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ARTICOLO

Sul tradurre

Prefazione di Ernesto Ferrero a Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, di Ilide Carmignani

Il volume in cui Ilide Carmignani ha opportunamente assemblato interviste, conversazioni, interventi sul tema del tradurre, in cui a parlare sono alcuni grandi traduttori letterari, è qualcosa che non riguarda soltanto una specifica corporazione, peraltro già abi¬tuata a riflettere e a discutere quotidianamente dei problemi teorici e pratici legati al mestiere, e ad animare convegni, seminari, dibattiti, come l'annuale incontro di settembre ad Urbino o le giornate che all"'autore invisibile" si dedicano ormai da anni alla Fiera internazionale del libro di Torino.
Al traduttore, come si sa, si richiede in grado eroico ogni eccelsa virtù professionale, quasi una sorta di santità letteraria (rimando al mirabile catalogo che ne hanno fatto Frutterò e Lucentini, essi stessi ottimi traduttori). Egli ha da essere, nelle parole di Renata Colorni (che mi permetto di nominare qui, motu proprio, senatrice a vita di un ideale parlamento letterario per meriti guadagnati sul campo, non solo freudiano) un artista camaleontico e libertino, un esecutore, un interprete in senso musicale, un mediatore raffinato, in quanto "persona molto disposta all'ascolto, a restare nell'ombra, dotata di grande umiltà e devozione, forse di masochismo, ma anche di un'enorme curiosità".


Laddove lo scrittore in genere è una persona "molto concentrata sul proprio ego, sul proprio modo di esprimersi, sul proprio mondo" e quindi, essendo ferocemente attaccato a una sua espressività, poco interessato alla voce degli altri, il traduttore, al contra¬rio, deve dar prova di un massimo di disponibilità all'ascolto: diventa quasi un confessore, uno psicoanalista, un confidente generoso capace di una dedizione totale, materna.
Non basta. Come osserva sottilmente Susanna Basso, il traduttore è ulteriormente gravato di qualcosa che invece si è disposti a perdonare all'autore, che cioè la sua scrittura spesso sia mossa dall'urgenza, quindi dall'innocenza, dall'ingenuità. Il traduttore invece non può accampare l'alibi dell'urgenza, che non fa parte del suo statuto: gli si chiede di più, gli si chiede addirittura di reinventare l'innocenza un po' trafelata dell'autore, operazione che può risultare particolarmente diffìcile. Deve essere così scaltro da mimare l'ingenuità.


Sappiamo come tutte queste doti siano poi compensate nella pratica dei fatti. Si chiede al traduttore di annullarsi nell'autore tradotto, di diventare invisibile o visibile il meno possibile, lui che è un vero e proprio co-autore, l'altra metà di una coppia che non potrebbe esistere altrimenti. Eppure gli si offre, come a ogni eterno precario, una mercede che è un eufemismo definire esigua. Da ultimo, quando il libro è uscito, è altrettanto noto che di solito del traduttore non si parla. Quando va bene lo si cita di sfuggita in una recensione, e quando va male, lo si bacchetta duramente, con un puntiglio che può diventare acrimonia (spesso il recensore, invece di rendere un servizio al lettore, ha come principale preoccupazione il dimostrare che lui la sa più lunga di tutti: figurarsi del povero traduttore cottimista).
Questo libro riguarda quanti hanno consuetudine con lo scrivere e il leggere. Perché siamo tutti, ogni giorno, ogni momento, dei decodificatori e dei ricodificatori, e dunque siamo chiamati a misurarci con sistemi di segni diversi tra loro, ma destinati ad entrare in contatto, a stabilire relazioni, concordanze e opposizioni: a misurarsi. Finalmente l'abbiamo capito: l'identità può essere definita soltanto attraverso le differenze, cioè il confronto serrato con altri sistemi. Può davvero esistere uno scrittore di lingua italiana che non abbia misurato il sistema linguistico che adopera, e quindi anche i suoi limiti, con un altro, sia esso contiguo o radicalmente lontano? Dice Elena Loewenthal: "II meccanismo con cui le lingue si parlano e si specchiano l'una nell'altra lo trovo uno dei prodotti più geniali della nostra mente e del nostro cuore". Forse nelle tante scuole di scrittura che sono sorte in Italia bisognerebbe prevedere, se ancora non si fa, proprio un confronto fra lingue diverse come parte integrante dell'apprendimento.


