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ARTICOLO

Mafia e camorra sullo schermo: una battaglia civile



Il cinema italiano è riuscito a denunciare con una forza straordinaria i fenomeni della criminalità organizzata: il potere delle immagini, le emozioni che suscitano e l’indignazione che ne segue rende questa forma di comunicazione una delle più importanti nella costruzione di una coscienza civile. Ecco alcuni film che tra verità e verosimiglianza hanno denunciato il fenomeno tragico e antico della criminalità organizzata.



Un film di Francesco Rosi - Salvatore Giuliano (1962)

Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta
Uno dei film di denuncia più significativi della cinematografia italiana.
Salvatore Giuliano, che ha già sulle spalle l’uccisione di un carabiniere, nell’immediato dopoguerra forma una banda e entra a far parte dell’esercito separatista. Quando l’esercito viene sciolto, Giuliano rimane isolato con la sua banda ed è costretto a riprendere la sua attività di fuorilegge. Il suo nome è legato alla strage di Portella della Ginestra, nella quale furono uccisi uomini, donne e bambini. Diventato sempre più scomodo, anche per coloro che lo avevano utilizzato, il 5 luglio 1950 viene ritrovato il suo cadavere. Dell’omicidio venne accusato uno dei suoi luogotenenti, Gaspare Pisciotta, che poi fu avvelenato in carcere. Il film è un’inchiesta sui fatti che portarono alla morte del bandito. Rosi può essere considerato il capostipite del film inchiesta.


Quattro film di Damiano Damiani


Il giorno della civetta (1968)



Damiano Damiani è uno dei maggiori registi del filone politico civile italiano, insieme a Rosi e Petri, debutta agli inizi degli anni Sessanta con la trilogia Il rossetto, Il sicario e L'isola di Arturo. Imboccò poi la strada del cinema politico di denuncia soprattutto dei fenomeni di criminalità mafiosa. Tra i suoi molti film ricordiamo Quién sabe? (1967), Il giorno della civetta (1968), da Sciascia, Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (1971), L'istruttoria è chiusa: dimentichi (1972), Come si uccide un magistrato (1974), Io ho paura (1977), L'avvertimento (1980), Amityville Possession (1982), Pizza Connection (1985), L'inchiesta (1987), Il sole buio (1989), L'angelo con la pistola (1992). Per la televisione ha diretto alcuni sceneggiati tra cui La piovra (1984) e Il treno di Lenin (1990).
Il giorno della civetta, tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia è un film di forte impegno civile e realisticamente pessimista: la conclusione, che vede i mafiosi rimessi in libertà e il coraggioso magistrato trasferito, la dice lunga sulla fiducia della volontà delle istituzioni del tempo nel voler combattere e contrastare il fenomeno mafioso.
Quando un piccolo imprenditore edile viene ucciso, un confidente del capitano dei carabinieri Bellodi gli fa capire che Rosa Nicolosi (che vive con il marito e la figlia nel casolare nei cui pressi è stato commesso il delitto) sa molto su quella morte. Bellodi riesce a strappare alla donna il nome di quello che con ogni probabilità è l’assassino; nel frattempo è scomparso il marito di Rosa e le autorità cercano di far passare il delitto come passionale compiuto dallo stesso Nicolosi. Quando Bellodi arresta il probabile assassino getta scompiglio sia nelle file mafiose che in quelle dei politici locali, e allora…. Si sceglie di insabbiare tutto e di trasferire Bellodi.



Perché si uccide un magistrato (1975)


Un giovane regista, Giacomo Solaris, è a Palermo per la presentazione del suo film Palazzo di giustizia che suscita molte polemiche ma ottiene grandi incassi. Ad aiutarlo nella costruzione del film erano stati suoi amici ben addentro nei fatti: il Commissario Zamagna, il costruttore mafioso Terracina, la redazione di un giornale locale. L’atto d’accusa è nei confronti di un magistrato che   corrotto che verrà poi ucciso e su cui Solaris vorrà indagare sentendosi in qualche modo in colpa.. Quando però la verità verrà a galla si dimostrerà ancora più meschina e ignobile del previsto.

