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Andrés Trapiello

È tanto devoto a Cervantes, lo scrittore spagnolo Andrés Trapiello, da avergli dedicato una fondamentale biografia, e l’ultimo suo romanzo è addirittura la continuazione del Don Chisciotte. Però questi due testi non sono ancora stati tradotti in Italia, dove invece Trapiello è venuto a presentare il libro Gli amici del delitto perfetto con il quale l’anno scorso ha ottenuto uno dei più prestigiosi riconoscimenti spagnoli, il Premio Nadal. In apparenza è un romanzo giallo ma, attenzione: è inevitabile il nesso con Don Chisciotte, come ci spiega l’autore: “Il genere giallo è la versione moderna dell’antico romanzo cavalleresco, di cui Don Chisciotte è insieme sommo epigono e parodia, perché il cavaliere e il detective sono entrambe figure solitarie, dedite alla ricerca della verità e della giustizia.”
L’azione del romanzo prende avvio il 23 febbraio del 1981 a Madrid, quando un tentativo di colpo di stato militare rischia di ripiombare la Spagna in una guerra civile. Intanto, il gruppo di amici che dà il titolo al libro è riunito come sempre in un caffè dove, dietro gli pseudonimi dei più noti investigatori delle serie poliziesche, si discutono le caratteristiche del presunto delitto perfetto. Tra loro c’è un vero commissario di polizia, e anche uno scrittore di gialli, a simboleggiare l’intreccio tra vita reale e letteratura.


Quali erano le sue intenzioni nello scrivere questo romanzo?

Volevo scrivere un romanzo “cervantino” nel senso del doppio livello di lettura, tra l’ironia e l’intento morale. C’è un omaggio al noir, costituito dal circolo degli investigatori dilettanti, ma c’è anche la riflessione sulle ferite ancora aperte della guerra civile e sull’insoddisfatto bisogno di giustizia.

I due piani convergono quando avviene veramente un delitto: toccherà allo scrittore, alter ego di Trapiello e moderno Don Chisciotte, condurre un’indagine che porterà alla luce, come antichi fantasmi, gli irriducibili rancori delle vittime, costrette al silenzio dalla normalizzazione imposta dalla politica. La vittima è un poliziotto corrotto, ex criminale franchista: più che un delitto, un’esecuzione, che lei definisce di “giustizia poetica”:

“A volte i casi della vita arrivano a colpire chi è rimasto impunito di gravissimi crimini: la chiamo “giustizia poetica”, perché evita la catena di odio e violenza che si perpetua nella vendetta. In ogni famiglia spagnola ci sono state delle vittime della guerra civile, da una parte e dall’altra, e poi i vincitori, durante il franchismo, hanno avuto la mano pesante nelle vendette. L’avvento della democrazia è stato pagato con un doloroso colpo di spugna: al mio paese natale, per esempio, hanno fatto passare una strada sopra una fossa comune, per rendere impossibile il recupero delle salme. Nel romanzo, ho voluto mettere in evidenza il dolore di chi, anche se accetta di restare in silenzio, non può dimenticare.”

Al morir don Quixote, cioè “Alla morte di don Chisciotte”, è il titolo del suo ultimo romanzo, già best seller in Spagna, che sta per essere tradotto in tutta Europa. Cervantes è un genio universale, come Dante e Shakespeare, ma forse meno conosciuto e compreso nella sua grandezza.

Soprattutto in Spagna è troppo misconosciuto e mi piacerebbe che la lettura del mio romanzo invogliasse molti a leggere l’opera di Cervantes, o a rileggerla, perché chi l’ha studiata malvolentieri e spezzettata a scuola, da adulto non la riprende più in mano, lasciandosi così sfuggire un’esperienza fondamentale. Il Don Chisciotte si conclude con la morte dello sventurato cavaliere, lasciando in sospeso tantissimi personaggi e storie avvicenti: io ho raccolto alcuni fili, riprendendo la tessitura. È stato molto difficile trovare un linguaggio adeguato, che fosse in sintonia con il lettore di oggi mantenendo un sapore antico, ma il successo che sta avendo il libro mi conforta: il mondo di Cervantes è attualissimo, perché è una metafora del variegato mondo dell’anima umana.

Di Daniela Pizzagalli




3 gennaio 2005