La biografia


Salman Rushdie
Shalimar il clown

Dopo tutto, alla fine della guerra Saint-Exupéry era morto, disperso in azione sopra la Corsica, mentre Max Ophuls era un asso del volante e un gigante della Resistenza vivo e vegeto, un uomo dalle multiformi imprese bello come un divo del cinema, e in più si era trasferito negli Stati Uniti, preferendo le lustre attrattive del Nuovo Mondo alla malconcia raffinatezza del vecchio.

Shalimar il clown, il nuovo romanzo di Salman Rushdie, è prima di tutto un canto d’amore per il Kashmir, la patria dei suoi antenati, quanto c’è di più vicino al cielo, un paradiso in terra di cui piange la scomparsa, perché si è trasformato in un inferno. E poi è un grandioso romanzo d’amore e di gelosia e di vendetta, di avventura e di guerra, che spazia in tre continenti nell’arco di tempo di quella seconda metà del ‘900 piena di rumore e di furia, dalla seconda guerra mondiale in Europa agli scontri tra India e Pakistan, dal conflitto in Vietnam a quelli in Afghanistan e in Iraq, fino all’attacco terroristico al World Trade Center.
Due donne e due uomini sono i personaggi principali a ognuno dei quali è dedicato un capitolo del romanzo: India e Boonyi, Max Ophuls e Shalimar.
La vicenda inizia nel 1991 quando, a Los Angeles, l’ottantenne Max Ophuls viene assassinato sulla soglia della casa della figlia India da Shalimar, l’uomo che ha ingaggiato come autista. Max è stato il capo dei servizi antiterroristici americani e questo sembrerebbe un assassinio politico ma, mentre la vicenda si sposta nel passato, il romanzo diventa la cronaca di una morte annunciata, perché le motivazioni risalgono a un quarto di secolo prima, quando Max Ophuls era ambasciatore in India, si era innamorato di Boonyi, la moglie di Shalimar, e lei lo aveva seguito a Bombay attirata dalle promesse di una vita diversa da quella del suo villaggio incantato. E poi si era ritrovata prigioniera volontaria in un appartamento, a ingozzarsi di cibo e a stordirsi con l’oppio. Finché era rimasta incinta. Era intervenuta la moglie di Max, che si era presa la bambina, aveva messo Boonyi su un aereo per il Kashmir e laggiù l’adultera Boonyi era stata condannata ad una morte in vita, esiliata in una baracca sui monti.
Questa è soltanto la traccia di un romanzo che contiene molto di più, la storia del Kashmir che incomincia - come tutta la storia dell’India moderna - dal fatidico 1947 che segna l’inizio dell’Indipendenza ma anche della Spartizione. Dopo di che il Kashmir - il paradiso della tolleranza in cui indù e musulmani avevano vissuto in concordia fianco a fianco (e ne è un esempio l’allegra e colorata cerimonia di nozze tra il musulmano Shalimar e l’indù Boonyi) - diventa una terra contesa, focolaio di guerriglieri del Fonte di Liberazione, via di passaggio per le armi verso l’Afghanistan, dominio dei fondamentalisti, teatro di pogrom contro i pandit. E la voce di Salman Rushdie, che cambia di tono nelle sezioni del libro ambientate in India, quasi che i miti e le leggende e le tradizioni antiche le conferissero una maggiore ricchezza e una qualità lirica, diventa accorata e sgomenta davanti agli stupri, le violenze, le stragi, in un incalzare di domande senza risposta che spieghino quegli orrori.