"Se un alto magistrato viene ucciso a rivoltellate nel parco della Favorita, a Palermo, quali potrebbero essere le cause del delitto? Compromissioni mafiose? Vendette di cosche rivali? Sfida della malavita ai poteri dello stato? Per formulare tali ipotesi basta essere un discreto lettore di quotidiani; oppure aver sfogliato un romanzo di Sciascia; o, più semplicemente, aver visto il film Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica di Damiano Damiani. Ed ecco che proprio Damiani, rappresentandosi idealizzato nel personaggio del regista Solaris (Franco Nero) in Perché si uccide un magistrato, ci tiene a dire: attenzione, la vita è più complessa delle sue interpretazioni in chiave politica; in certe faccende forse la mafia non c’entra, magari sono semplici storie di corna. Dicono che il cineasta friulano sia rimasto molto colpito quando all’indomani dell’uscita del film in cui attaccava il procuratore capo di Palermo, il dottor Scaglione fu ucciso in un’imboscata. Della crisi interiore di Damiani testimonia ora il buon Solaris: uno strano regista che, mentre il suo film sta incassando a tutto spiano, non se ne sta in piazza del Popolo a raccogliere i complimenti, ma continua la sua inchiesta in Sicilia con l’accanimento di un reporter o di un poliziotto. Mai visto davvero, nella fauna cinematografica, un simile esemplare. Troppo visto, invece, tutto il resto: vedove minacciose e mafiosi ambigui, sicari ferocissimi e notabili dalle mani sporche. E resta da decidere se sia un omaggio alla verità, o non piuttosto un involontario servizio reso alla mafia, insinuare il dubbio che Scaglione sia stato ammazzato per una faccenda di donne."
Da Tullio Kezich, Il Mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977, Edizioni Il Formichiere


Un uomo in ginocchio  (1979)

Nino gestisce un chiosco/bar in centro a Palermo. Un giorno si accorge di essere pedinato e viene a sapere di essere stato condannato a morte da una cosca mafiosa perché una tazzina del suo bar è stata trovata nel nascondiglio della moglie di un boss e la cosa lo metterebbe in relazione con la cosca rivale. Nino sarà costretto a vendere il suo chiosco anche perchè il suo socio viene ucciso. Colui che aveva dato a un killer, Platamone, l’incarico di ucciderlo, don Vincenzo Fabbricante, si presenta a Nino e cerca di legarlo alla sua cosca. Ma, per ribellarsi a tanta violenza, lui uccide don Vincenzo e cerca anche portare dalla sua parte Platamone che finirà per morire incidentalmente.  

"Tra i film sulla mafia diretti da Damiani Un uomo in ginocchio, scritto con Nicola Badalucco, occupa un posto particolare: è infatti un tentativo di vedere il problema a livello popolare, cioè in mezzo alla manovalanza. La faida fra due grandi «famiglie» palermitane, che ha portato al sequestro e alla sanguinosa liberazione della moglie di uno dei capi, è vista soltanto nei sussulti che provoca nella vita di Nino: ex ladro d’automobili, pregiudicato, modesto bibitaro con famiglia a carico, finito per errore in una lista di otto condannati sui quali deve abbattersi la giustizia dell’onorata società. Quando Nino scopre di avete addosso Platamone, un killer di Borghetto, lo affronta per convincerlo della propria innocenza, cade nelle sue reti, viene imbrogliato e sfruttato. Un intervento dell’alta mafia, anziché chiarire la situazione, drammatizza sempre di più lo scontro fra la vittima e il killer, poveri sottoproletari destinati a sbranarsi a vicenda. Prima di indulgere a un’ambizione un po’ smodata di apologo brechtiano, il film risulta avvincente ,nella descrizione di ambienti e comportamenti sociologicamente aberranti; e in qualche modo, oltre che rifarsi a una buona documentazione sull’argomento, rispecchia l’affiato romanzesco del primo Sciascia, quello di il giorno della civetta non a caso portato sullo schermo dallo stesso Damiani. Fra gli interpreti è più sobrio e convincente Giuliano Qemma, mentre l’estrosa caratterizzazione del killer fatta da Michele Placido indulge a uno psicologismo isterico."
Da Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori



Pizza Connection (1985)


Mario, un palermitano emigrato a New York dove gestisce una pizzeria, è già stato testato dalla mafia e giudicato affidabile. Gli viene così affidato un incarico delicato: deve tornare a Palermo e uccidere un magistrato.Tornato a casa ritrova la famiglia e in particolare il fratello minore Michele a cui è particolarmente legato. Michele è un ragazzo onesto e solo un vago accenno che potrebbe testimoniare alla polizia, avendo assistito all’ennesimo delitto di mafia, gli costa il posto di lavoro. Nel frattempo poi a queste vicende si intreccia una storia d’amore: il ragazzo si innamora di Cecilia, una quindicenne costretta dalla famiglia a prostituirsi per avere il denaro da lei così guadagnato utile a sanare un debito contratto dai suoi. Mario si offre di aiutare Michele volendo però in cambio che il fratello faccia il suo braccio destro. Inizia ad addestrarlo alle armi e gli affida il primo delitto. Il ragazzo però cerca di allertare la polizia, ma…  



Tre film di Giuseppe Ferrara


Il sasso in bocca (1971)

Giuseppe Ferrara nasce il 15 luglio 1932 a Castelfiorentino, in Toscana. Si laurea in Lettere all'Università di Firenze con una tesi in storia del cinema. Inizia la sua attività come pubblicista cinematografico nel 1952. Iscritto al Sindacato Critici Cinematografici Italiani, si è diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma nel 1959. Fra il '57 e il '66 pubblica i primi 3 libri sul cinema, e nel frattempo collabora a pubblicazioni specializzate, e caratterizza la sua ricerca nella direzione storico-saggistica. Ha realizzato documentari cinematografici, lungometraggi a soggetto e programmi sia per la Rai che per le Tv private.
Nel 1960 fonda il mensile 'Film Selezione', che dirige per un anno. Ha collaborato con conversazioni di carattere cinematografico a Raidue e Raitre, ha diretto una 'Enciclopedia pratica dello spettacolo' in 80 fascicoli (Accademia, 1970-76) ed ha collaborato a volumi di carattere antologico. Ha insegnato in scuole di cinema e realizzato programmi didattici sul cinema, divenendo in seguito direttore dell'Accademia Rosebud di Roma. Dal 1964 al 1969 ha fatto parte del direttivo dell'ANAC e della FILS-CGIL Cinema. Direttore di doppiaggio, è Presidente della NCD, Nuova Cooperativa Doppiaggio, e amministratore (dal 1968) della TV Cine 2000. Ha fatto parte degli organi dirigenti della cooperazione. I suoi documentari sono stati oggetto di un corso monografico presso l'Università di Bologna (prof. G. Bergamozzi) e di tesi di laurea.
La trilogia di questo regista si apre con questo documentario del 1971 in cui, utilizzando brani di repertorio e precise ricostruzioni, vengono ricostruite le origini storiche e sociali della mafia, i rapporti con la malavita americana, il sindacalismo e le lotte per la distribuzione delle terre, il potere politico e le sue connivenze, dal viaggio in Sicilia di Mussolini, ai suoi contatti con Vito Genovese, allo sbarco degli alleati in Sicilia.


Cento giorni a Palermo (1984)


Il 3 settembre 1982 viene ucciso a Palermo il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e la giovane moglie: si concludono così, tragicamente, i suoi cento giorni da prefetto.
Il film inizia con le uccisioni dell’ispettore Giuliano, di Pier Santi Mattarella e di Pio La Torre. Il turbamento e l’angoscia che pervadono la Sicilia vengono affrontati dallo Stato con l’invio di un prefetto dalla grande autorità e dall’importante passato: il generale dalla Chiesa, colui che aveva sconfitto il terrorismo. Ma il generale non ha a disposizione né una legge antimafia adeguata, né pieni poteri. Mentre da una parte dalla Chiesa sollecita arresti e indagini finanziarie, dall'altra la lotta tra le cosche diventa sempre più cruenta e provocatoria. I poteri promessi non vengono dati e la mafia fa sentire il suo potere anche in Parlamento. Il generale convoca così il giornalista Giorgio Bocca per rilasciargli una clamorosa intervista, in cui denuncia le inadempienze governative, promettendo da parte sua una lotta senza quartiere contro la mafia. Il senso del dovere con cui affronta la difficile missione, il rifiuto dei privilegi e la solidarietà della chiesa locale (in particolare del cardinale Pappalardo) non riescono però a compensare l’assordante silenzio e il gelo delle istituzioni. L’isolamento in cui viene a trovarsi culminerà così nella sua brutale uccisione.  