Anni fa Giulio Einaudi, che già curava personalmente e con speciale passione la collana "Scrittori tradotti da scrittori" (una tautologia, a ben vedere: ogni buon traduttore è di per se stesso uno scrittore; sarebbe come dire: musica eseguita ma musicisti), Giulio Einaudi, dicevo, previde un'estensione trivalente di quella collana che metteva a confronto due traduzioni del medesimo testo, e beninteso dava l'originale. La curava Valerio Magrelli e certo non aveva i profili di redditività richiesta dai manager d'oggi, e quindi fu chiusa. L'esigenza, per fortuna, resta.
Quanti e quali temi siano legati, attraverso l'esercizio della traduzione, al leggere e allo scrivere è chiaro sin dalla prima intervista, quella a Claudio Magris: "II tradurre ha molto influito sulla mia scrittura; per uno scrittore, tradurre fa parte della propria attività creativa". Ai tempi del Mito absburgico Magris ha tradotto per Einaudi un saggio di Hans Mayer, e poi si è trovato a sperimentare generi diversi, come il teatro, e ad essere tradotto, cioè a fare l'esperienza di riconoscersi in uno specchio altrui.


Come osserva ancora la Loewenthal, questa volta nei panni di autrice del recente Scrìvere di sé (Einaudi, 2007), l'osservazione del proprio volto in uno specchio è ben altro che un mero e gratuito esercizio narcisistico fine a se stesso: è un'analisi, uno scavo, una scoperta che può anche risultare drammatica e perturbante, così come ogni autobiografìa si risolve in unafiction dai risvolti imprevedibili. L'immagine che abbiamo di noi stessi è chiamata a confrontarsi con quella che ci restituisce lo specchio, e che fatalmente non collima con quella che abbiamo disegnato mentalmente. Dice bene Magris: spesso nel confronto ravvicinato con il testo, il traduttore finisce per saperla più lunga dell'autore tradotto (allo stesso modo il testo la sa sempre più lunga dell'autore), ed è in grado di rivelargli qualcosa che a lui era sfuggito. Altro buon precetto che ci viene da Magris: "Rispettare l'ambiguità del testo, senza spiegare, senza semplificare, perché la difficoltà deve in qualche modo rimanere, bisogna correre il rischio di non essere capiti, come nella vita".

Si parla in queste interviste di esperienze personali, di come ci si è accostati alla professione, gratificazioni, dilemmi, fatiche, frustrazioni; e sempre con molto pudore e umiltà. Si parla dei rapporti non sempre facili con gli editori e con i redattori incaricati delle revisioni, e soprattutto con gli autori. Qui, come si vedrà, le opinioni divergono, perché molto dipende dal carattere dell'autore, dalla sua disponibilità e dalle sue idiosincrasie.
Nella pluralità delle voci, ricorrono elementi costanti: una sorridente autoironia, la passione intransigente per il lavoro ben fatto, la dedizione affettuosa ma non dolciastra, l'accanimento artigianale, quella sorta di mistica del perfezionismo che può spingere il traduttore-accordatore a passare ore per trovare la nota giusta, l'orecchio incollato al clavicembalo.
Un homo faber come Primo Levi, lui stesso eccellente traduttore e uomo di numerosi dizionari, vi si potrebbe riconoscere.


In un mondo sempre più sciatto, superficiale e approssimativo, in cui il "tirato via" è diventato la norma in ogni campo, il refuso impera, e le professionalità non vengono certo esaltate o ricompensate come meritano (mi viene il sospetto che al merito il microclima italiano sia radicalmente sfavorevole, così come non possono crescere betulle nel deserto), si esce dalla lettura di questo libro tonificati, riconfortati: finché esistono musicisti-artigiani-poeti come questi, possiamo ancora farcela.

© 2008, BESA

Ilide Carmignani – Gli autori invisibili
176 pag., 14 € – Edizioni Besa 2008 (Astrolabio)
ISBN 978-88-49-70545-4


16 giugno 2008 Di Ernesto Ferrero


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