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Gli uomini rossi: i Guarani-Kaiowà del Brasile


Il materiale dell'articolo è tratto dal sito di Survival. Il movimento per i popoli indigeni, Ong che ha collaborato con Marco Bechis nella realizzazione del film La terra degli uomini rossi. Birdwatchers


La terra degli uomini rossi, un film di Marco Bechis
Marco Bechis e gli indios Guarani raccontano la loro esperienza


Quando gli Europei arrivarono in Sud America, circa 500 anni fa, i Guarani furono uno dei primi popoli ad esser contattati. All’epoca contavano oltre un milione e mezzo di persone. Oggi ne sopravvivono poche decine di migliaia: in Brasile sono infatti circa 46.000 e sono il popolo indigeno più numeroso del paese. Altri gruppi vivono nei paesi vicini: Paraguay, Bolivia e Argentina.
I Guarani Kaiowà sono i discendenti di quegli indigeni che, alla fine del ‘600, rifiutarono di entrare nelle missioni dei Gesuiti. Oggi, nonostante secoli di contatto con gli stranieri, hanno mantenuto la loro peculiare identità.


I Guarani brasiliani sono suddivisi in tre gruppi, di cui quello dei Kaiowá è il più numeroso (sono circa 30.000). Gli altri due gruppi sono i Ñandeva e gli M’byá. Vivono nello stato del Mato Grosso do Sul, nella zona centro-occidentale del Brasile, ai confini con il Paraguay.
I Guarani-Kaiowà del Brasile sono giunti ad un livello di sofferenza insostenibile per la perdita quasi totale delle loro terre (per loro fonte di ogni forma di vita) e per gli attacchi violenti dei coloni. Il loro territorio è stato completamente invaso e devastato da allevatori e imprenditori agricoli. Sono stati infatti devastati i loro ancestrali territori, con un processo di deforestazione compiuta ad ondate successive, che ha trasformato quell’immenso territorio in ranch e piantagioni di soia e di canna da zucchero destinata ai biocombustibili.


Il Mato Grosso do Sul, cioè  la “fitta foresta del sud”, non c’è più e gli indigeni sono stati costretti a vivere in riserve anguste costruite dal governo ai margini delle città: a Dourados, 12.000 Guarani vivono in soli 3.000 ettari. Anche le poche terre che avevano cercato di difendere sono state dimezzate negli ultimi 15 anni e oggi coprono meno di 25.000 ettari mentre un tempo, i Guarani brasiliani occupavano circa 350.000 chilometri quadrati di foreste e pianure.

Quella poca terra che ora è stata loro concessa non è certo sufficiente: caccia, pesca e agricoltura tradizionale sono infatti violentemente penalizzate. Alcuni gruppi poi sono rimasti completamente senza terra e vivono accampati ai margini delle strade.
Gravi forme di malnutrizione falciano i bambini e i ragazzi sono costretti a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero (proprio sulle terre a loro tolte) e nelle distillerie d’alcol come manovalanza stagionale, anche se mesi di lavoro nelle piantagioni in condizioni di semi-schiavitù non fruttano loro che poche decine di dollari a testa. Al rientro nelle loro comunità, spesso gli uomini si portano appresso disperazione, alcolismo e dipendenza da droghe. Il processo di meccanizzazione toglierà ben presto anche questa residua e dolorosa possibilità di sostentamento.

Perseguitati e discriminati dalle stesse forze di polizia vengono in modo arbitrario incarcerati, in base a leggi che non conoscono e non capiscono, in tanti casi senza neppure un avvocato che li difenda, senza interpreti che possano tradurre le motivazioni per cui sono stati reclusi o le spiegazioni che forniscono del loro operato. Tutto ciò fa sì che molti siano condannati pur innocenti e che ad altri vengano inflitte severe pene per reati del tutto minori.
Questa situazione disperata ha provocato negli ultimi anni un numero di suicidi altissimo che non ha uguali in tutto il Sud America: 518 suicidi in pochi anni, per lo più di giovani e giovanissimi (la più giovane Luciane Ortiz aveva solo 9 anni).

Ci sono stati anche tentativi di uscire da questa condizione: tempo fa i leader guaraní hanno scritto un documento in cui spiegano che "la morte e la fame sono dovute a molti fattori fra cui la perdita della terra: senza terra, la nostra economia collassa e non possiamo più sostentare noi e le nostre famiglie". Dal governo però non sono state prese misure tali da cambiare la situazione: allora le comunità Guarani hanno cominciato ad occupare le loro terre (retomada), sfidando le violente reazioni dei fazendeiro e dei loro sicari, assoldati per intimidire, picchiare, uccidere. Alcuni leader delle comunità sono stati uccisi sotto gli occhi della loro famiglia.
Ecco una storia emblematica, quella della comunità di Nanderu Marangatu. “Nonostante la legge avesse stabilito che la comunità aveva diritto a vivere in una riserva di 9.000 ettari, nel 2005 i Guarani furono sfrattati dagli allevatori sotto la minaccia delle armi. Dimostrando un coraggio eccezionale, la comunità decise di ritornarvi. Oggi vivono in una misera porzione di quella che è legalmente riconosciuta come terra loro, completamente circondati da fattorie pattugliate da guardie armate responsabili di aver anche violentato due donne del gruppo”.

La causa sia della progressiva deforestazione e di conseguenza della riduzione delle possibilità di sopravvivenza degli indios è la produzione di biocombustibili. Da decenni, il Brasile è uno dei più grandi produttori di biocombustibili al mondo e la maggior parte delle sue automobili funzionano a etanolo. Oggi, il paese ambisce a diventarne il più grande esportatore con 26 miliardi di litri all’anno entro il 2010. La maggior parte della canna da zucchero, da cui si ricava l’etanolo, viene coltivata in quelle che un tempo erano le foreste dei Guarani, sfruttando principalmente la manodopera indigena. Nel solo stato del Mato Grosso esistono già 11 piantagioni ma altre 30 sono in costruzione e una quarantina in fase di progettazione. Nel novembre 2007, una delle società produttrici di etanolo è stata chiusa dalle autorità con l’accusa di aver ridotto in semi-schiavitù 800 indigeni. La condizione di vita di questo popolo ha suscitato l’interesse di James Anaya, recentemente nominato Relatore Speciale dalle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, che alla fine di agosto è andato in Brasile, ha incontrato i leader Guarani e ha visitato due loro comunità
 


16 settembre 2008 Di Grazia Casagrande

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