Giovanni Falcone (1993)


Un'immagine dell'attentato

Il film ripercorre la storia del giudice Falcone e la sua lotta alla mafia, dall’inchiesta sull’uccisione del generale dalla Chiesa alla collaborazione con Rocco Chinnici, quando venne ipotizzata l’esistenza di un terzo livello, cioè dello stretto rapporto tra mafia e politica. Dopo l’assassinio di Chinnici, Falcone proseguì le indagini e ottenne la collaborazione di alcune figure importanti nel sistema mafioso: tra queste la più nota e “utile” fu la testimonianza del pentito Tommaso Buscetta. Quando Caponnetto  lasciò l’incarico di guida del pool antimafia, la convinzione generale era che spettasse proprio a Falcone succedergli, ma a lui venne preferito dal Consiglio Superiore della Magistratura il giudice Meli, per ragioni di anzianità. Falcone così, sempre più isolato, accettò l’incarico di Direttore generale degli affari penali  e si trasferì a Roma., ma il 23 maggio 1992, rientrando in Sicilia, venne fermato per sempre da una bomba posta sull’autostrada che conduce dall’aeroporto a Palermo. Insieme a lui furono uccisi, la moglie e la scorta



Un film di Giuseppe Tornatore - Il camorrista (1986)


Un'immagine dal film
Il camorrista ripercorre le vicende del "professore" che dal carcere gestisce e amministra la camorra riformata. Aiutato dalla fedele sorella, l'uomo fugge dal penitenziario e crea una potentissima organizzazione criminale che riesce a infiltrarsi in tutti i livelli della società. Lasciatosi alle spalle un'interminabile scia di sangue, il professore verrà finalmente catturato e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Detenuto nel carcere di Poggioreale, un malavitoso che si fa chiamare il "Professore" cerca di farsi strada nella camorra e prendere il posto di un boss anziano. Ancora dietro le sbarre, costituisce una piccola organizzazione, mentre da fuori la sorella Rosaria si occupa di costruire le basi del suo futuro impero e s'impegna ad amministrarne il patrimonio. Il Professore trova il modo di farsi trasferire in un manicomio criminale dal quale evade senza troppi sforzi, assistito sempre dalla sorella, che pianifica anche il suo espatrio clandestino negli Stati Uniti. Da New York, il fuggiasco entra in contatto con i capi di Cosa Nostra per stabilire nuovi rapporti d'interesse, prima di rientrare in Campania dove assume il totale controllo dell'organizzazione e del territorio, suscitando l'invidia degli altri capi. Si trova così sotto la costante minaccia degli attentatori e Alfredo Canale, uno dei suoi più leali sicari, per salvargli la vita decide a malincuore di denunciarlo alla polizia, rivelando l'ubicazione del suo nascondiglio. Il Professore sospetta il tradimento e decide, per questo, di punirlo con la morte. Ma il grado di potere raggiunto dal boss è oramai fuori dalla portata degli investigatori: con gli strumenti del ricatto e dell'intimidazione, ottiene l'appoggio dei servizi segreti e di alcuni importanti uomini di stato, di cui conosce molti inconfessabili segreti.  