Non stupisce la trasformazione di Shalimar da acrobata che sembra camminare sull’aria in mujahid, un guerriero che combatte per la guerra santa. Il ragazzo che si è innamorato a quattordici anni e che ha cambiato il suo vero nome, Noman, in Shalimar, “la dimora della gioia”, in memoria dei giardini moghul in cui videro la luce sia lui sia Boonyi, ha giurato di vendicarsi. La vendetta è un piatto che va servito freddo, Shalimar è capace di aspettare, prima di uccidere la donna che lo ha tradito e il suo amante: “gli altri combattono per Dio o per il Pakistan: io uccido perché è quello che sono diventato. Sono diventato la morte.”
Se Shalimar rappresenta l’uomo che antepone l’onore alla proibizione divina di uccidere, alla civiltà, alla cultura e alla vita stessa, Max Ophuls è il suo opposto. Max Ophuls, con le sue debolezze, il suo egoismo e i suoi errori è l’eroe che giganteggia nel romanzo che porta il nome di Shalimar nel titolo. Ebreo di Strasburgo, di famiglia ricca proprietaria di una casa editrice, eroe della Resistenza francese, l’uomo che si era infiltrato tra le SS seducendo la famigerata “Pantera”, ad un certo punto aveva scelto un ruolo di falsario di carte d’identità perché, per quanto il terrorismo fosse elettrizzante, per quanto fosse giustificato dalla causa, a lui risultava impossibile saltare gli ostacoli morali che bisognava superare per compiere questi atti. Max Ophuls è l’uomo dalle grandi passioni capace di dare tutto se stesso e, se il suo comportamento con Boonyi viene interpretato come una metafora della politica dell’America in Vietnam, Max non ha però timore di parlare apertamente contro la militarizzazione della valle del Kashmir e, pochi giorni prima di morire, di fare un intervento in televisione per denunciare la distruzione del “paradiso”.
Shalimar il clown è un ponte tra Oriente e Occidente, non solo perché la scena si sposta tra India, Europa ed America, ma perché Rushdie padroneggia la cultura dei due mondi e nel romanzo i miti indiani- Anarkali che viene murata viva per aver rubato il cuore al principe Salim prefigura la sorte di Boonyi, i due pianeti ombra dell’amore e dell’odio si contendono l’anima di Shalimar - si alternano alle immagini della letteratura occidentale, l’usignolo di Keats canta per il pandit Kaul, la neve che cade fitta sui vivi e sui morti nell’Irlanda di Joyce ricopre il cadavere di Boonyi, le parole delle donne del coro ne L’assassinio nella Cattedrale di Eliot si rincorrono sulla bocca delle vedove che commentano la morte violenta di Max, il sospiro pieno di desiderio, “il Kashmir in primavera, le gemme sui chinar, i pioppi che ondeggiavano…” echeggia il rimpianto per l’Inghilterra dell’esule Browning, e Shalimar e Boonyi sono gli amanti shakespeariani segnati dalle stelle.

