foto Effigie

I libri di Mario Vargas Llosa sono ordinabili presso Internet Bookshop



Mario Vargas Llosa

Uno degli scrittori sudamericani più importanti, e senza dubbio il più noto autore peruviano contemporaneo, Vargas Llosa è anche un intellettuale impegnato, attento alla realtà economica e sociale non solo del Sud America, ma internazionale. Quindi è inevitabile, parlando con lui, affrontare temi letterari ma anche politici. E le sue risposte sono sempre ricche di idee, di spunti, di provocazioni.

La festa del caprone, il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, è una seria condanna ad ogni tipo di tirannide. In questi anni secondo lei qual è la peggiore tirannide che si profila per il mondo? E ha senso parlare di tirannide nazionale o dobbiamo riferirci alla tirannide globale?
Nonostante prima ci fossero molti più tiranni, molte più tirannie al mondo, dobbiamo ricordarci che ancora oggi persistono e che la democrazia appartiene a pochi. Il problema delle dittature, dell'autoritarismo o del totalitarismo è ancora attuale: non è solo un problema storico ma appartiene ai nostri giorni. Esistono tantissimi tipi di dittature con caratteristiche diverse. Esistono dittature messianiche o militari, dichiarate o nascoste, occultate. E dobbiamo sempre ricordarci che la democrazia appartiene a pochi privilegiati.

Cos'è per lei la letteratura, qual è la sua definizione di letteratura?

La creazione di mondi alternativi semplicemente partendo dall'immaginario. La creazione dell'immaginazione dalla parola è un mondo possibile nonostante sia fatto di elementi immateriali, un mondo che, anche se fantastico, parte dalla realtà, dalle esperienze, dalle memorie, con una grande carica di verità. Una realtà immaginata e proprio per questo indipendente.

Qual è il suo pensiero sulla globalizzazione?

Credo che la globalizzazione sia un processo ormai irreversibile, non si può andare contro questa realtà. Penso che racchiuda in sé aspetti sia positivi che negativi. Gli aspetti positivi riguardano la possibilità offerta ai paesi poveri, se sapranno cogliere questa opportunità, di bruciare le tappe, ossia attuare nuove tecnologie, avviare nuovi mercati e accelerare la propria crescita. Il lato negativo è il suo essere concepita solo per il mercato, e non riguardare temi come la giustizia: non c'è la globalizzazione della democrazia. L'ideale sarebbe estendere assieme alla globalizzazione del mercato anche quella delle democrazie e della giustizia eliminando così le dittature e tutte le sopraffazioni che vediamo.

Ma lei ritiene che il mondo occidentale faccia abbastanza per promuovere questo cambiamento?

Senz'altro si sta facendo troppo poco. E soprattutto, ciò che si fa è fatto male. Nulla sarebbe più utile ai paesi poveri dell'apertura delle frontiere di quelli ricchi all'importazione dei beni agro-industriali, che vengono prodotti principalmente dai paesi del terzo mondo. I paesi che difendono la globalizzazione del mercato, in realtà attuano politiche che chiudono le frontiere all'ingresso proprio dei prodotti agro-industriali provenienti dal terzo mondo. Il risultato è che abbiamo da un lato i consumatori dei paesi del primo mondo che si vedono obbligati a pagare un prezzo molto più alto per i prodotti agro-industriali che acquistano e d'altro canto gli abitanti dei paesi del terzo mondo condannati alla povertà. Sarebbe necessario cambiare questi equilibri e i rapporti economici e politici tra questi due grandi blocchi. Se parliamo poi di America Latina, il problema principale è rappresentato dalla corruzione, che blocca gli aiuti emanati e impedisce che arrivino a chi ha effettivamente bisogno. Gli aiuti statali si disperdono tra governo, burocrazie e pastoie varie, con uno spreco totale delle risorse investite. Tutto questo è dovuto, appunto, alla corruzione, che viene costantemente alimentata. Bisognerebbe cambiare prima di tutto il rapporto tra primo mondo e paesi in via di sviluppo e soprattutto orientare e canalizzare, razionalizzandola, la distribuzione di questi aiuti.

Tornando al rapporto democrazia-dittatura, nell'America Latina persiste il "rischio dittatura". La presenza di uno stato forte ed egemone come l'America del Nord, secondo lei, favorisce più l'istituzione, la continuazione della dittatura o lo sviluppo della democrazia?

In passato gli Stati Uniti hanno appoggiato soprattutto le dittature militari: un modo di difendersi contro il comunismo. Attualmente la politica degli Stati Uniti è molto più cauta riguardo le questioni dell'America Latina ma questo non è il vero problema. Il problema è l'America Latina stessa, il popolo latino-americano. Vediamo ad esempio, parlando di dittature così dette "popolari", il caso del Venezuela. In Venezuela abbiamo un personaggio che ha una forte vocazione all'autoritarismo, il signor Chavez, che è stato eletto con l'appoggio popolare, dando vita a quella che si può definire una "dittatura popolare". Vediamo un altro esempio: il Perù. Alberto Fujimori è stato eletto con un appoggio massiccio del popolo. Ma sarebbe stato tutto più chiaro se le elezioni si fossero svolte in maniera meno fraudolenta, se fossero state elezioni lecite. Malgrado ciò Fujimori godeva dell'appoggio popolare. Penso, ancora, a Fidel Castro, un altro esempio, che aveva, almeno in una fase, instaurato una dittatura popolare... La responsabilità del popolo latino americano è quella di non combattere i dittatori "alla nascita", impedendo loro di impiantarsi al potere e generare un terreno fertile per la corruzione e tutti i problemi conseguenti. Vorrei ricordare come dittature popolari anche quelle di Pinochet in Cile e Peron in Argentina. Quando parliamo di dittature si occulta e si nasconde la responsabilità del popolo stesso che ha permesso, ha tollerato l'avvento di questi personaggi in politica e al potere. È molto facile e molto comodo condannare gli Stati Uniti, ma facendolo rischiamo di crogiolarci in uno stato di passività attribuendo la colpa ad altri. È necessario che il popolo latino americano rifletta in modo autocritico sulle proprie responsabilità nel creare e nel crescere queste dittature e soprattutto sul fallimento delle democrazie che sono nate in quel continente.