Un film di Alessandro di Robilant - Il giudice ragazzino (1993)


La tomba di Rosario Livatino
Il film, tratto dall’omonimo libro di Nando dalla Chiesa, racconta la vicenda umana e pubblica di Rosario Livatino, giovane magistrato siciliano che coraggiosamente conduce inchieste, anche patrimoniali, sui clan dell’agrigentino e in particolare sulle due famiglie che si contendono il primato. Minacciato, visti uccidere i suoi collaboratori, ugualmente Livatino non indietreggia e riesce a incastrare il boss Giuseppe Migliore. Ma “Livatino fu lasciato solo, attaccato e delegittimato dalle stesse istituzioni ma la sua voglia di giustizia non lo fece mai indietreggiare nella ricerca della verità”: queste le parole che Rita Borsellino ha detto lo scorso primo ottobre commemorando la morte del giudice avvenuta il 21 settembre 1990. Il termine “giudice ragazzino” fu usato con spregio dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che disse che a questi giovanissimi giudici non avrebbe affidato nemmeno la gestione di una “casa terrena” (in Sardegna viene così definita una casa a un piano con la porta che funge anche da finestra).
“Una coreografia rotta solo da un punto, un punto bianco. È il lenzuolo che copre giù nel vallone, il corpo del giudice, steso su quello che è probabilmente il letto essiccato di un torrente. È uno spettacolo orribile, che spezzerebbe qualsiasi collaudata coreografia. A darne testimonianza è l'inviato del quotidiano la Repubblica, Attilio Bolzoni, che racconta con raccapriccio di quello che da lontano sembra un punto bianco e che da vicino è un lenzuolo con le formiche che ci camminano sopra, con le mosche che ronzano intorno, con il vento che lo solleva ad ogni soffio scoprendo il viso pallido di un uomo appena morto. Eppure la coreografia non si arrende. Elicotteri che volteggiano nel cielo, sirene dappertutto, agenti e carabinieri a ogni incrocio. La potenza e i mezzi dello Stato sbucano quasi dal nulla a far vedere ciò che potrebbe essere e che graziosamente non è."
Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino.




Un film di Roberta Torre - Tano da morire (1997)


Un caso cinematografico, questo film, accusato di raccontare la mafia utilizzando il registro del film brillante: ma si può ridere sulla mafia? È lecito affrontare col sorriso la terribile violenza e crudeltà di Cosa Nostra? Pare proprio di sì: Roberta Torre, milanese di nascita ma palermitana di adozione, riesce perfettamente in questo intento, grazie anche ad un cast composto da panettieri, salumieri, casalinghe ed infermiere, tutti improvvisatisi attori per l'occasione. Un narratore, Enzo, cognato di Tano, ci presenta la famiglia Guarrasi, Tano (un macellaio diventato un temibile boss) e le sue quattro sorelle rimaste zitelle a causa della terribile gelosia del fratello. Morto Tano, ucciso nella sua macelleria, la sorella Franca decide che finalmente può sposarsi. Ecco tutto il quartiere in agitazione per l’evento. In un negozio di parrucchiere le donne del paese, mogli e figlie di mafiosi, si preparano alla festa di nozze che si deve svolgere secondo la tradizione. Ma, dall’aldilà, Tano continua la sua persecuzione nei confronti della sorella e il giorno delle nozze…



Un film di Marco Tullio Giordana - I cento passi (2000)


“…Quando il thriller politico comincia a lievitare, la platea si ferma e la commozione conquista il silenzio. Perché Marco Tullio Giordana preferisce, come nel suo Pasolini, un delitto italiano, un contatto leggero con la storia. Non spinge l'effetto emotivo, informa, ricostruisce, inanella fatti. E all'inizio è fin troppo didascalico, ma è così forte l'avventura del "piccolo" Peppino che il film dirompe soprattutto nel corpo di straordinari attori come Luigi Lo Cascio (Peppino), Luigi Maria Burruano (Luigi Impastato, il padre), Lucia Sardo (Felicia, la madre), Tony Sperandeo (Gaetano Badalamenti), Ninni Bruschetta e tutti gli altri. Marco Tullio Giordana è un regista a parte nel cinema italiano, e il suo film, come la vita di Peppino Impastato, è un atto di resistenza. Con lui firmano la sceneggiatura Claudio Fava e Monica Zapelli. Cinisi, paese siciliano, bellissimo, sul mare, a pochi passi dall'areoporto di Punta Raisi, che finisce addosso alla montagna, pericolo costante per gli atterraggi. Una dei tanti "capricci" della mafia, che cementifica per avere appalti, distribuire favori, privilegiare gli amici.


