrare e condividere la propria esperienza con i sempre più numerosi partecipanti all’appuntamento. In una preziosa cornice Stefano Arduini e Ilide Carmignani accolgono in questo “salotto culturale” tutti coloro che intervengono e propongono le più svariate attività, dalla più rigorosamente tecnica alla più giocosa e accattivante, lasciando che cada ogni barriera accademica affinché il pubblico si possa avvicinare al mondo della traduzione scoprendo, insieme alle più importanti personalità dell’editoria, gli aspetti più insidiosi e allo stesso tempo affascinanti di questa professione. È per questo che questa iniziativa ha sempre un successo strepitoso. Le Giornate della Traduzione Letteraria sono un’occasione di confronto dove teoria, pratica ed entusiasmo uniscono traduttori professionisti, neofiti o semplici appassionati del settore; ci si incontra perché c’è chi timidamente confessa di essere passato dai “banchi alla cattedra”, chi semplicemente spera un giorno di diventare traduttore, ma forse solo perché, come dice Ilide Carmignani, “dalla solitudine del traduttore non si guarisce mai”.
| 12 marzo 2010 | | Di Paola Pedrinazzi |
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