Cosa pensa della situazione politica dei paesi occidentali?

Tutti i paesi europei sono democrazie. Ma democrazia non è sempre sinonimo di buone elezioni. Tuttavia con la democrazia questi sbagli si possono correggere con successive elezioni e con un ricambio della classe dirigente. Il problema maggiore è l'indifferenza sempre crescente verso la cosa pubblica, verso la politica, considerata come qualcosa di sporco da cui bisogna stare lontano, troppo complicata. Non c'è più la spinta verso la partecipazione civica, del singolo, nella vita pubblica. Nulla può essere più deleterio per la democrazia che questa mancanza di partecipazione. E questa mancanza di partecipazione è quello che vedo come grande problema delle democrazie occidentali attualmente.

Com'è cambiata negli anni, secondo la sua esperienza, l'idea dell'impegno dell'intellettuale?

Io credo nell'impegno degli intellettuali e che quest'impegno sia un atteggiamento valido, sia dal punto di vista politico che da quello morale. Purtroppo questo tipo di atteggiamento pare non abbia presa tra gli scrittori emergenti contemporanei. I giovani scrittori guardano con molta ironia e molto sarcasmo verso l'idea di influenzare la storia, di poter cambiare la società. Quando io ero giovane, quando ho iniziato a scrivere, avevamo in mente che la letteratura potesse aiutare a cambiare il mondo attraverso le idee. Invece l'atteggiamento di oggi è proiettato verso l'intrattenimento puro. Quelli della mia generazione credevano nelle parole di Sartre che diceva, "le parole sono atti". Oggi invece l'impegno intellettuale e morale viene preso dai giovani scrittori come presunzione, la presunzione di voler cambiare il mondo. È nata la letteratura così detta light, puramente di intrattenimento. Non credo all'idea della letteratura come intrattenimento fine a se stesso, perché in questo modo sarebbe condannata e non potrebbe competere, ad esempio, con i mezzi di intrattenimento per eccellenza come la Tv o gli audio-visivi. Credo invece che la letteratura possa insegnare la critica sociale, aiutare la decodifica dell'ambiente in cui viviamo, creare una mentalità critica verso la storia e attraverso la storia. Altrimenti perderemo la vocazione allo sviluppo della civiltà e ci sentiremo come dei dinosauri.

Il suo libro La festa del caprone è certamente un testo impegnato. È un romanzo molto drammatico che porta una grande accusa alla dittatura. Ma lei ha scritto anche romanzi come I quaderni di don Rigoberto o l'Elogio della matrigna. Sono libri erotici, sono libri di intrattenimento da un certo punto di vista, di alto intrattenimento...

Non ho detto che la letteratura non debba intrattenere o essere in grado di catturare il lettore. Il lettore deve continuare a chiedersi chissà cosa accadrà, chissà cosa avverrà in seguito mentre legge, ma non posso pensare alla letteratura solo come un semplice intrattenimento. Ci sono due tipi di intrattenimento: uno cattura e cambia il lettore, regala un pensiero, una traccia; l'altro ci distrae ma ci lascia completamente vuoti. La buona letteratura deve intrattenere con meraviglia e con stupore. Penso ad esempio ad autori come Thomas Mann, Borges, Kafka, Faulkner, che distraggono ma allo stesso tempo hanno il potere di cambiare la visione del mondo. La letteratura deve lasciare sempre una traccia sulla coscienza, deve catturare a tal punto il lettore che quando finisce l'incantesimo si senta più povero. Se non fosse così la letteratura non avrebbe ragione di esistere.

Non pensa che molti dei nuovi autori definiti post-post moderni, cerchino comunque di esprimere la contemporaneità, la società in cui vivono, facendolo anche bene?

Se la loro opera è rappresentativa di una forma di vita contemporanea non c'è dubbio che presenti aspetti interessanti, però le generalizzazioni mi lasciano molto insoddisfatto perché credo che si debbano sempre dare riferimenti precisi, si debbano indicare nomi, soprattutto nell'arte e nella letteratura. Per esempio ho trovato originali alcune cose di Pynchon mentre altre sono per me incomprensibili; uguale giudizio esprimerei sull'opera di DeLillo: alcune opere mi sono piaciute, altre invece non sono riuscito a leggerle e soprattutto a capirle. Potrei dire di avere una visione molto contraddittoria di entrambi questi scrittori. La cosa interessante della generazione chiamata post moderna è che per la prima volta un fenomeno letterario è nato e si è sviluppato simultaneamente in tutto il mondo, inclusa l'America Latina. È logico che ci siano delle differenze, però è un dato di fatto, anche se, ribadisco, non mi piace dare dei pareri generalizzati ed etichettare generi e situazioni.

Di Giulia Mozzato




11 gennaio 2002