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ARTICOLO

Irlandese al 57% di Roddy Doyle

Le ultime storie di Roddy Doyle riflettono un’Irlanda nuova e multiculturale

In libreria nel mese di giugno 2009 la raccolta di racconti scritti per la rivista multiculturale Metro Eireann, pubblicata a Dublino da due giornalisti nigeriani.

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Il volume è stato pubblicato in versione originale alla fine del 2007. Ecco la recensione scritta per l'occasione da Tim Martin per The Independent

Alcune delle sue frasi introduttive rendono Roddy Doyle detestabile agli occhi di molte persone. La sua narrativa frammentata, le inflessioni controverse e il senso dell’umorismo beffardo e penetrante, hanno fatto sì che nell’immaginazione popolare sia stato spesso ridotto al ruolo di ennesimo venditore irlandese di pietre dell’eloquenza.
I fan, al contrario, ribattono che il suo stile così traslucido è il risultato di un arguto processo di auto-cancellazione; un uomo che nega sentimentalmente, ma presta quel genere di attenzione al dettaglio linguistico ed emozionale che fa parte tanto del romanzo, quanto di un copione o di un reportage. Qualcuno dubita che Doyle si sappia muovere in questi ambiti e descrive la sua scrittura come “un terribile susseguirsi di dialoghi e un terribile susseguirsi di lacune e, quando ha dei dubbi su cosa scrivere, aggiunge semplicemente un Fuck [cazzo]”.
Come Doyle spiega nella sua introduzione, queste storie sono state scritte in capitoli di 800 parole al mese per una rivista multiculturale, Metro Eireann, pubblicata a Dublino da due giornalisti nigeriani. Anche solo nell’Irlanda di vent’anni fa un tale fatto sarebbe stato pura finction, il che dimostra quanto velocemente siano cambiate le cose.
Doyle afferma:“mi sono addormenato in un paese e risvagliato in un altro”.
Con impressionante rapidità, l’Irlanda si è trasformata da una terra produttrice di emigranti a una benestante nazione europea che ospita immigranti: da società mono-razziale è divenuta vigorosamente multiculturale. 


l'edizione in lingua originale
Tutte queste storie sono state scritte su commissione, con delle scadenze e il loro ordine non è stato sovvertito quando sono state raccolte in un libro. Nonostante le asprezze, i racconti migliori sono davvero di grande qualità.
Nella storia che dà il titolo alla raccolta, forse la più complessa di tutte, re-incontriamo Jimmy Rabbitte, l’ex manager di un gruppo irlandese poco conosciuto chiamato The Commitments, che ora ha 36 anni, tre figli e sta mettendo insieme un’altra band (questa volta con annunci come “no irlandesi bianchi” e “se ti piacciono i Corrs sei fuori” ).
I Deportees – romeni alla trombetta e alla fisarmonica, nigeriani al tamburo djembe – suonano canzoni di Woody Guthrie ad un matrimonio indiano.
È un pezzo vivace, con un enorme e contagioso senso del divertimento, che offre un KMRIA [kiss my royal Irish arse: bacia il mio nobile sedere irlandese] alle chiacchiere di Hollywood che ventilavano una eventuale proposta di sequel ai Commitments che dovrebbe ospitare anche i Corrs.

Il resto dell'antologia sorprende per la sua grande varietà di intrecci.
C’è una storia di fantasmi realmente paurosa su una ragazza alla pari polacca, una carrozzina sinistra e un paio di bambini viziati, e c’è un’affascinante “cappuccetto nero”, sulla vicenda di due imprenditori adolescenti svelti di mano che sognano una società di consulenza basata sui punti deboli dei detective privati.
57% irlandese, che narra di un dottorando ideatore di un test per la cittadinanza incentrato sui goal di Roy Keane e Riverdance, ha riscosso meno successo. Sembra scritto di fretta, un debole comune, anche se comprensibile, di tutto il libro. Chi volesse ricercare il miglior lavoro di Doyle, farebbe meglio a guardare altrove – specialmente nei romanzi di Paula Spencer – ma l’evidente sincerità e l’ostinato buon umore di queste storie trascinerà il lettore.  E con un po’ di fortuna, la nuova onda di scrittura irlandese, ma non irlandese, avrà una lunga vita.

Traduzione di Anna Zizola

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17 marzo 2009 Di G.M.


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