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HOME | mercoledì 23 maggio 2012 |
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La prefazione a Così tante vite. Il Novecento di Giancarlo Vigorelli
Giancarlo il Grande di Claudio Magris
Nel 1984, in piena era Ceausescu, sono andato in Romania; l'occasione di un incontro - insieme a Umberto Eco, Lorenzo Renzi e Bianca Valuta - con gli scrittori romeni mi permetteva di entrare un po' più addentro in quel paese danubiano e mi ha reso possibile un soggiorno abbastanza lungo, colorito e avventuroso, lungo le sponde del fiume e non solo nei loro paraggi, in quel paese in cui avevo la sensazione di affondare come in un cedevole, ambiguo e affascinante sostrato, composito e sfuggente, della Mitteleuropa più protesa al Sud e all'Oriente. Appena arrivato, fui accolto, insieme agli altri amici, da Alexandru Baiaci, il grande accademico e italianista romeno, affascinante nella sua cultura e nella sua arte - tanto più necessaria ma anche tanto più difficile nel mondo in cui viveva e in cui aveva vissuto in anni terribili - di sgusciare tra le difficoltà con l'aria di volerle soltanto sfuggire, mentre sapeva balzar loro in sella e prenderne le redini. La prima cosa che mi disse Baiaci salutandomi, fu la richiesta di notizie su Giancarlo Vigorelli, un nome che ritornò più volte nei nostri incontri successivi e nei nostri brindisi, in cui Baiaci - e con lui altri illustri studiosi e scrittori romeni - gli inviavano i più fervidi saluti, con una evidente profonda riconoscenza e con un grande affetto. Baiaci aveva una vastissima conoscenza della cultura europea e in particolare di quella italiana, di cui aveva letto tutto, di cui aveva conosciuto e conosceva i rappresentanti ed esponenti - grandi, medi e minori. Ma il nome che riassumeva per lui il nostro paese, la nostra cultura - e quel senso dell'inestricabile nesso fra vita e letteratura che è il sale della cultura - era Vigorelli. Avevo la sensazione di essere, per così dire, protetto, in qualche modo garantito dall'ombra del grande Giancarlo e non solo perché già allora egli mi aveva dimostrato quella generosità e quella benevolenza di cui mi avrebbe dato tanti indimenticabili segni anni dopo.
Ricordo questo episodio, perché Giancarlo Vigorelli ha saputo unire come pochi la vigorosa, strenua professione di critico letterario, di grande interprete della letteratura e grande saggista, con una testimonianza umana, direi con una capacità di rigoroso ma caldo affetto per la vita e per gli uomini che è - o almeno dovrebbe - essere il senso della letteratura, ma che pochi rappresentanti di quest'ultima hanno. Egli invece l'aveva o meglio lo incarnava, già nella sua personalità - così ricca, esuberante, che poteva avere difettacci ma nessun difettino, capace di capire, quando era necessario anche di colpire (con il rigore del giudizio fondato su una profondissima e scrupolosa conoscenza), ma soprattutto capace di aiutare, di abbracciare, di sorreggere. Anche fisicamente, la sua personalità aveva qualcosa di grande e di generoso, forse di intemperante, ma di quella intemperanza che è indissolubile dalla "calda vita", come la chiamava Saba.
