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Intervista a Luigi Vaccari

Luigi Vaccari è un giornalista di grande talento e di lunga esperienza. Ha lavorato per Il Corriere dello sport, Il Giornale di Sicilia, Tempo Illustrato, L'Automobile, L'Informazione, Avvenimenti. Dal 1970 scrive per Il Messaggero, dove è stato responsabile degli spettacoli, dei servizi culturali, inviato speciale e critico tv. Da tempo cura per il Gr3 della Rai la rubrica settimanale L'aneddoto. Ha dunque conosciuto nella sua lunga carriera molti personaggi, legati a tutti gli ambienti culturali. Collegando queste frequentazioni con un tema da lui particolarmente sentito, il rapporto con la figura del padre, è nato questa interessante raccolta di colloqui in cui l'intervistatore partecipa intensamente al racconto di ogni intervistato, dando vita a un libro di rara intensità emotiva.


Come è nata l'idea di scrivere un libro come Io e mio padre in cui una serie di personaggi parlano del loro rapporto con i padri?
P enso che ogni libro abbia un origine rintracciabile nella biografia dell'autore e credo che questa raccolta di interviste non sfugga alla regola. Diciamo che era una mia vecchia idea, tant'è vero che cinque o sei delle interviste che compaiono nel mio libro sono del 1992. Proposi questa serie, scrissi i testi per Il Messaggero e uscirono sulla pagina della cultura. Poi questa idea mi ha "perseguitato", se così posso dire, e negli ultimi tempi Giuseppe Buonavisi un mio amico scrittore (che per altro compare in questa raccolta) che da semrpe sosteneva che queste interviste andassero raccolte, mi ha messo in contatto con Anna Grazia Doia delle edizioni Manni. Chiacchierando con Anna Grazia mi sono venute alcune idee, fra le quali questa: fare una serie di interviste sul tema "Io e mio padre". Lei ha accolto la proposta con grande entusiasmo, ed è nato il volume. Devo dire che alla base del libro c'è un forte senso di colpa verso mio padre che mi trascino da quando è morto, nel '67. Quindi dialogando con questi 26 personaggi e ponendo loro delle domande ho cercato nelle risposte, forse delle complicità, che giustificassero certi miei comportamenti, che attenuassero l'acuto disagio e mi facessero sentire meno solo.

Questa è stata la molla scatenante?

C' è stato un momento nella mia vita in cui ho voluto giudicare mio padre e credo di aver commesso un clamoroso errore. Perché giudicare il proprio padre quando non si hanno gli strumenti giusti per farlo, ma obbedendo allo stato d'animo, è forse l'errore più grosso che un figlio possa compiere perché ne esce un giudizio irrazionale, con conclusioni ingiuste e superficiali. In questa introspezione il libro in qualche modo mi ha aiutato: chiacchierare con la gente aiuta. Il problema è che quando si prende coscienza di questi errori in genere è troppo tardi per porvi rimedio. Io credo che la figura paterna sia decisiva nella vita di ognuno, credo che sia più importante di quella materna.
Io debbo a mio padre alcuni insegnamenti, insegnamenti di fatti non di parole che mi accompagnano da sempre. Per esempio (e questo l'ho detto anche all'Università di Lecce dove mi hanno amabilmente invitato a parlare di questo libro) mi ha insegnato che non si può stare contemporaneamente da una parte e dell'altra dello stesso tavolo e questo per me è stato un insegnamento fondamentale. Se sei un critico letterario non puoi curare una collana per una casa editrice e magari recensire le opere che fai pubblicare. Se sei un critico televisivo non puoi andare a promuovere un libro in un programma televisivo. Insomma mi ha insegnato (come ho scritto nella dedica al mio libro precedente) che esistono delle differenze e queste differenze vanno onorate. Il fatto di avere ricevuto questi insegnamenti importantissimi, fondamentali nella mia vita, ha poi acuito i sensi di colpa per un periodo di forti tensioni che ci sono state con lui. Per colpa mia probabilmente, o anche per colpa sua.

Parlando con le persone che ha intervistato ha trovato qualche affinità particolare o qualche esperienza simile alla sua?

S ì e no. Forse sì, ma ogni storia poi è diversa. Un limite di questa raccolta è che non ci sono interviste a giovani. E devo dire che ci avevo anche pensato... Potrei, magari banalmente, citare l'avvocato Agnelli che afferma che a una certa età scatta una solidarietà generazionale e una ricerca, consapevole o meno, di complicità. L'aspetto generazionale era per me necessario. Rispondo così alla sua domanda: per parlare del rapporto padri e figli negli anni in cui l'avevo vissuto io ho voluto in qualche modo "storicizzarlo" e ho così scoperto molte affinità. In generale ho trovato nelle donne un rapporto di amore profondo col padre: penso a Fernanda Pivano, ad esempio, o Alda Merini, che ha idolatrato addirittura il padre. Negli uomini prevalgono rapporti conflittuali. Dal dialogo con Valerio Magrelli (il più giovane degli intervistati), ad esempio, esce fuori un ritratto durissimo, secondo me anche molto coraggioso, tenendo conto del fatto che il padre è tuttora vivo. Devo dire che le storie un po' si assomigliano. Ci sono state un po' per tutti delle fasi alterne nel rapporto col padre. Crescendo nascono dei contrasti violentissimi, durissimi spesso basati sulla difficile convivenza di "due galli nello stesso pollaio". Insomma, le storie hanno molti punti di contatto, pur poi nella diversità di ogni singolo rapporto.




Di Giulia Mozzato




6 luglio 2001