Adriaan Van Dis
L'Italia scopre uno scrittore olandese

Uno scrittore olandese, notissimo in patria, fino ad oggi quasi sconosciuto in Italia, che sa interpretare, partendo dalla sua biografia, il disagio esistenziale e i sentimenti dell'estraneità e della diversità.

Usa Internet per il suo lavoro?
Si, ma non so bene come funziona. Mi sono fatto aiutare da un ragazzo di 14 anni. Stavo scrivendo un articolo su Gustave Flaubert. Digitiamo "Flaubert" e viene fuori tutto sui fucili Flaubert. Proviamo con un argomento più generale. Si sente dire che su Internet c'è tanto sesso e quindi digitiamo "sesso". Anche questa volta il risultato ci delude: veniamo a conoscenza dei risultati dei giochi olimpici. Non era certo quello che pensavamo di trovare! Un ultimo tentativo: limitiamo la domanda al "sesso sado-maso". Di nuovo un risultato negativo in quanto ci dà "Smith", "Smithsonia". In breve, non ci capisco niente. Pago ogni mese il mio abbonamento, ma penso che sia meglio fare un corso. Non voglio proprio farmi superare dalle nuove tecnologie!
Pensa che tramite Internet sia possibile raggiungere un pubblico nuovo di lettori?
No, non lo penso. Credo che Internet possa sostituire una visita in biblioteca per richiedere una tesi di laurea o degli articoli. Va usato come una grande banca dati (di informazioni). Non credo che, nel futuro, il computer prenderà il posto del libro. Si vuole sfogliare, avere un contatto fisico col libro, leggerlo sdraiati sul letto. Internet è utile nell'ambito del lavoro, per leggere un giornale o una rivista specializzata.
Il libro è destinato a un gruppo di persone limitato e sarà sempre così.
Ci racconta qualcosa del suo libro Le dune delle Indie, da poco tradotto in Italia?
"Le dune delle Indie" parla di più cose, diverse tra loro. Prima di tutto parla di una famiglia traumatizzata dalla guerra, che dalle Indie, colonia olandese, arriva in Olanda per trovare una nuova possibilità di vita. L'Olanda però non si interessa a quella guerra, non ne vuol sentir parlare e la famiglia tace perché non riesce a comunicare le proprie esperienze.
Nel libro si descrive anche la figura di un uomo di 50 anni che ripercorre la sua gioventù e si rende conto che il vittimismo non dà conforto. Si ribella, ma capisce che il trauma subito dai suoi genitori, colpiti dalla guerra, lo ha toccato. Se da ragazzo si è sempre disinteressato di certe cose, pur sapendo che era successo qualcosa di molto grave alla propria famiglia, col passare del tempo procede anche il suo itinerario personale alla scoperta del misterioso trauma subito dai suoi genitori.
E proprio in concomitanza con la scrittura del suo libro, con l'avanzare della sua ricerca nel passato, l'uomo vede alla televisione l'esodo dei profughi bosniaci, degli Hutu e dei Tutsi. Vede queste madri con i loro figli sovraccariche di borse e pensa che lì camminano dei bambini che fra 50 anni racconteranno una storia simile alla sua:. una storia che non li lascerà mai.
Come è stato accolto il libro in Olanda?
Il libro ha turbato in modo particolare gli olandesi. Ne sono state vendute tantissime copie perché rappresenta la voce di una seconda generazione.
Il romanzo sviluppa anche il tema dell'"estraneità" a un luogo: è la storia di un "estraneo". È un ragazzo che cresce in una famiglia di rimpatriati dove tutti sono di colore tranne lui e sua madre. Vorrebbe far parte delle Indie e della loro guerra. Vorrebbe essere stato anche lui internato in un campo. Conosce e canta tutte le canzoni che cantavano lì quando lavavano i piatti. Si sente uno di loro. Quando passano le orfane anche lui canta "...e le ragazze di Batavia sono nere, nerissime...", in quel momento è dalla loro parte. Ma è dall'altra parte quando sono gli altri a ricordargli che è un "totok", un olandese, che non ha vissuto la guerra, che non riesce mangiare sateh e che non può capire la loro cultura. È olandese e indonesiano, si trova tra due culture e vuole far parte di entrambe: questa ambiguità è la sua cultura.
Ricordo che la prima intervista che ho rilasciato su "Le dune delle Indie" è stata con un giornale marocchino in Olanda. La giornalista, una ragazza di 21 anni, mi ha detto: "Questo libro parla di noi". Infatti era rimasta turbata scoprendo nel libro l'esistenza degli olandesi ritornati dopo la guerra in Olanda e le loro difficoltà ad inserirsi nella società e nella vita quotidiana olandese.
Il pubblico italiano non ha però questo tipo di sensibilità.