A proposito del genere letterario che per lui non era solo quello che gli stava più a cuore, ma anche quello che in qualche modo idealmente riassumeva tutta la letteratura, ovvero il romanzo, Vigorelli, in saggi memorabili, ha parlato di peccato e di grazia, ossia di quella capacità di tuffarsi nel fiume della calda vita, assumendola su di sé, giudicandola e comprendendola, ma alla fine accettandola e accompagnandola fraternamente. Una capacità che è tanto superiore a quella asettica purezza da torre d'avorio che Kafka sapeva bene essere colpevolmente arida nei confronti della vita e dunque della letteratura che è chiamata ad esprimerla e a coglierne il senso. Se è lecita una piccola testimonianza personale, io mi sono sentito accompagnato, in qualche modo protetto da Giancarlo (ma senza alcuna facile indulgenza, perché Vigorelli, grande critico, sapeva che la verità del giudizio è necessaria al calore dell'affetto e della fraternità che non vogliano essere una pappa sentimentale ovvero falsa). La benevolenza che egli mi ha dimostrato è un conforto, perché, quando (come capita a tutti noi) dubito più profondamente di me e del poco che posso fare, penso che, in fondo, se lui mi ha, almeno in certe cose, approvato, vuol dire che non devo aver sbagliato proprio tutto. Ma mi sono sentito anche, per così dire, indirizzato; in quella sua capacità di unire letteratura e vita, Giancarlo Vigorelli sapeva che la cosa fondamentale, nell'esistenza, è trovare la propria strada, qualunque essa sia, purché sia la nostra, coerente col nostro essere. E ciò che lui scriveva non ci aiutava soltanto a comprendere, ad accettare, a rifiutare, a criticare, ad amare tante grandi opere, ma - attraverso questo esercizio realmente umanistico ossia di radicale umanità - ci aiutava a trovare la nostra strada, il nostro cammino, a scegliere meglio o meglio a riconoscere i nostri dèi. Un altro carissimo amico scomparso, Sergio Pautasso, ha ricordato l'essenza morale e non moralistica della scrittura di Vigorelli, del suo essere scrittore, identificandola nella partecipazione agli avvenimenti. E partecipare significa appunto prendere parte alla calda vita, condividerla con fraternità ma senza complicità, con severità ma senza durezza; con umanità. "Stare dentro ai fatti, direi anche alle persone, più che rifletterli e rivederli allo specchio" ha scritto Giancarlo Vigorelli nel Diario europeo. Questo essere dentro significa accompagnare realmente un'esperienza, capirla dall'interno e riconoscerne l'umanità; è questo che ha fatto Giancarlo Vigorelli nella sua vastissima opera, nei saggi e negli articoli, talora anche brevi, saggi d'ampio respiro e note dedicate alla letteratura universale, della tradizione e del presente.
Giancarlo è uno spirito realmente cosmopolita; a scorrere gli autori dì cui si è occupato si resta affascinati e quasi stupiti, ci si chiede come sia stata possibile questa conoscenza così profonda - istintivamente partecipe e insieme rigorosamente verificata - non solo della tradizione italiana e in particolare lombarda (della quale Vigorelli è stato sia un grande interprete sia un grande rappresentante) ma anche delle letterature straniere, da quella russa a quella francese, dalle correnti della narrativa spagnola o di quella polacca colte nel momento del loro sorgere; da autori anche lontani nello spazio e provenienti da culture diverse come Hikmet o Tanizachi. La letteratura, per Giancarlo, è vita, come egli ha detto anche esplicitamente più volte (ad esempio in Carte d'identità) e anch'egli ha praticato la letteratura come vita; senza confondere le due, ma cogliendole nel loro nesso che è insieme distinzione di momenti diversi ma radicati in una profonda unità. E per lui anche l'esercizio della letteratura è stata vita; vita gagliarda, avventurosa, che lo portava a battersi per scrittori e culture perseguitate, come ha fatto fondando la Comunità Europea degli scrittori, assegnando il Premio Taormina a Anna Akmatova, svolgendo una lungimirante opera di mediazione fra la cultura occidentale e la cultura dell'"altra" Europa, come si diceva con un falso e ingiurioso aggettivo che Giancarlo ha contribuito ad abolire. In questo senso, il lavoro svolto dalla "Nuova Rivista Europea" è di grande valore, come già la sua precedente versione "L'Europa letteraria".
Giancarlo ha sollevato il caso Siniavski e Daniel ed è anche merito suo se i due scrittori hanno potuto uscire dalla Russia; ha promosso la libertà di Solgenitsin; ha accolto, ospitato, aiutato, interpretato, diffuso, fatto tradurre molti intellettuali e scrittori fuoriusciti dai loro paesi dell'Est nei momenti più difficili dei loro paesi. In tal modo egli continuava coerentemente la sua battaglia per la libertà iniziata sin da giovane con la milizia antifascista, con l'attiva partecipazione a quella Resistenza che oggi non ci si stanca di diffamare (e anche qui ci manca la sua voce, il suo ruggito di vecchio leone). L'elenco degli autori di cui si è occupata la "Nuova Rivista Europea" è impressionante per vastità, varietà, per f'intensità con cui, talora in saggi più ampi talora in poche note, vengono colte le caratteristiche essenziali di autori e correnti.
