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Intervista a Dario Voltolini
In anteprima ci parla di 10

Il 9 giugno è prevista l'uscita in libreria del nuovo libro di Dario Voltolini dedicato al calcio. 13 racconti raggruppati sotto un titolo breve e significativo: 10 (edizioni Feltrinelli). A tutti gli appassionati di sport (ma non solo!) Voltolini dedica pagine divertenti e "movimentate", ma anche storie struggenti e malinconiche. E in anteprima ne parla con noi.


In modi differenti nei tuoi racconti che compongono "10" rientra sempre il calcio. Una passione personale? I ragazzini che descrivi giocare arrivano dai tuoi ricordi d'infanzia?
"10" nasce proprio come raccolta di racconti sul tema del calcio. I dieci racconti brevi finali mi furono commissionati dal supplemento TorinoSette del quotidiano La Stampa. Ne dovevo scrivere uno al mese e ciascuno doveva essere relativo a un decennio a partire dalla fine dell'Ottocento per finire agli anni Novanta scorsi. Questi racconti ora compaiono nella sezione Dieci decenni a cui ho aggiunto le altre tre sezioni che compongono questo libro: Dieci secondi, Dieci minuti e Dieci anni. A me piaceva da pazzi giocare a pallone da ragazzo e i miei campi erano quelli: giardini comunali, un rettangolo asfaltato dell'oratorio della chiesa in periferia, una spiaggia, e via dicendo. I ragazzini che giocano a pallone nel mio libro sono però anche ragazzini di adesso, ma i giardinetti non mi sembrano molto cambiati.

Parliamo del titolo (e dei titoli dei racconti): 10, dieci secondi, minuti, anni, decenni (e dieci è il numero di un giocatore in campo). Com'è nata l'idea di scandire in questo modo i racconti dedicati a un secolo?

L a scansione in dieci decenni di un secolo riguarda solo l'ultima sezione, come dicevo. Da lì è germinata l'idea di dedicare altre scansioni decadiche a altre misure temporali, cioè i secondi, i minuti e gli anni. Il fatto è che il libro tratta sì di calcio, ma soprattutto usa il calcio come cavallo di Troia per espugnare la misteriosa città del Tempo, o forse dei Tempi: cronologico, storico, psicologico, emotivo, della memoria. L'idea del numero "10" viene anche dal fatto che quello è il numero di maglia di alcuni dei campioni assoluti di questo sport, dei campioni creativi per eccellenza: Pelé, Maradona, Platini, Baggio, per fare solo pochissimi esempi. E Rivera, forse il numero "10" italiano per antonomasia. Il racconto su Italia-Germania 4 a 3 ("Sette gol") è narrativamente centrato su di lui.
E poi c'è un altro motivo per cui ho scelto questo numero per titolo, ma è strettamente personale!

Una raccolta di racconti, sviluppati in forme differenti: alcuni fondati su un dialogo serrato, altri totalmente privi di dialogo. Come si sviluppa la tua ricerca linguistico-formale?

I n totale i racconti sono tredici e ci sono, fra di loro, parecchi nessi più o meno nascosti che dovrebbero dare al libro una struttura più articolata che non la semplice raccolta in volume di brani indipendenti. Per esempio, nel primo racconto il protagonista dice di aver commissionato a un ragazzo la stesura di dieci racconti per un giornale, uno al mese, ciascuno su un decennio, ecc..., il che collega la prima sezione all'ultima. La forma dei racconti è diversa perché diverso è il rapporto temporale che ciascun racconto ha con la storia che racconta. Il racconto della sezione Dieci secondi, cioè il lasso temporale più breve dei quattro, è il racconto più lungo del libro. Siccome un effetto collaterale dei dialoghi è quello di simulare lo scorrere del tempo reale, qui me ne sono avvalso massicciamente perché mi serviva per creare delle zone di racconto in cui il tempo scorresse in maniera regolare, drasticamente contraddette poi in altre parti del racconto. Inoltre qui la figura del narratore ha un ruolo speciale, e potevo dargliela solo usando ampie zone di discorso diretto. Volevo che questo primo racconto del libro, che si intitola Attacchi di memoria, avesse una struttura temporale molto complessa, restando tuttavia leggibile: spero che il lettore leggendolo si trovi varie volte spaesato, come il protagonista del racconto stesso.

