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Juli Zeh

Un esordio eccezionale, moltissime traduzioni all’estero e un consenso critico ininterrotto: ecco la giovane Juli Zeh (ha solo 31 anni) raccontarci la sua vicenda letteraria e il suo stile di vita

Tu hai studiato giurisprudenza e ho letto che in questo momento lavori per la ricerca nel campo del Diritto Internazionale, come riesci a conciliare queste due attività così diverse e apparentemente incompatibili? Intendo dire non solo come trovi il tempo, ma anche come riesci a unire due approcci lavorativi differenti?

Per quanto riguarda il tempo, naturalmente ho molte difficoltà logistiche è per questo che al momento non svolgo effettivamente questa professione, ma collaboro con l’università perché è più flessibile. In realtà la Giurisprudenza e la Letteratura si combinano molto bene nella mia mente e non sono affatto così contrapposte. Per me entrambe queste attività hanno molto a che fare con la lingua, richiedono un’analisi delle singole parole e frasi e anzi la combinazione è anche molto produttiva. Molte delle idee dei miei romanzi vengono anche dal diritto internazionale e dalla giurisprudenza.

L’immagine del mondo giuridico che dai nel tuo romanzo, però, non è affatto positiva: dici che la maggior parte dei giuristi fa uso di cocaina, sei ironica riguardo al colloquio di assunzione del protagonista Max in uno studio legale e lo stesso Max svolge questa professione senza avere la minima idea di cosa rappresentino davvero la Legge e la Giustizia. Come mai?

Naturalmente quello che presento è un quadro estremo, non intendevo dire che tutti i giuristi sono come li descrivo nel libro. Ma ho cercato di mostrare come funziona effettivamente per una gran parte di loro. Ho avuto esperienze con persone di questo settore e quasi tutte seguono lo stesso sviluppo: all’inizio dei loro studi sono molto idealisti, soprattutto quelli che hanno a che fare col diritto internazionale, ma poi quando si scontrano con la realtà, restano stupiti e diventano molto critici, quasi indifferenti. Questo è l’atteggiamento che ho cercato di tratteggiare in Aquile e Angeli.

Parliamo per l’ appunto del tuo primo romanzo Aquile e Angeli, pubblicato in Italia da Fazi. È stato definito in diversi modi, noir a sfondo politico, storia d’amore, thriller sulla droga, come lo definiresti tu?

Certamente rispecchia un po’ tutte queste definizioni, io lo definirei soprattutto una storia psicologica e una storia d’amore, questi sono gli aspetti più rilevanti secondo me. L’aspetto politico nelle mie intenzioni doveva restare un po’sullo sfondo. Essenziale è la relazione fra Jessie e Max, un rapporto molto particolare, quasi malato, e in generale tutte le relazioni fra i vari personaggi del mio libro sono particolari, nessuno di loro è in grado di esprimere con chiarezza i propri sentimenti.

Sono rapporti fortemente caratterizzati dalla dipendenza reciproca…

Esatto, ognuno dei personaggi è totalmente dipendente da qualcun altro e si strumentalizzano a vicenda. Mi interessava sottolineare nel mio libro proprio la psicologia di questo tipo di rapporti.

Col tuo romanzo il lettore viene immerso nel mondo di Max. Solitamente, soprattutto nei romanzi d’esordio, dietro l’Io-narrante si riesce a riconoscere l’autore del libro, credo che questa identificazione non sia così immediata nel tuo caso. Come sei riuscita ad entrare in una prospettiva maschile?

Nel mio caso è stato diverso, perché non avevo programmato sin dall’inizio che Max fosse il protagonista; quando ho scritto le prime righe, i primi schizzi, sembrava che Jessie fosse piuttosto il personaggio principale. Una figura molto controversa e difficile da capire alla quale mi sento più vicina. Sì, mi identificherei più con Jessie che con Max. Poi il corso della storia ha reso necessario che Max giocasse il ruolo principale, che tutto si leggesse attraverso la sua prospettiva, ma non è stato difficile per me. Spesso nei miei romanzi scelgo protagonisti maschili, in questo modo riesco a tenere una certa distanza, non sono figure troppo vicine a me e questo mi aiuta a liberare la fantasia, ad avere più spunti creativi rispetto ad una storia autobiografica nella quale racconto la mia personale visione del mondo.

Jessie appunto, credo sia il tuo personaggio più riuscito, come è nata questa figura così complessa, un equilibrio precario fra fanciullezza e maturità, una ragazzina che si trova coinvolta in un enorme traffico di droga?

