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La scienza, la città, la vita

Milano 1906: l'Esposizione internazionale del Sempione



Alla Bicocca una mostra rievoca lo slancio tecnologico e sociale del 1906, che solo ora la ricerca storica comincia ad esplorare


Alla fine di aprile del 1906, si apriva a Milano l’Esposizione Internazionale, realizzata per celebrare il traforo ferroviario del Sempione, che avvicinava l’Italia all’Europa, favorendo gli scambi commerciali e culturali a quasi cinquant’anni dall’Unità, in fase di pieno decollo economico per il nostro paese: era una grande mostra internazionale originariamente dedicata ai mezzi di trasporto e ai mezzi di comunicazione, quegli strumenti che consentono a individui e popoli di entrare in contatto, conoscersi e arricchirsi reciprocamente. L’asse concettuale resterà questo, ma l’esposizione si accrescerà poi man mano di nuovi settori e contributi, articolandosi in modo da offrire un quadro tendenzialmente completo di  attività produttive, risorse tecnologiche e creatività.
Lasciatasi alle spalle l’Ottocento delle celeberrime esposizioni universali soprattutto londinesi e parigine, l’Italia era finalmente all’altezza di promuovere una iniziativa di questa portata, confrontandosi con il resto del mondo, senza timore di rimanere schiacciata dall’accostamento alle nazioni economicamente più avanzate. Erano presenti grandi paesi europei come l’Inghilterra, la Germania, la Francia, il Belgio ma anche la Russia, la Cina, le Repubbliche Sudamericane, il Giapppone, il Canada e molti altri. Sede naturale la città di Milano, all’avanguardia nello sviluppo del paese, portatrice esemplare dei fermenti, dei valori e delle contraddizioni della modernità e a quella data – ormai da più di vent’anni – con il titolo acquisito di “capitale morale”.


Nella ricorrenza del centenario, l’Università degli Studi di Milano – Bicocca ha promosso una mostra rievocativa curata da Pietro Redondi (ordinario di storia della scienza) e Domenico Lini (già direttore del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano e docente in Bicocca a Scienze della Comunicazione).


L’Esposizione Internazionale del 1906 occupava circa un milione di metri quadri su due aree collegate da un’ardita ferrovia elettrica sopraelevata: il Parco del Castello Sforzesco (dall’Arco della Pace al Castello) e la Piazza d’Armi, che diciassette anni dopo sarebbe diventata la sede della Fiera di Milano. Il Parco accoglieva le sezioni di maggiore rappresentanza in senso tradizionale (ingresso d’onore, arti decorative e Belle Arti, architettura), mentre in piazza d’Armi si concentravano i padiglioni più tecnici e relativi alle attività produttive industriali, in primo luogo l’immensa Galleria del lavoro, in cui ogni giorno centinaia di operai davano vita a diversi cicli completi di lavorazione. Tale ripartizione delle sezioni nelle due sedi testimonia il legame tra l’Esposizione del Sempione e i due futuri enti Fiera e Triennale, che mutatis mutandis sulle stesse aree porteranno avanti istituzionalmente l’impegno espositivo, con una continuità che può risultare sorpendente.
Gli edifici (più di duecento), grazie ai quali si ebbe l’affermazione di uno stile architettonico coerentemente moderno (che non è improprio definire liberty, ma declinato in una versione nè rigorosa, nè raffinata), furono progettati, com’era costume, come effimeri fin dall’inizio e quindi smantellati al termine della manifestazione, con l’eccezione dell’Acquario di viale Gadio (da poche settimane restituito alla città di Milano grazie a uno splendido restauro). Per l’uso di materiali poco duraturi come il gesso, la cartapesta e il cartongesso, l’esposizione nel suo complesso si presentava come una Città Bianca: così fu cantata dal poeta Giovanni Bertacchi e così era da tutti, tra la familiarità e il mito, designata. 