La droga passa di lì, e Tano Badalamenti ne controlla il traffico a beneficio dei picciotti. Ma ce n'è uno, Peppino, che fin da piccolo non vuole favori, e diventa amico del segretario della sezione comunista, il pittore Stefano Venuti (Andrea Tidona), solo a urlare nel megafono le malefatte mafiose. Il Sessantotto vede Peppino adolescente, e quindi figlio della nuova sinistra, insubordinata alla cultura pci, mossa su altri ritmi musicali, ironia e sberleffo, provocazione e sfida. Armi improprie, spaesanti per i vecchi notabili di Cinisi, tutti che baciano le mani a Tano, il boss. Peppino Impastato li inchioda dai microfoni della sua Radio Aut da combattimento. Spara insulti a rima, dà a tutti un nomignolo: Tano seduto, re di Mafiopolis. "La mafia è una montagna di merda" scrive sul suo giornale "Idea socialista". Roba da ragazzi, mosche fastidiose. Ma il ragazzo cresce e raccoglie una banda di amici, fa gruppo, movimento, manifestazioni. Si mette contro il padre, timoroso come gli altri, straziato dal figlio ribelle. Peppino è il simbolo della disubbidienza. Ed è così sregolato, indisponente, fantasioso, così poco ligio alle regole della "famiglia". Marco Tullio Giordana lo fa agire come un attore surreale, lo segue nella disintegrazione delle regole anche cinematografiche del genere "film sulla mafia". Schegge di commedia, di teenagers-movie, pezzetti di memoria che ricostruiscono la breve storia di Peppino Impastato, cultore di Pier Paolo Pasolini, conduttore di "Onda pazza", uno di quelli che voleva cambiare il mondo e non ha fatto in tempo a cambiare lui, come tanti, perché fu legato a un binario e disintegrato in mille pezzi da sei chili di tritolo. Si era appena candidato alle elezioni comunali nelle liste di Democrazia proletaria. La sua morte coincide con quella di Aldo Moro, e nessuno gli dà molta importanza. Adesso è un mito, in Sicilia. Vent'anni dopo l'"incidente", archiviato come suicidio con la copertura della polizia, la magistratura rinvia a giudizio Tano Badalamenti, mandante presunto dell'assassinio. Il processo deve ancora essere celebrato. Le immagini in bianco e nero del vero Peppino bucano lo schermo quando la storia finisce. La bara passa in un corteo di pugni alzati. Berlusconi ha ragione ad avere paura, anche se in molti lo rassicurano che il "caso è chiuso", quello del comunismo e di Peppino Impastato. Questa è parte della recensione di Mariuccia Ciotta apparsa su Il Manifesto all’indomani della presentazione del film a Venezia il primo settembre del 2000.


Luigi Lo Cascio, rivelazione nel film di Marco Tullio Giordana in cui ha interpretato il ruolo di Peppino Impastato, ha dichiarato che nonostante siano passati sei anni, ancora gli vengono i brividi quando pensa a quel ruolo e a quella vicenda. Solo pochi anni prima infatti l’opinione comune era che Impastato fosse morto durante un attentato preparato da lui stesso o che si fosse addirittura suicidato: “quando sono arrivato a Cinisi, il suo paese, nella sua famiglia si sentiva non soltanto la mancanza di quest’uomo, un figlio, un fratello, ma anche il dispiacere per come era stato trattato dallo Stato. Non avevano mai ricevuto una telefonata da parte  delle istituzioni o un riconoscimento ufficiale che Peppino Impastato avesse combattuto contro la mafia” (da Kataweb Cinema).



