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Intervista a Sandro Veronesi

Di certo questo è per Sandro Veronesi un anno fortunato: vincitore ex aequo del Premio Viareggio (condiviso con Giorgio Van Straten), ha superato ogni avversario, aggiudicandosi, con 91 dei 272 voti validi, il Premio Campiello. L'opera che gli ha procurato tanti successi è La forza del passato pubblicato da Bompiani. Sandro Veronesi esamina per noi i temi e le problematiche di questo romanzo.


Hai avuto davvero molti riconoscimenti per La forza del passato.
Q uesto libro mi ha dato, da quando è stato pubblicato, molte soddisfazioni. Gli altri libri avevano avuto storie critiche controverse, certe recensioni elogiative compensavano quelle negative, ma su La forza del passato le voci sono state, da subito, quasi tutte positive: è stato davvero un libro molto fortunato.

Qual è la storia del titolo del romanzo?

I l titolo è arrivato a metà: all'inizio ne avevo in mente un altro, ma quando sono arrivato a scrivere la parte in cui il protagonista recita a memoria la poesia di Pasolini, e lo fa per reazione ad una situazione che si sta facendo insostenibile per lui, mi sono accorto che quello doveva essere il titolo definitivo. Spesso succede che alcuni versi di una poesia, che abbiano o no collegamenti con la storia narrata, regalino il titolo a un romanzo. Nel mio caso specifico quei versi però non avevano solo pertinenza con il tema trattato, ma con la storia stessa: venivano infatti branditi come uno scudo dal protagonista per difendersi da una rivelazione sconvolgente. Per altro quella poesia ha un rapporto particolare con me: è una delle poche che ho studiato a memoria per libera scelta da adulto e non da ragazzino e la ricorderò per sempre.

Il tema portante del romanzo ha preceduto un evento storico-politico che ha fatto scalpore: il Rapporto Mitrokhin.

A vevo appena consegnato il romanzo quando è scoppiato lo scandalo del dossier Mitrokhin e per un po' di tempo, leggendo i giornali, ho pensato che fosse un danno per me, perché si sarebbe magari pensato che io avessi tratto da lì il mio tema, e avrei dovuto dimostrare, dati alla mano, la priorità del romanzo. Poi ho letto il dossier e ho constatato che sono dedicate all'Italia solo sette pagine sulle migliaia da cui è composto, il resto è la ricostruzione fatta da questo archivista di tutte le azioni spionistiche svolte nel mondo in quel particolare periodo, la concomitanza del mio romanzo con quelle rivelazioni appariva davvero poca cosa. Il dossier non è centrato di certo sull'Italia, ma sui fallimenti sovietici di infiltrarsi in America, cosa che non sono riusciti mai a fare perché là non c'era un partito comunista credibile; grande spazio poi è dato ai successi (sempre compromessi da qualche tradimento) ad esempio in Inghilterra dove il KGB ha controllato per tutti gli anni Trenta, tramite i famosi "Cinque di Oxford", i servizi segreti, o in Francia, in Belgio, ma di sicuro non in Italia.

È comunque molto bello che uno scrittore anticipi, sappia già quello che la cronaca solo successivamente riuscirà a scoprire.

P er me era ovvio che fosse così: in un regime di guerra fredda prolungata, con delle potenze che non potevano farsi guerra, l'attività spionistica doveva essere senz'altro molto più capillare di quanto non si sapesse. Lo scandalo che se ne fece mi è parso abbastanza ridicolo.

Il protagonista vede sconvolta la sua vita dalla rivelazione della vera identità del padre: inizia così a rileggere tutto il suo rapporto con quel padre, che in realtà era per lui uno sconosciuto. Hai un interesse specifico per questa tematica?

I n questo caso c'era un problema che avrebbe interessato chiunque: riconsiderare il proprio padre in maniera del tutto opposta a come lo si è conosciuto. Quello conosciuto era un padre reale, con cui ci sono stati scontri, anche feroci, con cui si è vissuti una intera vita. Venire a sapere che tutto quello era finzione è un fatto di per sé sconvolgente. Però io ho sempre approfondito, fin dal mio primo romanzo, il tema del rapporto padre-figlio e devo dire che non ne vedo mai conclusa l'analisi, anche perché adesso sono io nel ruolo di padre. Vivo cioè una situazione che mi ha permesso di capire una cosa che è alla base (almeno nella mia vita) del rapporto: quando ero "figlio" ero preso da ciò che io che nascondevo a mio padre e non pensavo affatto a ciò che lui potesse nascondere a me. Adesso che sono padre, sono portato ad occuparmi di ciò che io nascondo ai miei figli. Non si può raccontare la propria vita ai figli, non sapranno mai tutto ciò che non li riguarda, che è successo prima che nascessero, come sono andate veramente le cose tra me e la loro madre ad esempio...E di nuovo sarei tentato di non occuparmi di ciò che loro cominciano a nascondere a me. Quando si fa questo ragionamento e si capisce che tutti mentono, o comunque che tutti hanno un segreto, molto solido, anche nei confronti di coloro che amano, si arriva all'anticamera della destabilizzazione. Basta che uno faccia un gesto (nel mio libro il protagonista alza la cornetta di un citofono) e tutte le cose si muovono, non sono più collocabili e la crisi di identità diventa inevitabile. Però è necessaria quella riflessione preliminare: tutti hanno un segreto. Ognuno nasconde cose diverse, un tradimento, un sentimento...