Nel suo complesso, la rassegna proponeva una grandiosa celebrazione del lavoro dell’uomo, dei progressi delle conoscenze scientifiche e tecniche, applicati all’industria: la vittoria delle capacità dell’uomo sulle forze della natura, emblematicamente rappresentata dal successo dell’impresa del Sempione, a cui era dedicato un padiglione in posizione d’onore, che costituiva anche l’entrata principale dell’Esposizione, nel quale era possibile percorrere un fac-simile del tunnel. Non mancavano poi punti di ristoro, divertimenti e attrazioni, dove gli aspetti sociali della vita moderna, urbana, erano predominanti e la folla diventava protagonista assoluta: i visitatori paganti furono più di sette milioni.


Il taglio della mostra, che rimarrà aperta alla Bicocca fino al 30 giugno, privilegia le scienze applicate, di cui ricostruisce la presenza all’Esposizione attraverso numerosi cimeli, filmati d’epoca (appositamente restaurati dalla Cineteca di Milano) e duecento fotografie originali, in undici sezioni: traforo del Sempione, Acquario Civico e acquicoltura, trasporti ferroviari, automobilismo e ciclismo, aeronautica, metrologia, agraria, previdenza, igiene, Galleria del lavoro. Redondi (che molti ricorderanno per il suo Galileo eretico) tiene a sottolineare la peculiare caratteristica, che differenziava l’esposizione milanese dalle enciclopediche esposizioni universali a cui, per tanti versi, di primo acchito sembrerebbe legittimo assimilarla: si tratta soprattutto della “socializzazione della scienza, ossia l’idea che sono soprattutto le applicazioni utili a tutta la società e capaci di alleviare le sofferenze umane a conferire senso e significato all’impresa scientifica; ideale che in concreto si traduceva in una formidabile mobilitazione nella tutela dei lavoratori e nel miglioramento delle condizioni della vita materiale e culturale della società nel suo insieme”. Tali ideali avevano influenzato positivamente il cantiere modello del traforo del Sempione, che ebbe infatti un ruolo fondamentale nella nascita della moderna medicina del lavoro e offrì molte suggestioni nei campi della previdenza e dell’assistenza.
La perforatrice Brandt che spicca al centro dell’allestimento è contemporaneamente simbolo dell’eroica vittoria dell’uomo sulla greve forza oppostagli dalla montagna, della fatica degli operai che realizzarono il tunnel e del progresso scientifico-tecnico, con tutte le sue ricadute positive, quando l’uomo è messo al centro del progetto: grazie a questa macchina, che era idraulica, il rischio di silicosi per i lavoratori diminuì drasticamente.
Di lì a pochi anni però, il modello di pacifica competizione produttiva e l’internazionalismo progressista della festa di scienza e lavoro celebrata a Milano avrebbero purtroppo lasciato il posto al vecchio schema dello scontro bellico tra nazioni, di cui era d’altronde già dato cogliere una premonizione a Milano nel 1906: incarnata dai mastodontici cannoni Krupp presentati dalla Germania.


La scienza, la città, la vita è stata preceduta e “preparata” dalla Giornata internazionale di studio Milano 1906: l’Esposizione internazionale del Sempione, svoltasi in Bicocca il 27 ottobre scorso per opera dell’infaticabile Redondi, da cui è scaturito un volume di quindici saggi di studiosi italiani e svizzeri; anche il catalogo della mostra edito da Skira, su cui campeggia il rosso Mercurio del manifesto ufficiale di Leopoldo Metlicovitz, si avvale del contributo di studiosi presenti all’iniziativa di ottobre, raro caso di apertura e vivace dialogo tra ricercatori appassionati che si trovano a costituire un gruppo piuttosto numeroso e molto vario.
D’altra parte, l’Esposizione Internazionale del 1906 si offre alla ricerca storica con vastissimi spazi ancora inesplorati: c’è molto da fare per gli storici della scienza, della tecnica, dell’industria, così come per chi si occupa di storia sociale, delle mentalità, della comunicazione e della rappresentazione, di miti e simboli della modernità.


Molte le iniziative per il centenario del traforo del Sempione e dell’Esposizione internazionale di Milano 1906

[Ilaria M.P. Barzaghi è autrice del saggio “Città Bianca” o Città del Lavoro? Mito e simboli dell’Esposizione Internazionale del Sempione: appunti  per un  percorso  nel Catalogo della mostra, edito da Skira, prossimamente in libreria]

05 giugno 2006 Di Ilaria M.P. Barzaghi

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