Un film di Pasquale Scimeca - Placido Rizzotto (2000)

Il 10 marzo 1948 il sindacalista comunista Placido Rizzotto di 34 anni scompare misteriosamente.
Placido dopo aver preso parte come partigiano alla Resistenza, ritornato al suo paese, non riesce più a sopportare i soprusi  e le violenze della mafia corleonese che nel dopoguerra dominava incontrastata su quel territorio. Diviene così sindacalista e cerca di organizzare i contadini e di spingerli a occupare le terre lasciate incolte dai mafiosi distribuendole a contadini onesti. La reazione della mafia è immediata: cerca in ogni modo di isolarlo, intimidendo i suoi compagni.
La cosa però non fa recedere Rizzotto dal suo impegno, diventa anzi, anche se con grande fatica, Segretario della Camera del lavoro di Corleone. In questo ruolo si batte per l'applicazione dei "Decreti Gullo'" che prevedevano la cessione in affitto alle cooperative contadine delle terre incolte o malcoltivate dai latifondisti. Uno dei feudi che vengono assegnati alle cooperative agricole è quello di Strasatto dove comandava un giovane mafioso: Luciano Liggio. Latifondisti e mafiosi, con alcune connivenze statali, scatenano una vera e propria guerra contro i sovversivi: il primo maggio del 1947 c’è la strage di Portella delle Ginestre e, negli anni successivi, vengono uccisi tutti i capi sindacali che avevano osato opporsi al loro strapotere.

Rizzotto non rinuncia per questo alla sua battaglia; al suo fianco restano alcuni contadini e Lia, la giovane donna che lo ama, ma non riesce a sottrarsi alla spietata vendetta della mafia. La sera dei 10 marzo del 1948 viene sequestrato e ucciso Placido Rizzotto, ma il suo corpo non fu mai ritrovato. La CGIL proclama uno sciopero generale contestando violentemente l'allora capo del Governo Mario Scelba e sulla scena del delitto appaiono per la prima volta delle personalità che, a loro volta, finiranno col pagare con la vita la loro lotta alla mafia: l'allora capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che condusse le indagini, ritrovò i resti del sindacalista ucciso e arrestò gli assassini di Rizzotto; il giovane studente universitario Pio La Torre, che sostituì Rizzotto alla guida dei contadini. E dall'altra parte, Luciano Liggio (l'assassino di Rizzotto) che in seguito diventerà uno dei più importanti boss della Mafia, spalleggiato da due giovani picciotti, Totò Riina e Bernardo Provenzano.




Un film di Paolo Benvenuti - Segreti di Stato (2003)


Il film getta una luce sinistra sulla strage di Portella  della Ginestra del Primo Maggio 1947, ufficialmente opera del bandito Salvatore Giuliano, mettendo sotto accusa anche il sistema politico dei tempi da cui ancora oggi possono derivare delle ripercussioni. Importanti i riferimenti su cui il regista si poggia, sono le testimonianze di Danilo Dolci, gli atti delle commissioni antimafia e vari documenti statunitensi. Che l'eccidio sia stato perpetrato dai servizi segreti Usa e da elementi della mafia è già stato ipotizzato con forza, ma qui la teoria viene esposta con grande chiarezza didattica.
Il film di Benvenuti è stato prodotto da Domenico Procacci. Ecco alcuni dei nomi e delle funzioni che il regista denuncia come implicati nell’eccidio: ministro e responsabili governativi degli Interni, servizi segreti americani e italiani, vaticani, la X MAS, i vertici mafiosi,  il presidente degli Stati Uniti, Papa Pacelli e il cardinale Montini (poi Paolo VI), De Gasperi, Andreotti e Scelba, Junio Valerio Borghese. Il film vede infatti la strage di Portella della Ginestra come un progetto pianificato per intimidire e fermare le sinistre, strumentalizzando la figura del più famoso bandito del dopoguerra.  



Un film di Stefano Incerti - L’uomo di vetro (2006)