Di Marilia Piccone

Già pubblicato su Stilos, il quindicinale dei libri

Shalimar il clown di Salman Rushdie
Titolo originale: Shalimar the clown
Traduzione di Vincenzo Mantovani
472 p., Euro 19,00 - Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN: 88-04-55299-9

le prime pagine
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A ventiquattro anni la figlia dell'ambasciatore dormiva male, in quelle notti calde e senza sorprese. Si svegliava spesso, e anche quando il sonno arrivava, di rado il suo corpo era tranquillo, e continuava invece a scuotersi e agitarsi come se volesse liberarsi di tremendi e invisibili legami. Certe volte gridava in una lingua che non era la sua. Questo, nervosamente, gliel'avevano detto gli uomini. A non molti di loro era stato concesso di essere presenti mentre lei dormiva. Perciò le testimonianze erano scarse, e non c'era unanimità di consensi; ma un disegno emergeva. Secondo una descrizione, il suono della sua voce era gutturale, occlusivo gloriale, come se parlasse l'arabo. L'arabo delle Mille e una notte, pensava lei, la lingua dei sogni di Sheherazade. Secondo un'altra versione, le sue parole facevano pensare alla fantascienza, a Klingon, a uno che si schiarisse la gola in una remota, remotissima galassia. Come Sigourney Weaver quando un demone parla attraverso di lei in Ghostbusters. Una notte, per amore della scienza, la figlia dell'ambasciatore lasciò sul comodino un registratore acceso, ma quando udì la voce incisa sul nastro, la sua ferale bruttezza, che in qualche modo le riusciva familiare e insieme estranea, provò un terribile spavento e premette il tasto della cancellazione, che non cancellò nulla d'importante. La verità era sempre la verità.
Per fortuna questi periodi agitati di parole pronunciate nel sonno erano brevi, e quando finivano lei si calmava per un po', sudando e respirando affannosamente, in uno stato di spossatezza senza sogni. Poi tornava a svegliarsi di botto, convinta, nel proprio disorientamento, che nella stanza ci fosse un intruso. Naturalmente non c'era nessuno. L'intruso era un'assenza, uno spazio negativo nelle tenebre. Non aveva una madre. Sua madre era morta dandola alla luce: così le aveva detto la moglie dell'ambasciatore, e l'ambasciatore, suo padre, lo aveva confermato. Sua madre era nata nel Kashmir e si era perduta, per lei, come il paradiso, come il Kashmir, in un tempo che veniva prima della memoria. (Che i termini Kashmir e paradiso fossero sinonimi era uno dei suoi assiomi, un assioma che tutti quelli che la conoscevano dovevano accettare.) Lei tremava davanti all'assenza di sua madre, quella sagoma vuota di sentinella nel buio, e aspettava la seconda calamità, aspettava senza sapere che stava aspettando. Dopo la morte del padre - questo padre brillante e cosmopolita, franco-americano «come la libertà» diceva lui, questo padre irresistibile, amato, odiato, capriccioso, promiscuo, spesso assente - cominciò a dormire profondamente, come se fosse stata assolta. Come se tutti i peccati fossero stati rimessi, i suoi, o forse quelli di lui. Il fardello del peccato era stato scaricato su altre spalle. Non credeva nel peccato, lei.
Così, fino alla morte di suo padre non fu facile andare a letto con lei, anche se era una donna con cui gli uomini ci sarebbero andati volentieri. La pressione dei desideri maschili la stancava. La pressione dei suoi desideri non veniva alleviata quasi mai. I pochi amanti che si permetteva erano insoddisfacenti per varie ragioni, e così (come per metterci una pietra sopra) si orientò abbastanza presto verso un uomo piuttosto comune e prese anche in seria considerazione la sua proposta di matrimonio. Poi l'ambasciatore venne sgozzato sulla soglia della sua casa come un pollo halal e morì dissanguato per una profonda ferita al collo prodotta da un sol colpo della lama dell'assassino. In pieno giorno! Che lampi doveva aver mandato quell'arma al sole d'oro del mattino; che era la benedizione quotidiana della città, o la sua maledizione. La figlia dell'uomo assassinato era una donna che odiava il bel tempo, ma per quasi tutto l'anno la città non offriva altro. Di conseguenza doveva rassegnarsi e sopportare mesi lunghi e monotoni di sole a picco e di un caldo asciutto che screpolava la pelle. Nelle rare mattine in cui, svegliandosi, trovava il cielo coperto e una traccia di umidità nell'aria si stirava nel letto, assonnata, inarcando le reni, e per qualche minuto era contenta, persino fiduciosa; ma entro mezzogiorno, invariabilmente, le nuvole si erano disperse; ed eccolo là di nuovo, quel disonesto blu da asilo nido di un cielo che faceva sembrare il mondo infantile e puro, e quell'astro volgare e maleducato che la bersagliava con i suoi raggi come un uomo che ridesse troppo forte ai ristorante.

© 2006, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A

L’autore
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Salman Rushdie è nato a Bombay nel 1947 e si è trasferito a Londra quando aveva quattordici anni. È l'autore de I figli della mezzanotte, La vergogna, I versi satanici, Harun e il mare delle storie, L'ultimo sospiro del Moro, Est, Ovest, La terra sotto i suoi piedi, del reportage sul Nicaragua Il sorriso del giaguaro e del volume di saggi Patrie immaginarie.




28 aprile 2006