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Judith Uyterlinde

Judith Uyterlinde ha avuto il coraggio di affrontare uno dei temi tabù della nostra società: l'impossibilità di avere figli. Si scrive molto sui temi della sterilità, sulla fecondazione assistita, sulle adozioni. Ma quasi sempre si tratta di saggi e testi dal carattere scientifico o divulgativo. Difficilmente si sente direttamente la voce delle protagoniste, delle donne che hanno vissuto il calvario dei tentativi andati a vuoto, delle gravidanze interrotte, dei fallimenti "devastanti" per l'equilibrio personale.
Cercasi bambino disperatamente è la storia autobiografica di Judith Uyterlinde, un libro che ha avuto un incredibile successo in Olanda, il suo paese di origine, e i cui diritti sono stati venduti per le traduzioni in tedesco, spagnolo, svedese, danese, portoghese, inglese (e sudafricano), lituano. In Italia sarà nelle librerie l'11 aprile, edito da TEA nella collana "Esperienze".



Com'è nata l'idea di scrivere un libro sulla sua travagliata storia personale? Lo ha fatto principalmente per uno sfogo personale, per esorcizzare un problema, o per aiutare altre donne nella sua stessa situazione?
Durante i sette anni in cui cercavo disperatamente di avere un bambino e non ci riuscivo ho sentito molto forte il desiderio di fare delle letture su questo argomento. Pensavo che ci fossero molti libri, poiché una donna su quattro subisce un aborto e la maggior parte delle donne che si affidano alla fecondazione in vitro pongono fine ai tentativi senza aver concepito. Con mia grande sorpresa, non riuscii a trovare il libro che cercavo, cioè che raccontasse "dal di dentro" il forte impatto emozionale che tutto questo ha sulla propria vita. Così decisi di scrivere il libro che io stessa avrei voluto leggere.

Quanto si è rivelato difficile descrive le sensazioni indubbiamente forti che hanno caratterizzato quegli anni?

Ho scritto il libro quando quelle esperienze erano ormai alle mie spalle. La scrittura non mi è servita come terapia, e io ero molto concentrata sulla scrittura stessa, per trovare le parole giuste per descrivere queste esperienze nel modo più schietto possibile, senza essere melodrammatica, e nello stesso tempo mantenendo un certo tono "problematico". Desideravo scrivere anche un libro divertente, che facesse piangere ma al contempo ridere. Volevo produrre una buona lettura. La difficoltà più grande che ho trovato è stata nel trattare una storia estremamente personale, che coinvolgeva intimamente non solo me, ma anche i miei parenti e i miei amici. Ma, fortunatamente, l'hanno presa tutti molto bene.

Quali consigli e consolazioni può trarre da questo libro una donna che viva adesso la sua stessa esperienza?

Credo che il mio libro possa aiutare le donne ad accettare il fatto che, in queste circostanze, è normale provare brutti sentimenti come la rabbia, l'invidia e l'autocommiserazione. Ho avuto moltissimi riscontri da parte di donne che hanno ricevuto conforto dal libro: tutte mi hanno detto che, prima, credevano di essere le sole a provare certi sentimenti, che se ne vergognavano e che non ne parlavano con nessuno. Si sentivano quindi sollevate dal fatto che altri erano nelle stesse condizioni, che è normale accettare con grande difficoltà il fatto di non poter avere figli. Quando passi attraverso una simile esperienza, è difficile esprimere i propri sentimenti, perciò il mio libro può anche essere uno strumento per spiegare agli altri - compagni, amici, genitori, suocere e altri parenti - ciò che si sta vivendo.

Uno degli elementi centrali del racconto è, come ha appena accennato lei stessa, la sensazione di impotenza e anche di invidia nei confronti di amiche e parenti. Come superare positivamente questi pensieri negativi?

Non negandoli. Il non riuscire a concepire o il perdere il proprio bambino per un aborto sono esperienze che non si possono superare facilmente. Seguono i processi di un vero e proprio lutto: all'inizio non riesci a credere che stia succedendo proprio a te, poi ti senti terribilmente arrabbiato, poi viene la tristezza e infine l'accettazione. Ma arrivare all'accettazione richiede molto tempo, poiché spesso la causa medica dei fallimenti non è chiara. E finché non si sa con certezza che è impossibile avere un bambino, c'è sempre la speranza che un giorno, in qualche modo, tutta la sofferenza e l'attesa sarà ricompensata.

Con il "senno di poi" tutti i tentativi di fecondazione artificiale e le non belle esperienze in ospedale, viste anche alla luce dei dati che lei fornisce nell'ultima parte (20% di riuscita) e i costi, rifarebbe questo iter o si indirizzerebbe subito verso la soluzione dell'adozione?

Passerei direttamente all'adozione. Oggi sono così felice con le mie due figlie che spesso mi chiedo perché non ho considerato seriamente prima questa soluzione. A quel tempo non ci sembrava una possibilità, non conoscevamo persone che avessero adottato bambini. Ma ora non ci sembra affatto una seconda scelta. Sono certa che non potrei amare più di loro un figlio nato dal mio grembo. Ma, evidentemente, avevo bisogno di tutto questo tempo per arrivare a questa conclusione.

Perché ha scelto di non parlare dell'esperienza dell'adozione?

Perché ritenevo che l'adozione fosse un altro argomento, non volevo mischiare i due temi nello stesso libro. Volevo che il libro avesse un finale aperto, invece che il lieto fine con l'adozione come soluzione a tutti i problemi di infertilità. Per molte persone l'adozione non è una soluzione. E io voglio rispettare questo, anche se adesso, quando sento donne esauste per un tentativo dopo l'altro di fecondazione assistita, spesso vorrei dire loro che adottare le mie due figlie è la cosa migliore che mi sia mai capitata.

Di Giulia Mozzato




2 aprile 2003