Il film è tratto dal libro omonimo di Salvatore Parlagreco, edito da Bompiani. Si ispira alla storia di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia che decise di rompere il muro di omertà che impediva alla magistratura di penetrare il sistema mafioso. Vitale pagò questa scelta con il carcere, il manicomio giudiziario e poi con la vita, dato che la mafia, una volta tornato in libertà non esitò ad assassinarlo. Isolato dagli amici, dopo dodici anni vissuti tra il carcere e il manicomio giudiziario, sottoposto a numerosi elettroshock per dimostrare la sua follia, Leonardo Vitale fu ucciso nel 1984 dopo pochi mesi dalla sua scarcerazione.
È strano Leonardo Vitale. Si isola spesso. Ogni tanto balbetta. Ha paura del buio. Ha serie difficoltà a fare l’amore con Anna, la sua fidanzata.
Viene arrestato la prima volta, il 17 agosto 1972, come sospettato autore del sequestro Cassina. Leonardo durante l'interrogatorio crolla, si mette persino a piangere. Continua a ripetere che lui non c'entra niente ed inizia a fare nomi e cognomi.
Dopo 43 giorni di cella di isolamento viene rilasciato, ma tornato a casa è depresso, impaurito. Non vuole vedere nessuno e per venti giorni non spiccica una parola. Malgrado le cure di madre e sorella, Leonardo peggiora di giorno in giorno. Alterna la depressione alla paura. Sta sempre a spiare alla finestra e sussulta a ogni rumore. È convinto che stiano per venire a ucciderlo. Poche settimane dopo Vitale viene internato in una clinica psichiatrica. 


Un anno dopo, il 30 marzo del '73, Leonardo insiste con il commissario di essere un assassino. Dice che ha ritrovato la fede in Dio e deve confessare per salvarsi l'anima. In una specie di delirio mistico, chiede persino un sacerdote e confessa che suo zio Titta, l'aveva abituato a uccidere, sottoponendolo a prove sempre più crudeli per farne un vero uomo, un uomo d'onore. Leonardo riempie ben 50 cartelle, raccontando fatti e misfatti della mafia negli ultimi decenni. Elenca i responsabili di centinaia di delitti, e tutti i nomi dei costruttori edili collusi con Cosa Nostra. Redige l'organigramma di tutte le cosche di Palermo, dai picciotti ai capi decina, dai capi mandamento ai capi regione, e persino le loro zone territoriali e le attività economiche. La polizia effettua una trentina di arresti, tra cui alcuni nomi eccellenti. Poi succede qualcosa di inaspettato. Vitale comincia a vacillare. In cella, brucia i suoi vestiti perché acquistati con soldi sporchi. Con un pezzo di vetro si incide una croce sul petto. In aula si presenta con un rosario in mano e comincia a dare spettacolo: lo vogliono pazzo, ebbene, lo sarà! Dice di non ricordare nulla, di non sapere nemmeno cosa sia la mafia. Gli psichiatri e il giudice sono sconcertati, sospettano che sia tutto una messa in scena. Non sanno che il giorno prima dell'udienza, la signora Rosalia è andata a trovare il figlio per comunicargli che il suo amatissimo cugino Totò è stato ammazzato.  Per Leonardo comincia il calvario. Ora teme per la sorte della madre e della sorella. Ha persino paura di essere ucciso in carcere. Cade nuovamente in depressione e in stati di angoscia confusionale. Leonardo si sente solo, isolato e soprattutto incompreso. Solo Rosalia Vitale e pochi altri hanno capito che è proprio questo che "loro" vogliono. Non lo vogliono morto, perché la morte di Leonardo rafforzerebbe soltanto le sue accuse. Lo vogliono folle. Perché solo un folle può tradire la mafia, visto che per la legge non è attendibile. Per ben otto volte, Leonardo è sottoposto all’elettroshock. Ogni volta si sveglia più confuso e intontito. Zoppica, balbetta, è diventato irriconoscibile. All’ennesimo interrogatorio Leonardo ricomincia come una litania l’elenco di dichiarazioni cui nessuno sembra voler credere. Sul suo sorriso una scritta ci informa che dopo undici anni di manicomio criminale tornerà in libertà nel 1984.
Pochi mesi dopo viene freddato da un sicario con 5 colpi di pistola.




La recensione di Gomorra di Roberto Saviano
La recensione di Le ribelli di Nando dalla Chiesa
La recensione di Racconti e Canzoni di Pippo Pollina


Intervista a Gian Carlo Caselli
Intervista a Nando dalla Chiesa
Intervista a Mario Portanova
Intervista a Serena Gaudino
Intervista a Pippo Pollina

I libri italiani sulla criminalità organizzata


17 gennaio 2007 Di Grazia Casagrande


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