Il problema infatti adesso è far capire tutto questo in Italia. Da un lato si può parlare dell'emigrante che dal Sud dell'Europa arriva al Nord è non si sente mai completamente inserito. Possiamo parlare anche dello stato d'animo di una persona che si sente sempre "estranea", che in ogni occasione si sente attratta dagli emarginati. Succede anche a me. Nel mio lavoro in generale "l'estraneo" ha sempre avuto un ruolo importante. Spero che questo venga capito all'estero. In Norvegia per esempio "Le dune delle Indie" è stato un grande successo. Lì lo considerano un libro di guerra. Probabilmente hanno una particolare sensibilità nei confronti dell'idea della guerra. Ogni paese farà del libro l'uso e la lettura che più gli corrisponde.
In quante lingue è stato tradotto Le dune delle Indie?
Il libro è stato tradotto in tedesco, norvegese, svedese, danese, americano, francese e croato. Probabilmente uscirà una traduzione in giapponese e spero tanto anche una traduzione in indonesiano. Presto andrò per la prima volta in Indonesia. Non ci sono mai stato, vi sono stato solo concepito. Non ho mai osato visitarla perché trovo che la mia mitologia personale sia più importante della realtà. I racconti fatti in casa, mangiando lentamente il piatto tipico indonesiano, il cosiddetto rijsttafel, sono sempre stati per me importantissimi, e così ho una certa paura a confrontarmi con la realtà.
Ha seguito personalmente la traduzione italiana?
Se si conosce una lingua, il francese, il tedesco o l'inglese, viene più naturale interferire e avere preoccupazioni più grosse. Ti domandi se il traduttore abbia capito le sfumature. In questo caso la traduttrice non si è messa in contatto con me e io non l'ho cercata. Non so come sono state tradotte le parole indonesiane, se le ha capite. Chiaramente ci è riuscita, visto che la casa editrice è contenta. Ho notato, leggendo qualche brano, che risulta molto ritmico. Questo è molto importante per il mio modo di scrivere. Tutto quello che scrivo, lo scrivo per essere letto ad alta voce, per me stesso, tutto quello che suona male va eliminato. La mia prosa è abbastanza lirica e poetica.
C'è poca letteratura olandese tradotta in italiano. Invece in Olanda sono molti gli scrittori italiani tradotti. Legge mai libri dei colleghi scrittori italiani?
Recentemente ho letto un libro di Giuseppe Pontiggia e "Vite brevi di idioti" di Ermanno Cavazzoni. Questi libri parlano di un argomento, le vite di idioti, sul quale ho scritto nel mio libro "Casablanca" e che mi interessa.
In Olanda è conosciutissimo grazie alla televisione e anche come scrittore. In Italia invece nessuno la riconosce, che effetto le fa questo anonimato?
Molto buono. Tra altro, è avvenuto così anche in Germania , e proprio lì ho vinto il mio primo premio letterario, perché hanno giudicato soltanto il libro. Questo non succede in Olanda. In Belgio ho vinto un premio letterario. In Olanda la gente ha difficoltà considerare qualcuno un vero scrittore se nello stesso tempo appare anche in televisione, anche se solo per otto ore all'anno. Dovrò adattarmi e pensare unicamente a scrivere, pur considerando questo un segno di mentalità ristretta. L'Olanda è un paese troppo piccolo...
Qual e il segreto per scrivere un libro destinato a diventare un successo internazionale?
Scrivere un libro bellissimo... Quella è l'unica cosa che deve fare. Credo nel "creative writing" nel senso che, presumendo di avere talento, solo questo può aiutare. Bisogna possedere una sorta di "sensibilità dello stile" e questo ha a che fare con tanta autocritica e tanta disciplina. Ho appena insegnato per tre mesi presso un'università dove abbiamo fatto qualcosa di "creative writing" e lì ho potuto notare la grande superficialità della gente. Si pensa che una frase debba essere scritta in cinque minuti. Qualche volta ci vogliono invece tre giorni. Scrivere è un po' come essere un commerciante: ti siedi e se arrivano dei clienti sei fortunato. I clienti sono l'ispirazione e se non vengono i clienti, bisogna tenere il negozio aperto più a lungo. Ti siedi, semplicemente. Non è mai stato scritto un romanzo al bar. Incontro troppi scrittori che dicono: "vado a scrivere un romanzo". Al bar non se ne è mai scritto uno. Un romanzo si scrive a casa nella tranquillità più borghese e lì che puoi avere le fantasie più folli. Bisogna vivere una vita calma per poter scrivere dei libri violenti.

Nell'intervista si parla del romanzo Le dune delle indie pubblicato in Italia da Baldini & Castoldi nella collana Romanzi e Racconti



9 maggio 1997