Chi è il personaggio/rivelazione?

C' è un momento in cui uno strano personaggio entra in scena e cerca di dire che non si è stupidi se si crede al mondo così com'è, si è invece saggi. Non bisogna dare spallate alla propria realtà, se no questa crolla e se tutto è demolito, non si riesce neppure più a capire chi si è davvero . E questo viene detto da uno la cui vita è stata una "non vita", così può affermare in modo consapevole come sia pericoloso cercare la verità, proprio nel momento in cui lui la sta rivelando. La verità è conseguenza di un'azione compiuta, ad esempio alzare il citofono ed ascoltare di nascosto ciò che dicono gli amici uscendo di casa: è già una condanna, un trauma.

Ma il protagonista non racconta alla moglie quello che ha sentito. Per paura di colpirla?

F orse no, perché la moglie è diversa da lui, forse lei conosceva già la verità. E poi anche lei fa parte delle rivelazioni che lo destabilizzano. Lui conserva molti segreti, anche di poco conto, ma non ha mai pensato che anche gli altri lo possano fare con lui.

L'amico del padre è quasi un angelo rivelatore e nella sua vita ha vissuto per un'ideologia. Come hai scelto un personaggio del genere in un momento in cui tutto vuole essere non ideologico?

I l romanzo è centrato sulla differenza netta che si è determinata tra la generazione del padre e quella successiva. Fino ad allora la "forza del passato" significava qualcosa: quando Pasolini lamenta, con quella poesia e con tutto quello che ha scritto in quegli anni, che si stava generando una frattura epocale, che stava finendo qualcosa, che una certa maniera di tramandarsi l'educazione di padre in figlio era finita (e infatti stava sorgendo una cultura orizzontale, giovanile, verso la quale non ha mai avuto molta simpatia) lì si definisce una linea di confine appunto epocale. Dall'Illuminismo fino a quel momento più o meno i figli venivano educati in una linea di tradizione molto forte, da quel momento invece si determina una frattura che nei fatti e con qualche decennio di lavorio, ha portato alla fine di tutti quei valori che per secoli i padri tramandavano ai figli, oppure determinavano come reazione ai propri, ma in una maniera lineare. Questo significa che non solo non c'è più comprensione, quella "forza del passato" in una generazione che da quel momento in avanti, diventando a sua volta generazione di padri, non tramandava più quella linearità, ma questa sorta di distribuzione orizzontale dei valori. Mi serviva un personaggio che fosse da un certo punto di vista inattendibile per far poi capire che tutta la sua inattendibilità era perfettamente coerente con quello che sono stati gli uomini fino alla generazione del protagonista.

Secondo te nascerà una nuova "tradizione" da trasmettere?

È quello su cui rifletto in questo periodo: di fatto sì. Quando il mio protagonista brandisce Pasolini per difendersi, in realtà sta già al di là del crepaccio di cui si parla nella poesia. Lui è già "il problema". Si può voler dedicare la propria vita a un'altra epoca, ma di fatto si opera, si lavora, si crescono i figli, si vive in questa che ha in sé tutte le cose che Pasolini aveva intuito prima che accadessero e che per lui erano quasi una sciagura perché sicuramente portavano più male che liberazione. Questo era un punto di vista all'epoca molto impopolare.
Il giovane degli anni Cinquanta viveva nella tradizione determinata dai propri padri, quello degli anni Sessanta ha cominciato a determinare una nuova tradizione che è però ancora in embrione e che, secondo me, è destinata ad avere grossi problemi, perché non ha nessuna idea di forza, come invece "i ruderi", "le pale d'altare" di cui si parla nella poesia, e che i "fratelli" che l'hanno vissuta e che "non sono più", avevano. "La forza del passato" appunto...
Il mio personaggio ha l'occasione di fare i conti col passato, potrebbe costruire un ponte sul crepaccio di cui parla Pasolini, ma scivola (e il romanzo con lui perché è scritto in prima persona) nell'adattamento di questa rivelazione alla vita quotidiana, al suo orticello perché questo è ciò che ci insegnano a fare da alcuni anni: siamo educati all'individualismo, a una cura anche eccessiva dei figli, degli animali, della natura, alla fine così il mio personaggio parla solo appunto del proprio orticello, dei figli, della moglie e tutta la grandezza che c'è nella rivelazione finisce coll'essere una piccola cosa. Essendo scritto in prima persona, non potevo, in quanto autore, intervenire con uno sguardo critico su quello che accadeva al mio protagonista e alcuni, soprattutto di una certa età, hanno attribuito a me questo errore, il fatto che il romanzo partisse così alto e poi finisse nella miseria quotidiana: io in realtà ho potuto solo rappresentare la sproporzione tra la rivelazione da cui parte la storia e la pochezza a cui arriva, sperando che venisse colta dal lettore.




Di Grazia Casagrande




8 novembre 2000