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HOME | mercoledì 23 maggio 2012 |
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La bocca del lupo un film di Pietro Marcello Presentato al 27. Torino Film Festival
Pietro ha poco più di trent’anni e viene da Caserta, ma spesso gira per i vicoli di Genova, perché suo padre fa il marittimo e s’imbarca sempre dal porto ligure. Tra Piccapietra, Caricamento e Pré un giorno Pietro, sulla porta di una panetteria, incontra Enzo, un omone scuro, un siciliano dai grandi baffi e col volto come scolpito negli scogli di questa terra. Enzo gli fa vedere le gambe, piene di cicatrici che sono il ricordo incancellabile delle pallottole che la polizia gli ha ficcato nella carne e così gli racconta tutta la sua storia di galera e d’amore. Pietro ha la passione per il cinema, una passione che è diventata quel mestiere che ti porta a guardare il mondo da dietro la macchina da presa: la vita di Enzo, i vicoli di Genova, la gente che vive tra la battigia del sottoporto e le penombre della città, i suoni confusi e armonici delle voci nei bar sono per lui tracce affascinanti da mescolare e stendere sulla pellicola come pennellate narrative. Pietro convince Enzo e la sua compagna Mary a diventare un film appassionato e visionario, sospeso tra favola e documento, immerso in una Genova trasfigurata attraverso la lente dell’obiettivo e nella camera di montaggio, per adattarsi come un vestito agli anni duri e felici che questa straordinaria coppia di gente comune ha vissuto in uno spicchio della propria vita.
Pietro Marcello riprende così il suo peregrinare fra il porto, la ferrovia, la sopraelevata di Caricamento e i portici del centro, alla ricerca di immagini che possano mettergli davanti agli occhi il tempo e i luoghi della storia di Enzo e Mary; cerca di trasformare in visione poetica del ricordo i racconti scanditi da quelle loro voci che sul registratore sono dapprima un po’ impacciate, poi sempre più naturali, fino a diventare quasi un canto responsoriale che incasella lo scorrere delle sequenze quasi guidandone il farsi sintassi filmica nella mente di Pietro, fino a diventare cinema. Il film c’è, si chiama La bocca del lupo e, grazie alla determinazione di Gianni Amelio, ha trovato un posto fra i titoli in concorso nel ventisettesimo Torino Film Festival, presentato al pubblico il 16 novembre alle otto di sera nella gremita prima sala del cinema Massimo, proprio dietro la Mole Antonelliana. Pietro è presente, ma non lo distingui dai ragazzi che siedono qua e là in sala; Enzo e Mary stanno dietro di me e invece li riconosci subito, anche se non hai ancora visto il film.
Quando si spengono le luci e sullo schermo arrivano le prime immagini sento subito i profumi del mare della Liguria, ma lo scorcio non è calligrafico, da cartolina, bensì è uno sguardo ‘di sguincio’, con l’acqua azzurra che fa capolino tra pareti nere di scogli, mentre una petroliera rossa solca pigramente l’orizzonte e indistinti personaggi in controluce accendono fuochi nei pressi della battigia, descritti da una calda voce fuori campo come ‘uomini delle caverne’, le cui gesta sembra stiano per essere narrate come in un fantasy medievale. Ecco la ‘dichiarazione di poetica’ di Pietro: raccontare col cinema una storia di gente piccola, comune, quella che nella vita vedi solo di riflesso, e ambientarla in una città piena di storia, ma una storia che passa fra strade sconosciute e anonime, dove il rapporto fra l’uomo e il mare è vissuto attraverso le ferite inferte alle onde dalle chiglie delle navi, dall’alto di gru che come mostri solitari incombono sui bacini dei cantieri; una storia che però sa diventare dramma e leggenda attraverso lo straniamento del linguaggio filmico. La Genova vissuta da Enzo fin da quando aveva due anni è un avvicendarsi di immagini montate con ritmo intenso da Pietro, ove gli strati del tempo si ricorrono continuamente cullati dalle voci dei protagonisti che, fuori campo, a poco a poco ci guidano dentro la loro vita in comune. Ora Pietro e Mary vivono insieme, ma hanno dietro le spalle un forte passato: l’ incontro definitivo e fatale fra le celle di un carcere, dove Mary era quasi di passaggio per una storia di droga, confinata nelle celle dei transessuali, mentre Enzo doveva starci molto di più per quel conflitto a fuoco con la polizia che gli aveva segnato indelebilmente il corpo. E questo passato Pietro lo immagina lanciando, nello scorrere del racconto verbale fatto dai protagonisti, le sue visioni di una Genova metaforizzata da un montaggio veloce che assembla scorci e dettagli delle luci dei locali, delle vie, delle macchine, delle torri del porto, degli stradoni desolati e grigi, delle insegne dei locali, delle facce di gente che vive ‘ai margini’ fra l’intrico dei caruggi.