A questa mediazione culturale si aggiungeva una concreta battaglia civile e politica, che non confondeva mai l'uomo e lo scrittore, ma non dimenticava mai la loro unità. Quest'impegno è stato mettersi alla ricerca, in una "odissea della disillusione" che ne scopre e verifica l'assenza ma, proprio così facendo, ne esalta la grandezza. A questa grande riflessione, Vigorelli porta una originale e geniale nota cristiano-cattolica, che la arricchisce profondamente. Il romanzo - il genere più misto, confuso, approssimato è chiamato a fare i conti con questa assenza, con quel peccato originale della modernità (ma anche con la felix culpa di questo peccato) da cui nasce la grande letteratura moderna.
Vigorelli scrive genialmente "... un romanzo è difficilmente consentibile dietro le summae tomistiche, ma il romanzo è addirittura inconsentibile dietro, per esempio, al De hominis dignitate di Pico della Mirandola... Alla fine il romanzo nasce quando la soluzione teocentrica del Medioevo urta con quella antropocentrica dell'umanesimo... Il romanzo è ogni volta ragione e indizio (e rimedio) d'una crisi, d'una riforma...". Queste righe sono una diagnosi formidabile della condizione della letteratura contemporanea e della modernità che in essa si esprime. E altrettanto geniale è il "sospetto" - come lo chiama lo stesso Vigorelli "che la Colonna Infame non è una appendice del grande romanzo, ma, forse, è l'azzardato compendio di quell"altro romanzo' che il Manzoni si vietava di scrivere sino a preferire il silenzio, il romanzo della passione e della cecità, del vortice e dell'arbitrio". È questa visione all'ingrande - unita a una finissima capacità di cogliere l'istante, a un fiuto da segugio e a una grande passione civile - che ha permesso a Giancarlo Vigorelli memorabili interpretazioni critiche di autori: da Mann a Lowry, da Babel a Beckett, da Roth ai classici lombardi quali Rovani, Dossi o Lucini. Pagine che si animano di calda scoperta o di inesorabile demistificazione, come nel caso di Robbe-Grillet; che dalla letteratura passano a cogliere movimenti intellettuali epocali, come lo splendido saggio Céline, ritorni giusti e sbagliati, che - rendendo giustizia al grande scrittore francese e ad altri grandi reazionari coinvolti nelle contraddizioni dell'epoca e sue vittime - fa il punto sull'ambiguità e sulla falsità del loro ritorno ideologico che, anziché rendere loro disinteressatamente giustizia e comprenderli umanamente nella loro tragica e illuminante parabola (illuminante pur nell'errore) si trasforma in una insinuante regressione etico-politica. Ma bisognerebbe fare tanti, tanti esempi: osservazioni su autori vicini e lontani, grandi e minori; su protagonisti della vita civile come Valiani e su tragici fatti di storia come il terrorismo; su Beckett che consacra più che dissacrare e tante altre cose ancora. Talvolta, nella polemica, la sua esuberanza lo ha fatto andare oltre il limite, lo ha indotto a errori. Ma anche nella polemica è stato grande: si pensi alla laconica, definitiva stroncatura di Toni Negri, "spregevole intellettuale non d'avanguardia ma da ritirata".
Come dice il titolo di un suo saggio, la Orina e l'Adda s'incontrano e con esse tutti i grandi fiumi e tutte le grandi strade del mondo, sulle quali Giancarlo Vigorelli si è incamminato con il piglio picaresco dell'avventuriero e con la tenace solitudine del viandante; col passo di un uomo che - dalla sua fede, dal suo senso della storia e dalla sua esistenza - ha imparato che la condizione dell'uomo sulla terra è lo status viatoris, come dicono i teologi, la condizione di viaggiatore. Un cammino difficile, ma anche gagliardo, sempre generoso. Considero una grande fortuna averlo incontrato e ho la sensazione di aver fatto un piccolo pezzo di strada insieme a lui, al suo fianco, con lui che dettava il passo, ma sempre attento all'altro.
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