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Francesco Vignarca "Mercenari" nel terzo millennio? Ebbene sì Mercenari S.p.A. di Francesco Vignarca, edito da Bur, è un saggio di straordinario interesse che ci aiuta a capire un po’ di più quello che sta accadendo nel mondo. Abbiamo chiesto all’autore di rispondere ad alcune domande che la lettura del libro immediatamente suscitava: ecco le sue risposte Alla luce delle polemiche di questi giorni potrebbe spiegarci meglio che cosa significa oggi "mercenario" Perché, secondo lei, si è creato tanto scandalo, dopo le recenti dichiarazioni di un magistrato: forse è solo il termine a colpire l'immaginario? Il termine mercenario a mio parere, e lo esplicito spero in maniera convincente nel libro, non è più adeguato a descrivere la gestione privata dei servizi militari o di sicurezza. Una gestione che è sempre stata la regola di base nel corso della storia, ma che poi è stata ridotta e messa in disparte con l'avvento dello Stato Moderno e del suo uso esclusivo della forza. I privati hanno potuto così intervenire nelle guerre solo per vie traverse ed in maniera sporadica, spesso illegale o grigia, dando vita ad un fenomeno particolare che con il tempo abbiamo iniziato ad identificare come mercenario. Le forze militari private operano in svariati Paesi del mondo, sia in situazioni di guerra che in periodi di pace. Come è possibile che i governi utilizzino forze a pagamento per l'ordine pubblico o per la lotta alla droga? Credo che sia possibile sulla base di un ventaglio di motivazioni, alcune più pratiche e contingenti ed altre di respiro assolutamente generale e fondante sotto molti aspetti. Quanta presenza mercenaria c'è oggi in Iraq? Se per "presenza mercenaria" intendiamo l'uso delle compagnie militari private per la fornitura di diversi servizi di sicurezza o di stampo bellico (protezione di uomini ed installazioni, addestramento delle polizie e dell'esercito iracheno, fornitura di servizi logistici e di approvvigionamento per la Coalizione) ci troviamo di fronte ad un contingente militare "privato" che si aggira sui 30.000 uomini. Il secondo per numero dietro a quello degli Stati Uniti e ben più numeroso del gruppo di soldati inviati da Sua Maestà Britannica. Come mai le compagnie private sono coinvolte anche negli interrogatori dei prigionieri? Questo è un bell'interrogativo! Difficile da sciogliere per un semplice studioso della materia, se è vero che nemmeno il Segretario alla Difesa USA Donald Rumsfeld sapeva darsi (e sapeva darci!) una risposta in merito dopo gli avvenimenti della prigione di Abu Ghraib in Iraq. Di fronte al Congresso, sia lui che il Governatore provvisorio Paul Bremer hanno dovuto ammettere la loro ignoranza non solo in merito alla quantità di compagnie e di professionisti militari presenti in Iraq, ma anche riguardo alle procedure di assegnazione e di definizione dei contratti. Andando a scavare, si è scoperto in seguito che l'accordo che ha portato nelle prigioni irachene degli esperti di interrogatorio e di traduzione non inquadrati nell'esercito era stato stretto, per la semplice fornitura di materiale informatico, dal Dipartimento dell'Interno USA. Una struttura amministrativa che negli Stati Uniti si occupa usualmente di parchi e foreste... Da quanto scrive sembra che questo fenomeno sia privo di una regolamentazione adeguata. Quali motivi lei vede in questa "mascherata" deregulation giuridica? Non credo che si tratti solamente di una mancanza "volontaria" di regolazione. Certo questo aspetto è presente, soprattutto se prendiamo in considerazione gli ultimi 2-3 anni e le ultime grosse occasioni di guadagno per le compagnie militari private (Afghanistan ed Iraq). Ma bisogna pure tenere conto che non vi è ancora un'analisi diffusa e sedimentata delle caratteristiche innovative che consentono la crescita di questo fenomeno. Per cui è davvero difficile arrivare ad elaborare strumenti (legali o sociali) di controllo su una questione per lo più sconosciuta e, quando affrontata, ridotta nella lettura ad una semplice continuazione della parabola mercenaria. Come ho cercato di spiegare nelle risposte precedenti, e soprattutto come credo di aver dimostrato nel mio libro, ci troviamo invece di fronte a qualcosa di ben diverso. In questo senso risultano quasi pienamente inadeguati gli strumenti legali (convenzioni internazionali o in alcuni casi legislazioni nazionali) di cui si dispone attualmente. Gli interessi economici sottesi a questo ambito sono elevatissimi. Chi ne trae i maggiori benefici? Certamente le compagnie stesse, che stanno sempre di più vedendo crescere i loro introiti ed i loro valori in Borsa. Non per nulla grandi colossi finanziari ed industriali del mercato mondiale, spesso appartenenti al comparto della difesa ma in alcuni casi anche ad esso esterni, si sono resi protagonisti di acquisizioni e di fusioni con le compagnie militari più attive e di successo. Da un lato quindi gli affari li fanno gli attuali padroni di tali aziende, ma dall'altro bisogna pure dire che i loro fondatori hanno potuto realizzare degli introiti da favola con la vendita a peso d'oro delle loro creature. Un esempio di "idea azzeccata" almeno dal punto di vista del guadagno finanziario personale. La guerra moderna è più o meno interessata che in passato a questo businnes tanto particolare? Assolutamente di più! Si può dire che il modo moderno di fare la guerra è "tagliato su misura" per queste compagnie! Anzi, per essere più precisi e profondi, sono queste compagnie ad essere nate, cresciute e ad essersi sviluppate utilizzando al meglio l'ambiente predisposto dai nuovi dettami strategici e tattici. Io sono convinto che ogni epoca abbia la guerra che si merita e che più corrisponde alle caratteristiche sociali ed economiche che essa possiede. Il nostro mondo globale, finanziario e dominato da reti transnazionali (si pensi al WTO, alle multinazionali, a Internet...) non poteva che vedere una guerra meglio combattuta da entità medio-piccole, slegate da basi territoriali e da controlli sociali , a proprio agio quindi in un mare poco regolato e molto dinamico ed in mutazione. Così come è successo dopo la caduta del meteorite che ha dato il via all'estinzione dei dinosauri e al dominio dei piccoli mammiferi, ora la situazione è molto più favorevole a compagnie di questo tipo (o, diametralmente, ad organizzazioni come Al Qaeda) che alle mastodontiche strutture degli stati nazionali moderni. La privatizzazione della guerra lascia stupefatto il lettore inesperto: quale etica può esistere se l'unico fine (parliamo infatti di privati) è il guadagno? A parte che, per un nonviolento come me, non ci può comunque essere alcuna giustificazione etica o morale alla guerra, credo davvero che questa continua erosione della sovranità popolare, che si manifesta in una perdita esponenziale di controllo e di individuazione delle responsabilità, sia un problema delicato e pericoloso per il nostro futuro. Occorre quindi analizzarlo per trovare insieme la maniera migliore di fermarlo o quantomeno regolarlo. Non credo che si possa tollerare che, mentre i soldati dell'esercito americano sono sotto corte marziale, i professionisti privati che hanno partecipato alle torture di Abu Ghraib se ne vadano liberi a casa per un vuoto legislativo imbarazzante e forse colpevole. Di Grazia Casagrande |
9 novembre 2004