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HOME | giovedì 24 maggio 2012 |
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Gli amici del bar Margherita, un film di Pupi AvatiCon Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Fabio De Luigi, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Luisa Ranieri, Pierpaolo Zizzi, con la partecipazione di Gianni Cavina e con Katia Ricciarelli. Musiche di Lucio Dalla. Soggetto, sceneggiatura e regia di Pupi avati. Produzione di Antonio Avati. Fotografia di Pasquale Rachini. Montaggio di Amedeo Salfa. Scenografia di Giuliano Pannuti. Costumi di Steno Tonelli. Distribuzione 01 Distribution
Bologna la Dotta, la Rossa, la Grassa, Bologna e i suoi artisti
La storia è ambientata a Bologna negli anni Cinquanta e precisamente nel 1954. Dopo il film drammatico che tanto successo ha riscosso a Venezia, Il papà di Giovanna, questa è una commedia sentimentale in cui Avati rievoca storie e personaggi legati ai ricordi della sua giovinezza. Un film corale, interpretato da attori di forte presenza e notorietà, e da alcuni volti nuovi tra i quali spicca il giovane Pierpaolo Zizzi.
Taddeo (Pierpaolo Zizzi), un ragazzo di 18 anni, sogna di diventare un frequentatore del mitico Bar Margherita che si trova proprio sotto i portici davanti a casa sua. Con uno stratagemma, il giovane diventa l’autista personale di Al (Diego Abatantuono), l’uomo più carismatico e più misterioso del quartiere. Attraverso la sua protezione, Taddeo riuscirà ad essere testimone delle avventure di Bep (Neri Marcorè), innamorato della entraîneuse Marcella (Laura Chiatti); delle peripezie di Gian (Fabio De Luigi), aspirante cantante e vittima di uno scherzo atroce; delle follie di Manuelo (Luigi Lo Cascio), ladruncolo e sessuofobo; delle cattiverie di Zanchi (Claudio Botosso), l’inventore delle cravatte con l’elastico; delle stranezze di Sarti (Gianni Ippoliti), vestito giorno e notte nel suo smoking e campione di ballo.
Per non parlare del contesto dove Taddeo vive con mamma (Katia Ricciarelli) circuita dal medico di famiglia e il nonno (Gianni Cavina) che perde invece la testa per una prosperosa maestra di pianoforte (Luisa Ranieri). Ma alla fine, Taddeo che tutti chiamavano “Coso” ce la farà ad essere considerato uno del Bar Margherita.
Il film nelle parole del regista e autore: Pupi Avati
Amo troppo il cinema per non farlo più possibile, con caparbietà e insistenza. Il cinema ha pervaso di sé l’intera nostra esistenza (intendo quella mia e di mio fratello) permettendoci di farlo con la continuità che ci segnala tra i più prolifici. Questa continuità la si alimenta soprattutto con nuovi stimoli, nuove suggestioni, con la necessità di essere condotti al termine di ogni vicenda sempre dall’altra parte del mondo. In un altrove.
Così oggi spalanco le finestre di quel tetro appartamento di via San Vitale dove il papà di Giovanna ha vissuto la sua dolorosa vicenda umana e la luce piena del giorno che inonda l’appartamento è accompagnata da una nuova colonna sonora fatta dal rombo delle utilitarie e delle canzonette della neonata San Remo dell’incombente boom. Siamo nel pieno degli anni Cinquanta e io sedicenne somiglio nella sfrontatezza delle mie aspettative a quell’Italia in cui nessuno si prenda la briga di richiamarmi alla ragionevolezza. Ho l’età dei miei sogni che è l’età della città in cui vivo e della sua gente. Tutti insieme condividiamo le stesse attese nei riguardi di uno sconfinato futuro.
Perché non rammentare quegli anni se è sufficiente traversare la strada per raggiungere il Bar Margherita, quel santuario nel quale la società dei maschi, che teneva ancora asservita la donna in qualsivoglia suo ruolo, regnava impunemente? La memoria ha trattenuto intatti, preservati dalle ingiurie del tempo, quell’insieme straordinario di eroi sciocchi, che tuttavia furono per gran parte della mia giovinezza i modelli ai quali mi ispirai?
Perché non ridare vita al padrone del bar, quel Walter che tutti chiamavano Water esasperandolo, o quell’Al che consumava le notti fra lasagne e puttane o quel Manuelo che bendato, senza toccare il freno, traversò via Murri su un’Ardea Lancia o quel Gian che partì col padre per cantare a San Remo o quel Bep che non si presentò al suo matrimonio per fuggire con una entraîneuse dell’Esedra?
Perché non restituire alla loro grandezza quel Mentos che si bevve un’intera bottiglia di cognac o quel Sarti che truffava preti e suore o quel Pus afflitto da una costellazione di foruncoli o quel Zanchi che inventò la prima cravatta con l’elastico?