Mi risulta molto difficile spiegare come sia nata Jessie, avevo in mente questa figura da tantissimo tempo. Prima di Aquile e Angeli avevo già scritto un lungo romanzo che non è stato pubblicato perché non “funzionava”, insomma non era riuscito, e anche questa storia aveva come protagonista Jessie, inserita in una vicenda totalmente diversa. Quindi quando ho iniziato a scrivere questo libro avevo già lavorato su questo personaggio per circa 4-5 anni, perciò è complicato per me spiegare da dove sia nato. Sicuramente Jessie ha qualcosa di mio: questo rimanere sempre bambina, la sua strana distanza dal mondo, il mondo fantastico nel quale lei vive. È un po’ il mondo degli artisti o degli scrittori. E poi ormai siamo in una società nella quale molti giovani non riescono a diventare adulti, si vestono con abiti da quindicenni, non vogliono assumersi responsabilità… Jessie ne è un po’ l’emblema. È l’insieme di tutti questi elementi ed è difficile fissare il momento esatto dal quale provengono.

Il tuo ultimo romanzo Spieltrieb sta avendo un grande successo in Germania. So che è stato definito una storia moralista, che presenta un mondo ormai privo di valori. In Aquile e Angeli al contrario non c’è una riflessione etica, tu non giudichi né l’assunzione di droghe, né le violenze o i crimini di guerra. Questa differenza corrisponde anche ad un’evoluzione del tuo modo di pensare?

Credo che il mio modo di pensare non sia molto cambiato, in realtà in Spieltrieb non do giudizi su questioni morali, piuttosto cerco di fare una diagnosi, un’analisi che va un po’ oltre quella fatta in Aquile e Angeli. Qui ho cercato di descrivere tutto in maniera cinica, senza discussioni o riflessioni sui personaggi o su determinate tematiche che affiorano. È più cronachistico, mentre il nuovo romanzo va avanti per pagine con riflessioni su temi più astratti, pur senza arrivare a un giudizio finale. Entrambi i romanzi illustrano situazioni nelle quali non è più possibile giudicare, nelle quali la stessa giurisprudenza non è più in grado di emettere sentenze. In realtà Spieltrieb presenta un tema molto simile a quello del mio primo romanzo, solo che viene proposto in maniera del tutto diversa.

Adesso come ti definiresti? Pessimista nei confronti del futuro o credi sia ancora possibile discernere fra valori positivi e negativi?

Non credo di essere pessimista, credo piuttosto che ci troviamo in una fase di transito, di cambiamento, un periodo molto simile all’inizio del XX secolo, al momento del crollo dei grandi sistemi politici e morali che hanno lasciato il posto a nuove ideologie. Nella storia ci sono questi periodi di vuoto, nei quali sembra di essere vicini alla fine e di non poter più andare avanti. Credo davvero che sia la fine di un epoca, ma anche l’inizio di qualcosa di nuovo, solo che siamo ancora troppo coinvolti per capire cosa stia succedendo davvero, cosa ci porterà il futuro. Quindi, non la vedo tragica, anzi sono ansiosa, sono curiosa di vedere cosa succederà nei prossimi 20-30 anni.

Ho notato che il tuo romanzo privilegia il canale uditivo, le scene vengono spesso descritte attraverso suoni e rumori. C’è sempre uno squillo o un campanello che interrompono lo svolgimento dell’azione. Questa preferenza è evidente anche nel titolo del tuo secondo romanzo Il silenzio è un rumore (Die Stille ist ein Geräusch). Come mai, visto che ci troviamo in una società prevalentemente visiva?

In realtà non ci avevo fatto caso, è una riflessione interessante da fare, perché anch’io sono molto legata all’aspetto visivo delle cose, ma spesso le immagini mi stressano; a casa non ho neanche più la televisione da circa 20 anni perché mi innervosisce. Preferisco la radio, quindi un canale uditivo, ascolto molta musica e per tredici anni ho studiato pianoforte; questo forse fa sì che dia molta importanza al lato sonoro degli eventi e forse è emerso anche nel mio modo di scrivere.

A questo proposito, presto Aquile e Angeli verrà pubblicato sotto forma di audiobook, ne sei soddisfatta o avresti preferito che venisse girato un film ispirato al tuo romanzo?

Mi piacerebbe molto vedere che tipo di film verrebbe fuori dal mio romanzo, infatti questa ipotesi non è del tutto esclusa. Per quanto riguarda gli audiobook…mi piace questo tipo di media, ma quello che non mi piace è che i libri vengano tagliati radicalmente, lo trovo un comportamento un po’ ambivalente. Trovo fantastico ascoltare delle letture, anch’io chiedo spesso ai miei amici di leggermi qualcosa, dai giornali o da libri, ma nel caso specifico la maggior parte delle volte viene registrata solo una metà dei romanzi e questo non è bello. È per questo che in parte ne sono soddisfatta e in parte no.

Di Gabriella Piscopo




29 luglio 2005