Alle immagini di oggi, mentre Enzo e Mary ci parlano di loro, si alternano quelle di ieri, di una Genova in bianco e nero o coi colori carichi da superotto, una Genova rubata ad immagini di repertorio, che incastonano pezzi di storia di oggi nelle spire di un romanzo che senza verità non sarebbe mai stato favola. Ogni tanto appare Enzo, confuso tra la gente di Genova, ma è solo immagine oggettiva, icona e simbolo della storia che per ora scorre solo nelle frasi fuori campo; Mary è una voce, presenza invisibile ma vicina. Pietro dipinge Genova in funzione di Enzo e Mary e lo fa con tratto visionario, quasi da video arte, gettando in faccia allo spettatore l’idea che la poesia del cinema si forma attraverso un linguaggio unico e polifonico, dove voci, immagini, colori, musiche e luci hanno senso solo in una dimensione armonicamente ipertestuale che risemantizza ogni elemento e ogni suggestione: la voce di Gainsbourg che esce da juke box del bar di Enzo è una sospensione tra presente e passato, tra la galera e la vita con Mary; il viavai anonimo sotto i portici negli anni settanta è il tema cromatico e figurativo dei suoi ricordi. Poi le suggestioni si fanno persona e il racconto entra nei corpi di Enzo e Mary, che appaiono sullo schermo a guardarci in faccia per dirci del loro amore, delle loro lunghe attese e delle loro semplici speranze, naturali e spontanei come eroi del mito che si siedono a tavola con te in un’antica tripperia genovese per raccontarti le loro imprese filtrate attraverso il prisma di un bicchiere di vino bianco. È difficile, è impossibile raccontare con le parole le intense sensazioni che ti lascia questo film quando arrivi ai titoli di coda. Bisogna vederlo. Bisogna esserci per capire che Torino ci ha fatto scoprire un piccolo e rarissimo gioiello del cinema italiano, così nuovo, bello e importante che stenti a crederci. Quando si accendono le luci e Pietro ritorna da noi glielo dico che non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, che finalmente il cinema italiano ha trovato con lui uno stile originale e incredibilmente efficace, senza la targa di questa o quella scuola, ma semplicemente con quella del grande cinema d’autore. Lui ci fa capire che contenuti ed espressione della storia gli sono nati fra le dita, che sono cominciati della panetteria dove ha incontrato Enzo e si sono realizzati quando il film si è scritto in fase di montaggio, senza il condizionamento di una sceneggiatura, al suono della cantata Membra Jesu Nostri, ad Genua di Buxtehude, che fa anche da travolgente colonna sonora a gran parte della pellicola.
Prima di andarmene mi viene in mente che il titolo La bocca del lupo mi dice qualcosa, qualcosa di affondato nella mia adolescenza passata in Liguria e allora chiedo a Pietro perché quel titolo. Lui mi risponde che gli è venuto da Genova e dal suo passato, dall’omonimo romanzo ottocentesco di Remigio Zena, una storia verista di povera gente che deve lottare tutti i giorni per non finire tra le fauci della belva: allora mi ricordo la Lina Volonghi che alla fine degli anni settanta faceva a teatro una splendida Bricicca, la monumentale popolana dell’opera di Zena; un’altra immagine di repertorio che s’incastona nel presente. Dopo aver stretto vigorosamente la mano ad Enzo, sorridente e felice con la sigaretta stretta fra i denti, e aver detto a Mary che sono una coppia bellissima, me ne vado convinto che il nostro cinema ha conquistato qualcosa di importante.
CAST TECNICO E ARTISTICO Regia e fotografia - Pietro Marcello Montaggio e ricerca repertori - Sara Fgaier Suono - Manuele Vernillo Montaggio del suono - Riccardo Spagnol Musica - ERA Interpreti - Vincenzo Motta, Mary Monaco Produttori - Nicola Giuliano, Francesca Cima, Dario Zonta Produzione - Indigo Film, l’Avventurosa Film In collaborazione con Rai Cinema In collaborazione con Babe Films Con il sostegno della Fondazione San Marcellino onlus Con il contributo della Provincia di Genova Con la collaborazione della Mediateca Regionale Ligure (La Spezia) Distribuzione - BIM DISTRIBUZIONE Durata: 68'
| 17 novembre 2009 | | Di Roberto M. Danese |
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