Perché non celebrare quel tempo e quella pattuglia di eroi ai quali era sufficiente la messa in commercio degli occhiali K, con i quali si vedevano le donne nude, per dare senso ad un’intera estate? E soprattutto perché non celebrare questi nostri quarant’anni di cinema sorridendo di noi stessi, della nostra superlativa ingenuità?
Una domanda a Pupi Avati
Sia in apertura di racconto che in chiusura si sottolinea il fatto che il giovane protagonista del film, Taddeo, una volta raggiunta l'opportunità di fare finalmente parte di quel gruppo di amici, nel momento della foto annuale di gruppo, e quindi della consacrazione di questa amicizia, si autoescluda . Perché?
Ho già premesso che il Taddeo che osserva gli eroi del bar Margherita sono io. Che mio è quello sguardo. Se alla fine di un così ambizioso progetto (quello di diventare a mia volta uno di loro) mi faccio da parte, se preferisco non essere incluso in quella foto ma piuttosto osservarla dall'esterno, non faccio altro che metaforizzare quello che fu il mio atteggiamento nei riguardi della mia città, della mia gente, dei miei amici. Quella dozzina di passi che il giovane protagonista fa per affiancarsi a chi sta fotografando il gruppo di amici non è altro che il percorso che io mia volta ho compiuto quando, per narrare la mia città, mi sono trasferito qui a Roma. Ponendo fra me e quei luoghi tanto amati uno spazio che mi permettesse di dirli, o piuttosto di inventarli di nuovo, nella più piena libertà immaginabile.
una domanda a Diego Abatantuono
Come si è trovato con i suoi compagni di lavoro?
Benissimo, ci siamo divertiti moltissimo sul set allestito a Cinecittà dove mi ha emozionato scoprire che la Bologna dell’epoca era stata ricostruita nella stessa scenografia in cui era stata allestita la strada che faceva da sfondo a “Concorrenza sleale”, il film di Ettore Scola che avevo girato qualche anno fa con Sergio Castellitto. Ho ritrovato vecchi amici e ho conosciuto altre persone destinate a restare nel tempo, dal brillantissimo Fabio De Luigi (avevo già lavorato con lui e continuerò a farlo molto volentieri) a Gianni Cavina, vecchio complice fin dai tempi di “Regalo di Natale”, alle new-entries come il fantastico Neri Marcorè, con cui ci spediamo continuamente sms surreali, e Luigi lo Cascio, che conoscevo come ottimo attore drammatico e che si è rivelato anche una bella sorpresa nel genere comico. Purtroppo ho incontrato per poco tempo Laura Chiatti e Luisa Ranieri, ma quel tempo mi è bastato per apprezzarle incondizionatamente, e poi ho trovato molto giusto e pertinente il gruppo di ragazzi, a partire dal giovane protagonista Pierpaolo Zizzi che interpreta l’alter ego di Avati... Ma il piacere più grande per me è stato quello di tornare a recitare con Pupi in un film che è insieme sia comico che emozionante.
Regole del Bar Margherita del 1954
a) Al Bar non si portano mogli, madri, sorelle, figli, nipoti. b) Se vuoi essere considerato al Bar Margherita ci devi arrivare la sera tardi. Comunque sempre prima che chiuda. c) Se ti metti con una che non ti fa più venire al Bar, si avvia l'organizzazione per fartela mollare. d) La squadra del Bar Margherita è il Bologna Football club e tutti ci tengono a sentire le partite alla radio, quando vince e quando perde. La bandiera del Bologna è appesa ogni domenica a una colonna del portico. e) Quelli del Bar Margherita ci credono alla Messa e al Rosario ma non ci vanno o se ci vanno non si fanno vedere. f) Anche se piove forte nessuno va al Bar Margherita con l'ombrello. g) Nella classifica degli imbarcatori di donne, che nel codice del Bar si chiamano penne, quarti sono i finocchi, terzi i democristiani, secondi i comunisti, primi quelli che invece di parlare tanto cercano una che gliela dà. h) Le penne che la danno a quelli del Bar sono tutte segrete, spesso sposate, che quelli del Bar hanno conosciuto nelle balere e hanno solo il nome del quartiere dove abitano, quella di Casaralta, quella della Bolognina, quella della Dozza... Forse esistono, forse no. i) A quelli del Bar è proibito andare in gita ai santuari sui pullman con il mangiare nelle sporte e la bottiglia dell'acqua e limone. l) Quelli del Bar Margherita quando stanno seduti ai tavolini e passa una penna la debbono guardare con desiderio e fare qualche “tirino”. Sempre. Anche se è un gran cesso le debbono sussurrare: “Che fisico!” oppure “sai cosa ti farei!”. È una regola di quelli del Bar Margherita. m) La Santa protettrice del Bar Margherita è la Madonna di San Luca che viene giù dal suo Santuario una volta all'anno e che anche gli atei del Bar Margherita la ammirano molto.
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