Nel primo racconto i dieci secondi sono quelli utili per ricordare e protagonista è un attacco ischemico che lascia alla sua vittima conseguenze sulla memoria e addirittura sulla capacità di percepire pensieri e ricordi altrui. Ma anche in altri punti del libro ci sono premonizioni o combinazioni quasi misteriose. Credi nell'inevitabilità degli eventi, nella predeterminazione, nel fascino del destino?

S ì, i dieci secondi sono quelli, ma sono anche contemporaneamente il tempo che impiegava il calciatore Blokhin per correre i cento metri (lo chiamavano "la freccia dell'Ucraina"). Il protagonista di questo racconto (un normalissimo signore che si chiama Carlo Ferretti) ha un attacco ischemico temporaneo, una cosa che non lascia tracce, fisiologicamente parlando. Ma io ho usato questa discontinuità nella coscienza di Ferretti per ingarbugliare un bel po' di fili, i fili del tempo, naturalmente, e anche un paio d'altri. Come se quell'interferenza subita da lui si fosse allargata ben oltre lui, pasticciando e rimescolando un po' di cose tutto intorno. D'altra parte, il tempo cronologico della nostra vita è lineare, ma ciò che di essa conserviamo nella memoria non lo è. Magari è qui che nasce il narrare, chi lo sa? Devo dire che io a questo racconto sono molto affezionato, e credo che sia una delle cose migliori che ho scritto, forse la migliore. Magari però mi sbaglio di brutto, capita spesso a chi scrive!
Sull'inevitabilità degli eventi, sulla premonizione e sul destino non ho le idee molto precise. So però che sono tutte cose che fanno parte della cassetta degli attrezzi di ogni narratore, come d'altra parte le loro negazioni: l'evitabilità degli eventi (ti ricordi "Lola corre"?), l'ignoranza del futuro, il cieco caso. Il fatto è che in quella cassetta ci sono tutte le cose che hanno a che fare con il tempo, da sempre, non solo da Proust in poi. E, naturalmente, tante altre cose. Ma quelle del tempo ci sono sempre tutte.

Molto piemontese, anzi, torinese, l'ambientazione. Non pensi che gli appassionati di calcio di altre città possano sentirsi "esclusi"? O forse credi nell'universalità di una passione comune al di là del campanile?

M i prendi in contropiede! Non lo so se sia così torinese l'ambientazione. Anzi, di esplicitamente torinese non mi sembra che ci sia molto, anche se molte ambientazioni indeterminate possono benissimo essere interpretate "torinesemente", questo sì. Sarebbe comunque assai singolare se qualcuno si sentisse escluso per questo motivo. Nick Hornby parla essenzialmente dell'Arsenal, ma non mi sembra che escluda, come scrittore, nessun lettore a priori. Dopodiché (cioè dopo che un libro si emancipa dal suo autore e se ne va libero per il mondo) può capitare effettivamente di tutto.
La passione per il calcio nasce sotto un campanile, se no non è passione, ma qualcos'altro, anche importante ma diverso. Io adoro la pallavolo, per esempio, ma non ci sono arrivato grazie al tifo per qualche squadra. Mi piace la sua astrattezza, la sua pulizia. Con il calcio ho un rapporto diverso. Tifo Toro (immaginati il gaudio di questi tempi). Ma il tifo non può accecare fino al punto di non vedere la grandezza di certi avversari. Per me, per esempio, Platini è stato esemplare.

Nei tuoi racconti appare il "grande Torino" e la tragica fine della squadra. Come mai, a tuo parere, ancora oggi resiste questo mito?

P erché è un mito.




Intervista a cura di Giulia Mozzato




26 maggio 2000