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ARTICOLO

Intervista a Giovanni Allevi

Dopo il panico... la gioia



Giovanni Allevi racconta ai lettori di Wuz il suo ultimo album Joy. Come è nato, quali sensazioni ha provato nella sua tournée americana... Un'occasione per conoscere meglio il grande pianista

Leggi la recensione di Joy


La genesi del disco o meglio la causa scatenante sembra essere una prova della comunione totale tra sensi e arte, tra sensazioni fisiche e mentali...

È stato un attacco di panico a dare il via alla composizione dell'album Joy. Non mi era mai accaduto prima. Ero appena tornato dalla tournèe in Cina e sul marciapiede sotto casa a Milano sono stato travolto dal panico. Nei mesi successivi ho cercato di farmi una ragione di una simile reazione: forse mi è venuto addosso il "tutto", il "troppo", realtà con cui spesso le personalità artistiche sono in contatto. Dentro l'ambulanza che mi portava al Policlinico ho sentito nella testa le note del primo brano, "Panic".

Hai scritto "Joy nasce anche dall'esigenza che la Musica Classica, o colta, dalla matrice europea, una volta superato il blocco della concettualità della reiterazione minimale e della sperimentazione estrema, debba interpretare i caratteri di una nuova spiritualità contemporanea, fresca ed inedita." Un pensiero molto interessante. Joy ha soddisfatto, e in che modo, questa tua esigenza e quali sono, se ci sono, gli artisti del panorama musicale che vanno nella tua stessa direzione?

Non vedo altri giovani artisti andare in questa direzione: preferiscono strade più facili che garantiscono un successo più immediato anche se meno duraturo. Joy è solo l'inizio di un progetto visionario ed ambizioso: scrivere una musica a partire da un confronto diretto con i giganti del passato, senza pensare ad altro che ad assecondare la logica del discorso sonoro. È troppo presto per valutare i frutti della mia passione maniacale, ma i segnali che ricevo sono sorprendenti.

Pesco ancora tra le tue parole. Dici che la musica ti assale e ti gira intorno fino a quando non le dai forma. Per Joy è nata prima in testa e poi in cinque giorni hai registrato. Questo tuo rapporto con la musica come cambia quando passi all'esibizione live? C'è stata un'evoluzione nel tuo modo di affrontare il momento concerto ?


Il momento della composizione rappresenta  il lato oggettivo della Musica, e culmina con la scrittura della partitura, l'elemento più importante per me. Poi c'è l'incontro della mia musica con l'ascoltatore nella sala da concerto, dove subentrano tratti soggettivi, misteriosi ed inafferrabili, come la sensibilità della mia esecuzione e la recettività emotiva di chi ascolta. Per quanto il mio suonare live tenda verso una irraggiungibile perfezione, ed una sempre maggiore consapevolezza dell'importanza della pulsazione e delle risonanze, credo sia giusto pensare che anche un altro pianista possa far rivivere la mia musica secondo le sue corde.

Per No Concept, il tuo precedente lavoro, hai utilizato un Bösendorfer Imperial registrando con un microfono a nastro. Invece per Joy ?

Non abbiamo cambiato nulla: stesso studio, stesso pianoforte e microfono, ma soprattutto, stesse persone. Il microfono principale, venuto dalla California, contiene un sottilissimo nastro di platino, che è in grado di catturare le più impercettibili risonanze e le armoniche non udibili da un orecchio umano.

Ascoltando il tuo disco ho come l'impressione che in te non ci sia l'urgenza di premere sull'acceleratore a tutti i costi... mi sbaglio?

La percezione della velocità nella pulsazione è quanto di più soggettivo ci possa essere; un'altra persona potrebbe avere l'impressione opposta. Addirittura la stessa persona può percepire Downtown (un brano dell'album ndr.) come energetico nelle prime ore del mattino, o rilassante alle cinque del pomeriggio. La pulsazione musicale si confronta sempre con il nostro battito cardiaco, con il nostro tono energetico.

Cosa si prova a sbancare il prestigioso Blue Note di New York?

Avevo una paura folle, all'inizio. Ho suonato un'ora e mezza chino sul pianoforte con gli occhi chiusi, cercando di concentrarmi solo sulla musica e di dimenticare l'importanza simbolica di quel palco. Quando ho finito, ho alzato timidamente la testa, ed intorno a me c'era il finimondo!

Ho letto che hai tenuto dei seminari di matematica. Puoi raccontarci qualcosa?

Il mio rifiuto della concettualità nella musica nasce dalla mia passata immersione, totale, nel concettualismo legato alle note. Anni fa, ho tenuto molti seminari, nelle scuole e nelle università dove evidenziavo come certe tecniche di composizione (contrappunto, serialismo e dodecafonia) sono legate a procedimenti matematici anche divertenti. Inoltre, dopo essere rimasto affascinato dalle illusioni ottiche, ho cercato di inventare, utilizzando le stesse leggi della percezione visiva (Gestalt), le mie illusioni "acustico-musicali". Ricordo con affetto quel periodo, in cui mi sentivo uno "scienziato della musica". Ora, però ho messo in gioco la mia vita, e nella vita, nelle emozioni, di matematico non c'è niente.

Leggi la recensione di Joy

Leggi la recensione di No Concept


Biografia



20 ottobre 2006 Di Francesco Marchetti


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